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Armi
di distrazione di massa

«Se un servizio è gratis, allora il prodotto sei tu» recita un adagio ormai molto comune nella Rete. Un dato acquisito a livello teorico ma, di fatto, una realtà di cui non è facile avere piena consapevolezza. Effetti collaterali negativi compresi. A questo tema «il venerdì»

di «Repubblica» ha dedicato un dossier di approfondimento in cui Riccardo Staglianò intervista Tristan Harris, una sorta di guru della disconnessione programmata, «la cosa più vicina a una coscienza che abbia la Silicon Valley», come l’ha definito la rivista statunitense «The Atlantic». Harris è un ingegnere trentenne che, dopo aver venduto la sua nuova impresa nel 2011 è entrato a Google, scrivendo il saggio A Call to Minimize Distraction & Respect Users’ Attention. Negli anni successivi si è dedicato allo studio di questo tema, convinto che la diffusione del digitale stia diventando una fonte di disagio per molte persone. Il problema — scrive Staglianò nel suo articolo, intitolato «Mi pento di tutti i miei like» — è ben più vasto della somma delle sue parti (la posta elettronica invadente, i gruppi di conversazione a cui qualcuno ci ha proditoriamente iscritto, le notifiche delle applicazioni e via interrompendo). È sociale, politico in senso letterale, e ha a che fare con i modi in cui le piattaforme digitali estraggono valore dai loro utenti. In altre parole riguarda l’economia dell’attenzione, in cui

i pubblicitari si contendono ferocemente, anche solo per qualche minuto, il nostro spazio mentale, per venderci indifferentemente prodotti o candidati. Per dirottare il nostro flusso di pensieri e portarlo dalla loro parte, che lo vogliamo o no, che ce ne accorgiamo o meno.

Per dimostrare che non si tratta di allarmismo esagerato, basta tenere presente il fatto che solo Facebook ha due miliardi di iscritti, che si connettono anche oltre cento volte al giorno. La pars destruens è, al solito, la più facile. Più difficile è proporre rimedi efficaci e realisti. «Bisogna allearsi con quelle aziende che non hanno nell’economia dell’attenzione

il loro modello»; in fondo, nota Harris, le multinazionali «non guadagnano se passi più tempo sui loro siti ma se compri i loro prodotti. Dobbiamo quindi convincerli a rispettare

di più il consumatore» e a non considerare il cellulare una specie di slot machine tascabile.

Le applicazioni che l’ingegnere ha in mente dovrebbero scoraggiare gli eccessi. Tipo: «Negli ultimi dieci minuti hai guardato il telefono cinque volte: rallenta» (uno studio, calcolando ogni carattere digitato, dice che lo tocchiamo 2617 volte al giorno), alla maniera delle avvertenze sui pacchetti di sigarette. Resta poi la risorsa di una maggiore consapevolezza tra

i consumatori. Harris mostra la configurazione del suo telefonino, a cui ha volutamente tolto i colori. Sulla prima schermata appaiono solo pochissime applicazioni

su uno sfondo nero. «È come se avessi tolto le stagnole

colorate dalle caramelle, per renderle meno desiderabili» dice, ricordando che il motivo per cui quasi tutte le notifiche sono rosse è perché quella tinta attiva una risposta cerebrale immediata. «Poi ho disabilitato le notifiche, vere armi di distrazione di massa, e uso il più possibile la modalità “non disturbare” che solo un ristretto circolo di persone è autorizzata a superare». La logica è semplice: ristabilire che avere uno smartphone non costituisce un invito erga omnes a violare costantemente l’attenzione del suo proprietario. E tenere presente che nella rete l’apparenza può essere molto, molto diversa dalla sostanza. Mai dimenticare — scrive David Randall sull’ultimo numero di «Internazionale» — che dietro un grazioso volto di donna «può esserci un camionista di Düsseldorf».

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11 dicembre 2019

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