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Appello dell’Onu
per il Ghouta orientale

· Chiesto l’immediato accesso degli aiuti umanitari ·

La situazione nella regione siriana del Ghouta orientale, alle porte di Damasco, si fa sempre più drammatica. Ieri, in un comunicato, l'Onu ha chiesto alle parti coinvolte nel conflitto di poter accedere all’area per portare aiuti umanitari.

Un palazzo distrutto dalle bombe nel Ghouta orientale (Afp)

L’ultima distribuzione di aiuti avvenuta nel Ghouta orientale, il 14 febbraio scorso, è stata permessa grazie al primo accesso di operatori umanitari dopo 78 giorni. «Si tratta di uno sviluppo positivo, ma è assolutamente insufficiente» afferma il comunicato. La popolazione raggiunta a Nashabieh rappresenta solo il 2,6 per cento delle 272.500 persone intrappolate nei combattimenti tra esercito e ribelli, e che mancano di tutto.

L’Onu ha poi evidenziato come la carenza alimentare abbia un impatto particolare sui bambini, tra i quali si registrano casi di malnutrizione grave.

Il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in Siria, Ali Al Zatari, ha chiesto a tutte le parti coinvolte e a quelle che hanno influenza su di loro di permettere la distribuzione di aiuti. Nel Ghouta orientale, ha rilevato Al Zatari, manca tutto: dall’elettricità all’acqua potabile, dalle risorse alimentari alle medicine e all’assistenza medica. «Continueremo a chiedere di poter raggiungere chi ha bisogno e a ricordare ai responsabili i loro obblighi previsti dalla legge internazionale», ha detto Al Zatari.

A dimostrare il livello che la violenza ha raggiunto nella regione, bastano pochi dati. La scorsa settimana, in meno di 48 ore, i bombardamenti hanno causato oltre cento morti. Tra le vittime figuravano almeno 19 minori e 20 donne. Per l’Osservatorio siriano per i diritti umani (voce dell’opposizione in esilio a Londra) è stato «il più alto numero di vittime civili in Siria da quasi nove mesi e uno dei giorni più sanguinari per il Ghouta orientale da vari anni».

Intanto, ieri, sul piano politico, Stati Uniti e Turchia hanno concordato la creazione di gruppi di lavoro comuni per affrontare alcuni elementi di tensione e contrasto sulla crisi siriana. Lo hanno annunciato in una conferenza stampa congiunta ad Ankara il segretario di Stato americano, Rex Tillerson, e il suo omologo turco Mevlüt Çavuşoğlu. «Non agiremo più da soli, d’ora in poi agiremo insieme», ha assicurato Tillerson, spiegando che «c’è molto lavoro da fare, ma abbiamo buoni meccanismi per raggiungere gli obiettivi». Tra le priorità ci sarà la questione di Manbij, regione del nord della Siria controllata dai curdi che Ankara minaccia di attaccare nonostante la presenza delle truppe statunitensi. 

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