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Appelli al dialogo in Catalogna

· ​Si inasprisce il confronto dopo la giornata del referendum ·

«La violenza in Catalogna è deplorevole. Dobbiamo trovare una via pacifica e democratica per uscire dalla situazione che stiamo vivendo». Con queste parole l’arcivescovo di Barcellona, cardinale Juan José Omella, ha chiesto che si torni al dialogo nella regione spagnola dove ieri si è tenuto tra i disordini il referendum per l’indipendenza. Una consultazione che il governo centrale di Madrid ha cercato di bloccare mobilitando le forze dell’ordine. Unendosi all’appello alla pace lanciato dall’arcivescovo di Tarragona, Jaume Pujol Balcells, Omella ha espresso preoccupazione per una crisi che rischia di aggravarsi per il confronto molto acceso tra Carles Puigdemont, presidente della Generalitat, e il capo del governo spagnolo, Mariano Rajoy. Mentre le autorità di Barcellona sembrano decise a proclamare unilateralmente l’indipendenza, Madrid ribadisce infatti che la consultazione è incostituzionale e priva di qualsiasi fondamento giuridico. Ieri la polizia spagnola è intervenuta in centinaia di seggi elettorali per impedire lo svolgimento del referendum. Molti i feriti nei tafferugli che sono seguiti. Secondo gli organizzatori, alle urne si sono recate oltre due milioni di persone, il 42,3 per cento degli aventi diritto. Oltre il 90 per cento dei votanti hanno risposto sì al quesito «vuoi che la Catalogna diventi uno stato indipendente in forma di repubblica?», anche se mancano conferme indipendenti e certe sull’adesione al voto mentre divampano le polemiche su possibili brogli e sull’uso spregiudicato di notizie e immagini false. Il leader catalano ha sostenuto che la regione «si è guadagnato il diritto a essere uno stato indipendente» e ha annunciato che trasmetterà al parlamento locale il risultato della consultazione in modo che lo applichi. Il portavoce del governo spagnolo, Íñigo Méndez de Vigo, ha da parte sua ribadito che l’Ue non riconoscerà un’eventuale dichiarazione unilaterale di indipendenza della Catalogna, perché «per l’Europa significherebbe un pasticcio» di enormi proporzioni. 

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25 maggio 2019

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