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Arcipelago
delle meraviglie

· ​In viaggio tra le chiese lignee di Chiloè ·

Le guide del Cile non lo dicono, invece l’informazione sarebbe preziosa: se doveste mai decidere di andare a esplorare l’arcipelago di Chiloé nell’Oceano Pacifico per visitare le sue meravigliose chiese in legno, un fuoristrada sarebbe indispensabile. Perché andare alla ricerca dei sedici templi dichiarati nel Duemila dall’Unesco patrimonio dell’umanità è davvero un’avventura fisica e spirituale.

Chiesa di San Francisco a Castro, capitale della Provincia di Chiloé in Chile

L’arcipelago di Chiloé — ammantato al mattino da una nebbia fitta e irreplicabile — si trova dinnanzi alla costa meridionale del Cile. Le isole che lo compongono sono una quindicina. La maggiore, l’Isla Grande de Chiloé (la seconda del Sud America per estensione), è lunga 180 chilometri e larga 50, ed è raggiungibile solo via traghetto da Pargua, sulla terraferma.
Gli spagnoli presero possesso di Chiloé nel 1567, cinque anni dopo un’epidemia di vaiolo che ne aveva decimato la popolazione. Costruite tra il Settecento e il primo Novecento — la maggior parte, dunque, quando il Cile apparteneva all’impero spagnolo — le chiese sono un incredibile esempio di produzione meticcia: rappresentano, infatti, la fusione della cultura religiosa europea con le abilità e le tradizioni delle popolazioni native. Al di là delle sedici elette dall’Unesco, iglesias (chiese) e capillas (cappelle) arricchiscono, rendendolo assolutamente unico, il panorama dell’arcipelago. Alcune sono presenti lungo le strade — la stragrande maggioranza non asfaltate — altre sorgono in mezzo ai campi, altre ancora al centro o ai margini dei centri abitati. Quelle più suggestive, però, spuntano — incredibili e maestose — a picco o in riva al mare, tra rocce sferzate dal vento, acque minacciose e percorsi sterrati: come abbiano fatto, secoli fa, i gesuiti ad arrivare in questi inospitali lembi di terra resta davvero un mistero sorprendente. Quasi tutte costruite nello stesso stile, alcune sono straordinarie già da fuori, altre si caratterizzano perché inserite in splendidi contesti paesaggistici, mentre tutti gli interni sono assolutamente inconsueti se comparati con quelli delle nostre chiese occidentali.
Le chiese e le cappelle di Chiloé sono dipinte con colori accesi e brillanti. La tonalità più diffusa è quella del blu, azzurro, celeste e indaco in tutte le sfumature e gradazioni, ma non mancano altri colori sgargianti: si va dal giallo luminoso della chiesa di San Francisco a Castro, al rosso di quelle di Caguach (raggiungibile solo dopo un lungo percorso in barca) e di San Juan Batista. E ancora, il verde smeraldo di Colo, l’oro di Aldachildo, l’arancione, il lilla, il color salmone intenso o il verde pisello della miriade di cappelline disseminate nell’arcipelago. «La ragione è molto semplice» ha spiegato qualche anno fa monsignor Juan María Agurto Muñoz a Paolo Moiola che lo intervistò su «Missioni Consolata». «Dato che qui, per gran parte dell’anno, dominano il colore grigio delle nuvole e il verde intenso della natura, gli abitanti hanno sempre voluto colori molto vivi per le loro case e anche per le chiese. Si sono scelti colori contrastanti che risaltino molto. Un ennesimo esempio di come quella di Chiloé sia una comunità più viva che mai».
Tornando alla storia, fin dal xvii secolo furono i gesuiti a farsi carico dell’evangelizzazione delle comunità che abitavano le isole: il sistema era quello della missione circolare. Durava dai tre ai sei mesi, e consisteva, di fatto, nel percorrere un totale di quattromila chilometri su piroga (dalca) o a piedi. Poiché i religiosi dovevano visitare un territorio non solo ampio ma anche difficilmente accessibile, a causa della conformazione naturale del territorio e del clima avverso, la permanenza dei missionari in ogni cappella durava solo un paio di giorni.
Per poter contare su più sacerdoti fu richiesto allora al re di Spagna di concedere la presenza di gesuiti di nazionalità diversa da quella della madrepatria. Accordato il permesso, arrivarono religiosi da varie parti d’Europa, soprattutto da Baviera, Ungheria e Transilvania. Furono questi, nel xviii secolo, a dare notevole impulso alla costruzione di chiese dalla struttura più duratura delle precedenti. Importante fu anche il contributo dei carpentieri locali che si avvalsero di materiali e tecniche specifiche, molte delle quali legate alla costruzione delle navi.
A seguito dell’espulsione dei gesuiti nel 1776, l’opera missionaria passò ai francescani. Il cambiamento, però, non incise sostanzialmente nella costruzione dei templi, che continuò secondo i modelli iniziali. Si creò dunque una tradizione architettonica, mantenuta per tre secoli, chiamata Scuola chilota di architettura religiosa in legno. Essa si evolse negli anni passando da uno stile iniziale piuttosto ornato, a un altro — siamo ormai a metà dell’Ottocento — ben più sobrio.
Delle oltre quattrocento chiese costruite in questi secoli, molte non hanno resistito al passare del tempo, crollate (i terremoti non sono una rarità nella zona), bruciate o demolite, mentre altre si sono mantenute per quasi trecento anni. Con fondi locali, tante sono state recentemente restaurate, o sono attualmente in restauro: nel farlo, il riuscito tentativo è quello di mantenere in dialogo costante tradizione e modernità, tangibile e intangibile .

Dal nostro inviato, Giulia Galeotti

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23 marzo 2019

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