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Appello
alla conversione

«Cambiate, convertitevi!»: l’esortazione di Papa Francesco ai mafiosi, chiamati per ben due volte «fratelli e sorelle», quasi a spalancare loro le braccia misericordiose del perdono, è stata accolta con un applauso convinto delle oltre centomila persone radunate sotto un sole cocente nel grande spazio all’aperto del Foro italico di Palermo. Celebrando la messa sabato mattina, 15 settembre, durante l’omelia a più riprese interrotta dai presenti che battendo le mani ne sottolineavano i contenuti, il Pontefice ha rilanciato lo storico monito alla conversione dei malavitosi, gridato da Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi di Agrigento. Quattro mesi dopo Cosa nostra uccise don Pino Puglisi nel giorno del suo compleanno; e oggi a venticinque anni esatti da quel barbaro assassinio, Papa Bergoglio ha scelto di venire in visita pastorale sulle orme del parroco di Brancaccio che la Chiesa venera come beato martire.

Poche ore prima l’elicottero proveniente da Piazza Armerina con a bordo il Papa era atterrato nella vicina struttura portuale del capoluogo siciliano. A dargli il benvenuto l’arcivescovo Corrado Lorefice, il presidente della regione Nello Musumeci, il prefetto e il sindaco della città, Antonella De Miro e Leoluca Orlando.

Terra di contraddizioni, ricca di potenzialità ma spesso tentata dalla rassegnazione, terra di incontro al centro del Mediterraneo, Palermo è quest’anno capitale italiana della cultura. Crocevia di culture e di popoli, la città porta impressa nel proprio nome una vocazione all’accoglienza: Panormos, “tutto porto” significa apertura agli approdi delle tante civiltà che hanno popolato il Mediterraneo. Quello stesso mare che oggi è una rotta imprescindibile per i popoli in fuga da guerre e miseria, soprattutto per quanti sopravvivendo a tragiche traversate trovano nell’isola tanti uomini e donne di buona volontà impegnati ad accoglierli. Con lo stile e il calore della gente del meridione d’Italia i siciliani hanno dato il benvenuto a Papa Francesco, giunto per rendere onore a un prete che non si accontentava di generici appelli antimafia, ma combatteva la logica del dio-denaro con quella del Vangelo. A salutarlo lungo il percorso della papamobile e nella spianata dell’area del porto in cui si è svolta la messa, una folla immensa di persone giunte da tutta la regione insulare. Così come i presuli della Conferenza episcopale di Sicilia e i cardinali Romeo, De Giorgi e Montenegro, che hanno concelebrato l’Eucaristia con Francesco, venuto ad aggiungere un ulteriore tassello al mosaico del suo magistero itinerante che in Italia è dedicato in particolare a preti che in anni recenti hanno inciso sul tessuto sociale e civile, non solo ecclesiale, del paese: come don Primo Mazzolari, don Lorenzo Milani, don Zeno Saltini, don Tonino Bello. Ed è significativo che la vita e il sacrificio di don Puglisi si siano consumati in una città che già dal 1652 scelse come patrono, insieme a Rosalia, un «immigrato»: Benedetto il moro, figlio di schiavi africani, che una volta liberato visse da eremita sui monti Pellegrino e Grifone, e poi fu proclamato santo nel 1807. Un nome che Papa Bergoglio conosce bene, visto che una delle principali strade di Buenos Aires è Avenida Benito de Palermo.

All’inizio del rito, diretto da monsignor Marini, maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, assistito dal cerimoniere Peroni, il Papa ha incensato all’altare una statua dell’Addolorata, sul cui manto è ricamata l’incisione «dono della regina Elena, 1903», e una reliquia del beato Puglisi. Al termine della messa, in cui ha usato come pastorale una ferula in legno — intarsiata da un seminarista locale — su cui troneggiava la croce, gli è stato presentato un altro dono della Chiesa palermitana: un’icona raffigurante don Pino. La celebrazione è stata allietata dai canti del coro guida di circa 250 voci provenienti dalle parrocchie cittadine, con ensemble di ottoni diretti da Mauro Visconti, maestro di cappella della cattedrale: quelli dell’«ordinario» erano stati composti dallo stesso Visconti per la visita di Benedetto XVI nel 2010; quelli del «proprio» da Visconti e Vincenzo Tarantino per la beatificazione di Puglisi nel 2013.

A conclusione della mattinata il Pontefice ha raggiunto la Missione speranza e carità di via Decollati per condividere il pasto con gli ospiti della struttura fondata e diretta da fra Biagio Conte, missionario laico di 55 anni: un presidio imprescindibile nella lotta alla povertà, nell’assistenza agli emarginati, agli ultimi tra gli ultimi, nei bassifondi della città. Alla tavola imbandita hanno trovato posto anche alcuni detenuti e immigrati in rappresentanza di quegli «scartati» dalla società dei consumi che a Francesco stanno particolarmente a cuore.

La Missione conta oggi tre comunità. La prima accoglie i poveri, la seconda donne singole e madri con bambini. La terza, presso l'ex caserma dell'aeronautica di via Decollati, in una delle zone più povere del capoluogo siciliano, ospita 700 extracomunitari. Ed è qui che Francesco è venuto a pranzare, accolto dai responsabili della comunità che indossano sai verde olivo: fra Biagio, cappuccio in testa e crocifisso di legno legato alla cintura, aiutandosi col bastone, si è inginocchiato davanti al Pontefice, che lo ha abbracciato. Poi insieme si sono diretti verso un coro composto da bambini e migranti in maglia verde, sulla quale era scritto «Ogni uomo è mio fratello». Sul pavimento i mosaici di una colomba, di una stella di Davide e di una mezzaluna islamica indicano la vocazione interreligiosa del luogo. Sulle note di una struggente melodia, accompagnati da chitarra e tastiera elettronica, le voci dei bimbi hanno intonato un canto che parla di «mare e occhi verso il cielo» per andare «tutti insieme dove Dio vorrà». Del resto, hanno gridato all’unisono, le differenze tra gli uomini permettono di costruire «un mondo migliore». Prima di lasciare la missione il Pontefice ha sostato nella cappella significativamente detta “chiesa dei popoli” e ha benedetto una statua a grandezza naturale raffigurante don Puglisi che abbraccia due dei suoi ragazzi.

La giornata siciliana di Francesco era iniziata alcune ore prima a Sigonella, dove nello scalo Cosimo di Palma è atterrato l’aereo dell’Aeronautica militare italiana decollato di buon mattino dall’aeroporto di Roma-Ciampino, raggiunto dal Pontefice in automobile. Accompagnato dall’arcivescovo Gänswein, prefetto della Casa Pontificia, dai monsignori Borgia, assessore della Segreteria di Stato, e Sapienza, reggente della Prefettura, e dagli aiutanti di camera Mariotti e Zanetti, in elicottero il Papa si è quindi trasferito a Piazza Armerina, la piccola diocesi della Sicilia centrale, scelta come prima meta della visita pastorale nell’isola. Accolto nel campo sportivo San Ippolito dal vescovo Rosario Gisana, dal sindaco Filippo Miroddi e dal prefetto di Enna, Maria Rita Leonardi, il Papa si è recato in automobile in piazza Europa, per incontrare i fedeli del territorio, segnato da piaghe e problematiche come il sottosviluppo e la disoccupazione, e dissanguato dall’emigrazione. Proprio qui, appena un mese prima di essere ucciso, trascorse alcuni giorni don Puglisi, venuto a incontrare i giovani che erano suoi alunni al seminario maggiore di Palermo.

È stata una sosta di circa un’ora in cui il Pontefice si è rivolto soprattutto alle nuove generazioni — che hanno ricambiato con canti di gioia — esortando a non perdere la speranza, nonostante le molteplici difficoltà, e a non recidere i legami con gli anziani, in cui si trovano le radici di una storia di fede ricca di figure esemplari. Come quelle di sant’Elia di Enna, monaco italo-greco vissuto nel medioevo, venerato anche dalla Chiesa ortodossa; del beato Girolamo De Angelis, gesuita martire in Giappone nel 1623, e del servo di Dio Mario Sturzo — fratello maggiore del più noto don Luigi — che fu vescovo di Piazza Armerina dal 1903 fino alla morte, avvenuta nel 1941.

dal nostro inviato Gianluca Biccini

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23 maggio 2019

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