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Argine classico

· La neonata collana della Carocci come risposta all’onda degli e-book ·

Il mondo dell’editoria italiana continua a essere scosso dai clamori mediatici che dei libri elettronici annunciano (tra accese discussioni, convegni e qualche polemica) non più il semplice avvento (di fatto già realizzatosi con quantitativi finora modesti), ma l’irresistibile per quanto graduale affermazione. Gli addetti ai lavori si dividono fra pessimisti e ottimisti. I primi paventano questa rivoluzione come un’invasione barbarica destinata, presto o tardi, a massacrare il mercato dei volumi cartacei. I secondi la valutano come un provvidenziale sbarco in Normandia degli americani (anche questa innovazione proviene da oltreoceano), in seguito al quale si instaurerà un doppio, positivo regime di accesso alla lettura: nessun genocidio per i cariparallelepipedi di carta, ma piuttosto l’apertura di un affascinante orizzonte complementare, con la sperimentazione di inedite modalità di fruizione dei testi.

A prescindere da ogni orientamento, c’è qualcosa che disturba in questa onda anomala di parole che stenta a infrangersi sulla riva dei fatti concreti: il vizio di anteporre il mezzo (tecnologico) al fine (culturale), di esaltare il radicale mutamento del formato rispetto alla centralità dei contenuti, in qualche modo marginalizzati. E dunque sia benvenuta, in controtendenza, un’altra novità apparsa di recente sui banconi tradizionali delle tradizionali librerie: la neonata collana dei «Classici» che l’editore Carocci ha varato puntando sull’eccellenza dei contenuti (pur senza trascurare la forma libraria) in termini sia di funzionalità che di estetica, e scommettendo di potersi ritagliare, con una formula intermedia tra scientificità e divulgazione, un posto al sole accanto a rigogliose collezioni quali il catalogo della Fondazione Lorenzo Valla, i tascabili Bur, Oscar Mondadori, Garzanti, Mursia e via dicendo. È davvero consolante constatare come non ci si stanchi mai di tornare ai classici, in particolare ai greci e latini, al loro perenne magistero di umanità, civiltà, ricerca della verità e della bellezza: a un mondo nel quale vediamo rispecchiati i nostri inemendabili difetti e limiti, ma anche i nostri valori morali e i talenti intellettuali. A inaugurare la meritoria iniziativa di Carocci sono stati scelti tre capolavori del teatro classico ateniese, due tragedie e una commedia: le Baccanti di Euripide a cura di Davide Susanetti (Roma, Carocci, 2010, pagine 304, euro 18,00); le Donne al parlamento di Aristofane a cura di Andrea Capra (Roma, Carocci, 2010, pagine 300, euro 18,00); l’ Edipo re di Sofocle a cura di Massimo Stella (Roma, Carocci, 2010, pagine 324, euro 19,00). Qualcuno potrebbe obiettare nihil novi sub sole , trattandosi di tre pilastri della letteratura già tradotti, commentati e annotati in ottime edizioni a uso di specialisti, studenti e dei lettori colti in genere. Verissimo. Però, da un lato Italo Calvino non cessa di ricordarci, in Perché leggere i classici (1981), che «un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». Dall’altro, la combinazione tra la ricchezza di temi racchiusi in massimo 1500 versi e i progressi conseguiti da discipline in continua evoluzione (filologia, antropologia e psicologia), fa sì che l’odierna ermeneutica riesca a radiografare quei testi con strumenti sofisticati e penetranti, a moltiplicare i punti d’osservazione, a spingere sempre più in profondità le trivellazioni. Le nuove linee interpretative trovano poi riscontro in traduzioni spesso «reinventive», connotate da una duttilità linguistica non esente, talora, da spericolatezze (è il caso di Capra su Aristofane). Del resto, l’italiano è di per sé in fieri , soggetto a rapidi mutamenti, particolarmente avvertibili nel registro orale di quelli che in origine sono copioni teatrali concepiti in funzione della recitazione. Ecco perché, trascorsi solo pochi decenni, le versioni paludate di insigni grecisti del secolo scorso non hanno perso dignità ma ormai suonano, in una certa misura, obsolete.

Benché affidate alle cure di studiosi di diversa formazione, inclinazione e sensibilità, le prime tre uscite dei Classici Carocci mostrano, nel senso di una modernizzazione del metodo critico, una riconoscibile affinità. Un’affinità che concorre a rivelare, tra l’altro, la parentela esistente (al di là delle differenze ideologiche, concettuali e stilistiche) fra tre opere maturate nello stesso ambito culturale e, suppergiù, nello stesso periodo storico. Presente come scenario diretto (Aristofane) oppure analogico (Sofocle e Euripide), a fare da sfondo all’ Edipo re (circa 413 prima dell’era cristiana), alle Baccanti (405/400) e alle Donne al parlamento (circa 391) è sempre Atene in crisi d’identità alla svolta tra il v e il iv secolo, tra l’apogeo imperialistico e l’inizio della decadenza, tra la guerra del Peloponneso e il sofferto ritorno alla democrazia dopo la parentesi dei Trenta Tiranni.

Un adombramento del travaglio ateniese s’intravede, ad esempio, nella trama delle Baccanti (ultima, enigmatica tragedia di Euripide), nello sconvolgimento apportato a Tebe da Dioniso con il suo entourage di donne ebbre di mistico invasamento. Secondo una felice intuizione di Susanetti, il dio per natura ambiguo, alternativamente «terribile e dolcissimo», vendicatore deciso a punire la città che disconosce la sua nascita da Zeus e dalla tebana Semele, mette in atto, nel dissimularsi dietro la maschera di uno straniero, una strategia della finzione e dell’inganno ispirata ai criteri del teatro di cui egli stesso è il nume tutelare. Si comporta cioè, simultaneamente, da autore, attore e regista di una micidiale rappresentazione. E lo scempio del suo avversario ostinato a non legittimare il culto dionisiaco, il re Penteo, prima spinto alla follia da prodigi, fantasmi e allucinazioni di sapore quasi shakespeariano, poi smembrato dalla madre Agave nel delirio bacchico, assume la valenza di una catastrofe ideata, per sancire l’umiliazione del razionalismo ateo sotto la sferza della potenza divina, da un geniale quanto feroce drammaturgo. O, addirittura, da un burattinaio che trasforma i personaggi in «marionette impazzite, fatte a pezzi e gettate via».

Eclissi del mito e trionfo dell’utopia, in un’Atene insieme realistica e surreale, sono alla base delle Donne al parlamento . Con la consueta fantasia pregna di passione politico-sociale, Aristofane immagina che le ateniesi, insoddisfatte del governo maschile, guidate dalla spavalda Prassagora e travestite da uomini, s’introducano nell’assemblea e ottengano l’approvazione di un nuovo ordinamento della polis , fondato su un radicale egualitarismo e sulla comunanza di tutti i beni, libero amore e figli compresi. Programma messo grottescamente in ridicolo dal commediografo o almeno in parte condiviso? Il dubbio resta, anche se Andrea Capra, nella sua introduzione, propende per la seconda ipotesi, analizzando le molte analogie e le poche discrepanze che collegano il «comunismo» comico proclamato da Prassagora con quello «serio» teorizzato da Socrate nella Repubblica. Ed è plausibile, anzi, che Platone abbia, «scandalosamente», tenuto presente — per ritoccarlo — il messaggio di Aristofane, anteriore alla stesura del suo dialogo.

Risulta invece ancorata a un solido sostrato mitico la drammaturgia dell’ Edipo re , la più celebre tragedia di Sofocle e forse dell’intero teatro ellenico. Quella più studiata, rielaborata e rappresentata nei secoli; quella tecnicamente più moderna, anche in virtù della struttura poliziesca (l’indagine che il protagonista dipana per far luce sul mistero della sua nascita e sull’assassinio del suo predecessore). L’accertamento della verità (necessario per porre fine al flagello della peste), la scoperta di aver commesso, per arcana crudeltà del fato, due inespiabili colpe (uccisione del padre e incesto con la madre), la conseguente decisione di autopunirsi mediante accecamento s’inquadrano in un contesto di sotterranee tensioni politiche, simili agli intrighi che minavano la democrazia ateniese di fine v secolo, squassata dalla lotta tra fazioni e ossessionata dall’incubo del complotto. Monarca illuminato, dotato di carisma governativo, ricco come Temistocle e Pericle di prónoia («previdenza, intuito»), Edipo, il figlio della tyche («buona o cattiva sorte»), finisce in una contraddizione, in una trappola senza via di scampo: «Nessuno più di lui occupa legittimamente il potere» scrive Massimo Stella, «perché egli è l’erede naturale del precedente re ma, al contempo, non può avere alcun diritto a quello stesso potere, perché ha ucciso suo padre e si è congiunto con sua madre».

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07 dicembre 2019

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