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Apprendisti alla scuola dello Spirito

· Aperto in India un convegno internazionale sul Vaticano II ·

Per meglio comprendere lo spirito e gli insegnamenti del concilio Vaticano II è importante riconsiderare lo scopo principale per il quale fu convocato. Riunendo i vescovi provenienti da ogni parte del mondo, Giovanni XXIII disse chiaramente che era interesse del concilio che «il sacro deposito della dottrina cristiana fosse custodito e insegnato in forma più efficace» (cfr. Messaggio per la solenne apertura del concilio Vaticano II, 11 ottobre 1962, n. 2. 6).

Questa dottrina abbraccia l’intero uomo, fatto di corpo e di anima. E a noi, che viviamo qui in terra, impone di puntare, come pellegrini, verso la nostra patria celeste. Indica il modo in cui dobbiamo ordinare questa vita mortale affinché, adempiendo ai nostri doveri, ai quali siamo tenuti verso la città terrena e quella celeste, possiamo raggiungere il fine che Dio ha prestabilito per noi. Indicando tali orientamenti, Giovanni XXIII sottolineò le parole del Signore: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» ( Matteo , 6, 33).

Nel sottolineare questi importanti principi sui quali i padri conciliari dovevano riflettere, il Papa disse anche che, poiché tale dottrina tocca i vari campi dell’attività umana che riguardano le persone singole, le famiglie e la vita sociale, è necessario, prima di tutto, che la Chiesa non distolga mai gli occhi dal sacro patrimonio della verità ricevuto dagli antichi. Allo stesso tempo, la Chiesa deve guardare anche al presente, che ha comportato nuove situazioni e nuovi modi di vivere, e ha aperto nuove vie all’apostolato cattolico.

In altri termini, il fine del concilio Vaticano II, e di qualsiasi altro concilio generale della Chiesa, è d’introdurre in contesti e situazioni storiche concrete il seguente mandato di Cristo: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» ( Matteo , 28, 19-20).

Papa Benedetto XVI, che da giovane sacerdote fu tra gli esperti dell’ultimo concilio generale, ha osservato nella premessa alla raccolta dei suoi scritti conciliari: «I singoli episcopati indubbiamente si avvicinarono al grande avvenimento con idee diverse. Alcuni vi giunsero più con un atteggiamento d’attesa verso il programma che doveva essere sviluppato (...) durante le fasi conciliari il raggio del lavoro e della responsabilità comuni si è allargato sempre più. I vescovi si riconoscevano apprendisti alla scuola dello Spirito Santo e alla scuola della collaborazione reciproca, ma proprio in questo modo si riconoscevano come servitori della Parola di Dio che vivono e operano nella fede. I Padri conciliari non potevano e non volevano creare una Chiesa nuova, diversa. Non avevano né il mandato né l’incarico di farlo. Erano Padri del concilio con una voce e un diritto di decisione solo in quanto vescovi, vale a dire in virtù del sacramento e nella Chiesa sacramentale. Per questo non potevano e non volevano creare una fede diversa o una Chiesa nuova, bensì comprenderle ambedue in modo più profondo e quindi davvero “rinnovarle”».

Per tale ragione, il Papa ha sempre affermato chiaramente che «un’ermeneutica di rottura è assurda, contraria allo spirito e alla volontà dei Padri conciliari»

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23 agosto 2019

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