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Aristotele e la regola della cucina

· Democrazia e famiglia secondo il filosofo ateniese ·

«Poiché, come si può constatare, non esiste città (pòlis) che non sia una comunità (koinonìa) e non c’è comunità che non sussista in vista di un certo bene (agathòn) è indubbio che tutte vanno in cerca di un qualche bene, ma soprattutto lo perseguirà la comunità che, per essere sovrana fra tutte e comprensiva di tutte, cercherà il bene che sovrasta tutti gli altri». Con questa dichiarazione sulla ricerca del supremo bene comune eretta a fondamento e fine di ogni società politicamente organizzata, con questo postulato simile per apodittica incisività al preambolo di una moderna costituzione democratica, si apre la Politica di Aristotele. La citazione è tratta dal primo volume, corrispondente ai Libri i-iv, di una nuova edizione che la Fondazione Lorenzo Valla ha varato per la collana Scrittori greci e latini (Milano, Mondadori, 2014, pagine cxlvi-478, euro 30). Frutto di una collaborazione internazionale, tale allestimento del trattato aristotelico — introdotto da Luciano Canfora e Richard Kraut, tradotto da Roberto Radice e Tristano Gargiulo, commentato da Trevor J. Saunders e Richard Robinson — inaugura un ambizioso piano editoriale, diretto da Piero Boitani, all’insegna del tema unificante «La democrazia in Grecia».

In tutti i suoi scritti — sia quelli “essoterici”, concepiti per una pubblicazione d’impronta letteraria e tendenzialmente divulgativa, purtroppo scomparsi nei gorghi della tarda antichità, sia quelli “esoterici”, in sostanza manuali o appunti in parte spurii, riservati agli allievi del Liceo, come la stessa Politica, e fortunosamente tramandati ai posteri — il grande pensatore greco si proponeva di tracciare una via filosofica alla felicità. Non può quindi sorprendere che, sviluppando le premesse teoretiche insite nell’Etica Nicomachea, abbia privilegiato, nell’elaborazione di uno specifico disegno istituzionale, l’obiettivo di individuare sistemi e strumenti in grado di garantire una convivenza libera, pacifica, serena.
Né suonano sorprendenti, alla luce di un pensiero che tanta influenza avrebbe esercitato sulla teologia tomistica, certe assonanze tra la Politica e la dottrina sociale della Chiesa. Basti considerare come il fondamentale incipit aristotelico sopra citato converga con l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (n. 240): «Allo Stato compete la cura e la promozione del bene comune della società». Per assicurare equilibrio e stabilità alla compagine statale (che per Aristotele coincide con la pòlis, la città-stato) occorre anzitutto rafforzare il tessuto sociale. Ed ecco, nel primo libro della Politica, un’altra nota in sintonia con la concezione cristiana della società civile: l’essenzialità della famiglia “regolare” in quanto cellula primaria e insostituibile.
Il fatto che «l’uomo è per natura un animale adatto a vivere in uno stato (politikòn zòon)» discende dalla sua altrettanto naturale vocazione a formare un nucleo familiare e a procreare nuovi futuri cittadini. Certo, un discrimine rispetto al nostro modello di famiglia è segnato dal carattere accentuatamente “maschilista” della civiltà greca, per cui il marito era destinato a comandare e la moglie — non troppo diversamente dai figli minorenni e dagli schiavi — a obbedire, essendo oltretutto le donne prive di accesso alle attività pubbliche: un’impostazione che lo stesso san Paolo erediterà, sia pure temperandola nella Lettera agli efesini con un vibrante richiamo all’amore sponsale in Cristo.
Ma se la conduzione della casa fa capo al potere di uno solo «invece il potere politico si esercita su uomini liberi e di uguali diritti» quelli, in ultima analisi, atti a prestare il servizio militare. E qui lo Stagirita affronta la questione politicamente cruciale, la più complessa: quale regime va considerato il migliore in assoluto? La sua riflessione, fondata su un’analisi delle forme di governo in atto nella Grecia del iv secolo che era arrivata a vagliare ben 158 costituzioni e su un confronto critico con la tradizione “politologica” rappresentata da Tucidide, Isocrate e soprattutto Platone (Repubblica, Politico, Leggi), procede sui binari di una logica stringente, com’è ovvio attendersi dall’ideatore del sillogismo e dal codificatore dei princìpi di identità, non contraddizione, terzo escluso.
La sua conclusione è improntata — per usare un termine oggi quanto mai attuale — a una saggia flessibilità. Non è possibile inquadrare astrattamente le diverse costituzioni vigenti nelle città-stato in una graduatoria di merito. Ciascun contesto locale richiede, in base alla propria cultura e al proprio èthos, una forma di governo per così dire su misura, realistica e non utopica, suscettibile di modifiche, adeguamenti, evoluzioni (un punto di vista condiviso, con differenti angolature ideologiche, anche da governanti e politologi del nostro tempo).

di Marco Beck

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