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Ai piedi della croce

· I preti francesi commossi dalle testimonianze di solidarietà ricevute dopo l’uccisione di Jacques Hamel ·

Dopo lo stupore, la rabbia e l’indignazione seguiti all’assassinio di don Jacques Hamel, avvenuto nella piccola chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray lo scorso 26 luglio, i sacerdoti in Francia hanno avuto la gradita sorpresa di ricevere numerosi attestati di solidarietà da parte della popolazione: per telefono, per posta elettronica o in occasione delle celebrazioni. Incoraggiamenti cordiali provenienti dalla società intera e non soltanto dai fedeli.

Per molti c’è stato anzitutto lo choc, nel bel mezzo dell’estate. «Ero in vacanza, ho appreso la notizia alla radio, con profonda emozione, un sentimento di rabbia e tanta compassione per quel sacerdote», dice all’Ossevatore Romano il cinquantatreenne Frédéric Benoist, parroco a Raincy, città nella periferia parigina. Al momento dell’assassinio, il suo confratello Vianney Jamin, di vent’anni più giovane, si trovava in Polonia per la giornata mondiale della gioventù. «Quando ho avuto conferma che quel dramma era vero, oltre all’orrore e all’indignazione dinanzi all’assassinio di un innocente, ho provato una sorta di stupore per il senso di questa morte nella vita di un prete», racconta quest’ultimo, vicario della parrocchia di Maisons-Laffitte, sempre nella regione parigina.

Per tutti, il tragico assassinio di don Hamel interroga sul senso del martirio. «I gesti dei nostri preti sono gli stessi, chiunque egli sia. Dunque quando uno di loro è vittima mentre celebra l’Eucaristia, ci si associa al suo martirio ma si celebra la vittoria di Cristo», spiega Benoist. Al rettore del santuario di Lourdes, André Cabes, ha invece ricordato l’assassinio del suo giovane fratello, anche lui sacerdote, ucciso venticinque anni fa da un ladro d’auto, due anni dopo l’ordinazione. «Come nel 1991, ho pensato al racconto della passione di Cristo fatto da Paolo nella sua Prima lettera ai Corinzi», spiega. Segue un momento di riflessione. «Don Hamel è stato ucciso nel bel mezzo dell’Eucaristia. È la vita del sacerdote, e quindi quella della Chiesa, ad avere appuntamento ai piedi della croce. Il Signore ce l’ha detto in tutto il suo Vangelo: se il chicco di grano non cade a terra e muore, rimane solo; se muore dà molto frutto. Lo sappiamo, ma ci sono momenti in cui ciò diventa più tangibile, in cui lo sentiamo sulla pelle».

Ma questi tre sacerdoti, e molti altri ancora, condividono anche un’esperienza comune. Nelle ore e nei giorni successivi alla tragedia, tutti sono rimasti sorpresi nel ricevere molti segni di solidarietà. «Questo tragico avvenimento ha messo in luce una cosa che per me è stata una sorpresa totale: si tratta della straordinaria attenzione che, all’improvviso, è stata dedicata a questo sacerdote, del quale la nostra società ha semplicemente preso coscienza che ha donato la propria vita a Cristo e ai suoi fratelli e alle sue sorelle, nell’ombra, modestamente, ma in modo chiaro e totale», scrive nel suo blog il settantaduenne Olivier Gaignet, parroco di Mortagne-sur-Sévre in Vandea. «Grazie, purtroppo, al sacrificio di don Hamel, scopriamo che i nostri concittadini sono forse più vicini ai sacerdoti di quanto i preti stessi pensano», continua.

«Alcuni amici atei o persone poco praticanti mi hanno inviato qualche breve frase come: “sei sacerdote e ti pensiamo”», racconta padre Jamin. «Sembravano più sconvolti di me e ho sentito che questo assassinio li colpiva profondamente, che era molto forte per loro». Come altri confratelli, il giovane prete ha sentito alcune persone assicurargli: «A voi sacerdoti noi vogliamo bene, e ve lo diciamo».Stesso riscontro da parte di Claude Barbarit, sacerdote ottantunenne, anche lui della Vandea. «Ho ricevuto telefonate — racconta — da persone preoccupate per noi, senz’altro impressionate dall’aspetto sacrificale di un sacerdote ucciso in una chiesa, in cui è stato versato del sangue». La scorsa domenica padre Barbarit ha notato una maggiore partecipazione alla messa. «La morte di don Hamel ha fatto tornare in chiesa le persone, che scoprono che la casa di Dio è aperta a tutti, in piena libertà, in un mondo diviso com’è il mondo d’oggi», si rallegra.

Altro fatto importante. Molti membri della comunità musulmana sono stati presenti alle messe celebrate un po’ ovunque in Francia, su richiesta della Conferenza episcopale, per rendere omaggio a don Hamel. «Alcune famiglie musulmane della città sono venute alla messa che ho celebrato il 1° agosto — si rallegra padre Benoist — anche se non avevo chiesto niente; per non parlare della partecipazione dell’imam di Raincy alla commemorazione ufficiale organizzata sul sagrato della mia chiesa».

Così, la morte di don Hamel, al di là dell’orrore e dello spavento, interpella l’insieme di una società sconcertata che, dinanzi alla paura del domani e al sentimento d’impotenza di fronte alla minaccia terrorista, scopre in questo dono totale di sé una testimonianza d’amore sconvolgente e, con essa, l’idea che i religiosi hanno un ruolo fondamentale da svolgere per disinnescare l’integralismo. «L’assassinio di un prete, anche per chi non crede, non è un fatto comune, ma tocca in profondità ciò che è sacro per l’uomo», ritiene il rettore del santuario mariano di Lourdes. Una umile messa, celebrata da un prete qualunque, un’assemblea poco numerosa: «è davvero un grande mistero, non è stato preso di mira un assembramento, non si è cercato di fare più vittime possibili come a Nizza; si è trattato davvero di un prete ucciso ai piedi dell’altare — afferma padre Cabes — e questo tocca nel profondo ogni persona, quale che sia la sua coscienza».

Mentre la Francia si appresta a celebrare il suo giubileo a Lourdes il 15 agosto, il rettore del santuario osserva che l’identità del Paese, la sua coscienza, ha ancora «una parte di sacro».

da Parigi Charles de Pechpeyrou

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25 agosto 2019

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