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Arma
a doppio taglio

· ​Le religioni nell'era della globalizzazione ·

Come si possono porre le religioni nell’era della globalizzazione, in un’epoca cioè in cui il pianeta si è fatto piccolo e interconnesso e in cui le coordinate spazio-temporali entro cui si svolge la nostra vita personale e collettiva vengono profondamente ristrutturate? È probabile che, davanti a noi, si distenda un tempo del tutto nuovo. Un tempo di conversione per l’umaniità e per le stesse religioni. Un tempo a cui occorre guardare con speranza, nella convinzione che il meglio dell’umano sia davanti, non dietro di noi.

Pieter Bruegel il Vecchio, «La Torre di Babele» (1563)

Attraversare questo tempo, e le sfide di cui esso é portatore, comporterà anche un profondo rinnovamento delle stesse religioni, almeno rispetto al modo in cui le abbiamo conosciute finora. E anche in questo caso, ciò potrebbe essere per il meglio non per il peggio.
Le scienze umane oggi ci dicono che il rapporto con l’altro soffre della tendenza intrinseca del linguaggio (lógos) verso l’oggettivazione. Il linguaggio è un’arma a doppio taglio: mentre ci mette in comunicazione reciproca e ci orienta all’universale, allo stesso tempo esso è ciò che irrimediabilmente ci separa dall’altro. Un punto chiarito dallo psicanalista Lacan, secondo il quale proprio la parola, mentre ci permette di distinguerci e individuarci, costituisce un sottile ma invincibile schermo rispetto a ciò che ci circonda.
Si potrebbe rileggere in questa chiave il tema caro a Benedetto xvi e a Habermas sulla crisi della ragione contemporanea. Come sappiamo, il lógos ha subito, in particolare nell’ultimo secolo, una sua riduzione che, se da un alto ha permesso una crescente integrazione globale (specialmente attraverso la scienza, la tecnica, l’economia), dall’altro produce una «universalità dimidiata» (cioè ridotta e parziale) lungo la strada che Romano Guardini ha chiamato di progressiva astrazione (caratterizzata da distacco e divisione).
In questa situazione, il rischio è che il dialogo non riesca più a darsi, spingendoci a una continua oscillazione tra omologazione e conflitto. Il problema è che se ci fermiamo al lógos dimenticando il dia (preposizione che nella lingua greca indica movimento: per, per mezzo, attraverso, dopo, per merito o colpa, a causa di) ciò che è transitorio finisce per diventare permanente e ciò che si trasforma, immutabile. Un tale effetto lo si vede molto bene nei rapporti sociali che si producono nelle nostre società, dove — al di là delle buone intenzioni — ciascuno viene spesso schiacciato nella sua appartenenza culturale, senza che gli sia riconosciuta la capacità di essere un soggetto capace di una propria elaborazione culturale. Lo stereotipo (una mera tipizzazione) viene così confuso con la rappresentazione.
E ciò accade per tutte le differenze più significative; di razza, di etnia, di genere e anche di religione. Di fronte a tale difficoltà, occorre tornare a riflettere sull’idea dell’altro come soggetto portatore di uno “sguardo” e non solo come un oggetto da guardare e definire. Ma dire questo, cosa può significare?
Occorre ricordare prima di tutto che non esistono culture separate dalla persone né persone separate dalle culture. Le culture non esistono oggettivamente, come entità definite e ancorate una volta per tutte a determinati territori. Al contrario, le culture sono corpi vive e si trasmettono e trasformano attraverso le pratiche e le relazioni. In effetti, le culture esistono solo attraverso la mediazione di uomini e donne, e solo in questo modo esse durano e cambiano. In quanto forme incarnate, le culture sono in movimento.
Su questo presupposto è allora possibile fare un passo in avanti introducendo ciò che Raimon Panikkar chiama «dialogo dialogico» (e non meramente dialettico) a partire dal riconoscimento della struttura dialogica che caratterizza l’essere umano. Noi oggi sappiamo, infatti, che la scoperta e la costrizione della propria individualità e identità avvengono nell’incontro (con la madre, con gli altri) e che ci è possibile capire chi siamo anche attraverso lo sguardo degli altri su di noi.
La stessa cosa vale anche a livello culturale. Senza dubbio, la cultura ci definisce e contribuisce in modo decisivo a strutturarci; e tuttavia, proprio l’incontro con l’altro — tanto più l’altro «straniero» o «povero» — ci fa prendere le distanze dalla nostra cultura, consentendo riflessività e cambiamento. Per paradosso, si può dire che la tendenza alla cristallizzazione delle culture è guarita dalla ferita-feritoria che nasce dalla provocazione che ci viene dall’altro.
In questa prospettiva, il dialogo dialogico può essere visto come un movimento (dia-lógos) che porta a un risultato aperto in grado di cambiare tutte le parti coinvolte mediante due movimenti fondamentali.
In primo luogo, il movimento tra tradizione e innovazione: una identità culturale viva è un’identità capace di cambiare rimanendo se stessa. 

di Mauro Magatti

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27 maggio 2019

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