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C’è sempre un cammino di speranza

· Intervista a Jean Vanier ·

Come si può aiutare una persona che è stata umiliata a capire il significato del proprio valore? È questa la preoccupazione costante di Jean Vanier, che nel 1964 ha deciso di fondare L’Arche per condividere la sua vita quotidiana con persone con disabilità. A suo parere, è importante innanzitutto far cadere i muri e creare luoghi di incontro, di gioia, affinché ognuno scopra la propria umanità. Creare luoghi che non siano nascosti, ma aperti alla gente.

Abbiamo appena celebrato Natale, la festa della nascita di Gesù, della vulnerabilità ma anche della speranza, e al tempo stesso si assiste a terribili crisi umanitarie come quella della Siria. Come si può festeggiare il Natale degnamente senza essere indifferenti a quella sofferenza?

Bisogna evitare di credere che risolveremo tutti i problemi. Bisogna creare una cultura della gioia, nella famiglia ma anche con altre persone. Bisogna creare luoghi della gioia dell’incontro, compiere piccoli gesti, come Papa Francesco ci invita a fare, accogliere le persone, creare comunità più aperte. Nella chiusura la gioia non si può sviluppare. Se di fronte ai mali del mondo, uno reagisce solo con la rabbia, crea infelicità attorno a sé. E poi c’è la speranza, c’è sempre un cammino di speranza, grazie a Gesù. 

Lei cita Papa Francesco: come spiega il suo atteggiamento verso le persone scartate dalla società?

Mi ha commosso molto il suo atteggiamento quando ha visitato la nostra comunità a Ciampino. Il Papa va incontro alle persone che si sentono messe da parte, ferite, umiliate. Più che come un padre, si comporta come un fratello, stringe le persone tra le braccia. Il Santo Padre è tra quelli che si rivelano attraverso il contatto, le mani, lo sguardo, il tono della voce. Dice alle persone che sono belle, che hanno un valore, per incoraggiarle. 

Perché parla di persone umiliate e non di persone escluse?

L’umiliazione è il risultato dell’esclusione, che è sociologica, politica. L’umiliazione consiste nel fatto che tutti mi trattano come fossi una persona brutta, dunque io credo di esserlo e mi chiudo in me stesso. Noi abbiamo accolto qui a Trosly-Breuil una donna emiplegica, ma a caratterizzarla era soprattutto un’enorme violenza. Lo psichiatra che ci aiutava ha detto: «in fondo, quando qualcuno viene umiliato per quarant’anni, l’unica risposta è o il grido o la depressione». Il grido dell’umiliazione è un appello all’incontro. Da noi questo incontro avviene, anche se non dura un’intera vita. È un modo di essere: come si può aiutare una persona che è stata umiliata a capire il significato del proprio valore? San Francesco d’Assisi, che desiderava profondamente essere un cavaliere forte, ha sofferto molto nei suoi anni di prigionia a Perugia seguiti da due anni di malattia mentale; in quel momento ha toccato il fondo. Nel testamento che ha scritto poco prima della sua morte, ha confessato di avere provato repulsione per i lebbrosi quando era giovane, poi un giorno, si è detto che voleva vivere con loro. Quando li ha lasciati, ha provato una dolcezza nuova nel corpo e nello spirito. È passato dalla repulsione a un incontro che gli ha fatto bene. Ha rivelato ai lebbrosi che erano belli.

Da Trosly-Breuil
Charles de Pechpeyrou

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18 ottobre 2019

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