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Apostolo del concilio

· Giovanni Paolo I nel ricordo del cardinale Parolin ·

Jean Guitton «Giovanni e Pietro  davanti al concilio»

Giovanni Paolo I «non è stato il passaggio di una meteora che si spegne dopo il breve tragitto», ma «è rimasto nel tempo come forte e indeclinabile testimonianza di ciò che è l’essenza, il fondamento autentico del vivere nella Chiesa e per la Chiesa»: egli «ha concorso a rafforzare il disegno di una Chiesa conciliare vicina al dolore delle genti e alla loro sete di carità». Così il cardinale Pietro Parolin ha sintetizzato il breve pontificato di Albino Luciani — «la cui importanza è inversamente proporzionale alla durata» — intervenendo, la mattina di martedì 13 marzo a Venezia, nella sala convegni di Sant’Apollonia, alla presentazione del libro di Stefania Falasca Papa Luciani. Cronaca di una morte, per il quale il segretario di Stato ha scritto la prefazione (Milano, Piemme, 2017, pagine 252, euro 17). All’incontro sono intervenuti anche il patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia, lo storico Gianpaolo Romanato e la nipote di Albino Luciani, Lina Petri.

Quello di Giovanni Paolo I, ha sottolineato il porporato, è stato un messaggio prezioso, profondo, «straordinariamente attuale», ma purtroppo «rimasto troppo spesso oscurato dalle teorie e dai sospetti sulla sua morte». Occorre invece, ha aggiunto rendendo omaggio al lavoro di Falasca, vicepostulatrice della causa di canonizzazione, lasciarsi guidare dallo «studio rigoroso dei fatti sulla base delle fonti», dal «riscontro documentale e il confronto asciutto e puntuale delle prove testimoniali». Se ci si lascia guidare da questi criteri e si mettono da parte travisamenti e «ricostruzioni noires», si può quindi «restituire» l’effettiva «valenza storica» di Papa Luciani con un atto di «doverosa memoria».

È per questo che il cardinale Parolin ha fatto rapido cenno alla «tarda sera del 28 settembre 1978», quando «Giovanni Paolo I se ne andò umilmente in punta di piedi», e si è invece soffermato sui fatti, sulla storia. E la storia, ha sottolineato il segretario di Stato, parla di un vero e proprio «apostolo del concilio».

Il conclave radunato per eleggere il successore di Paolo VI, ha spiegato il porporato, «era il primo dopo la conclusione del Vaticano II. Quell’elezione voleva significare la volontà di progredire nell’attuazione degli orientamenti». Perciò i cardinali mirarono «alla virtù dirimente della pastoralità» nell’elezione di Luciani, il quale «non venne scelto per essere un pastore, ma perché lo era». Giovanni Paolo I, ha aggiunto il cardinale Parolin, «ha fatto progredire la Chiesa lungo la dorsale di quelle che sono le strade maestre indicate dal concilio: la risalita alle sorgenti del Vangelo e una rinnovata missionarietà, la collegialità episcopale, il servizio nella povertà ecclesiale, il dialogo con la contemporaneità, la ricerca dell’unità con le Chiese cristiane, il dialogo interreligioso, la ricerca della pace».

Su quest’ultimo punto si è soffermato in maniera particolare il segretario di Stato: «il favorire la riconciliazione e la fratellanza tra i popoli è — insieme all’impegno ecumenico e interreligioso — posto a priorità nel discorso programmatico di Giovanni Paolo I». Il porporato ha ricordato l’allocuzione al corpo diplomatico, il discorso ai rappresentanti delle missioni internazionali, la lettera indirizzata ai vescovi delle conferenze episcopali dell’Argentina e del Cile (quando la mediazione della Santa Sede evitò lo scontro armato tra i due paesi), ma soprattutto «l’appoggio ai colloqui di pace che dal 5 al 17 settembre impegnarono a Camp David il presidente americano Jimmy Carter, il presidente egiziano Anwar el Sadat e il premier israeliano Menachem Begin». Alla riuscita del summit, tra l’altro, Papa Luciani dedicò il famoso Angelus domenicale in cui disse che «Dio è papà, più ancora è madre».

Il segretario di Stato ha citato vari documenti, fra i quali anche lo scambio epistolare tra il Pontefice e il presidente Carter al termine del summit. In esso, tra l’altro, il Papa assicurava la collaborazione della Santa Sede, «con ogni possibile mezzo compatibile con la sua attività», per arrivare a «una definitiva soluzione del problema del Medio oriente e della piena riconciliazione dei popoli che tanto hanno sofferto per il triste e prolungato conflitto».

Anche da questi dati documentali, ha sottolineato il cardinale Parolin, emergono «i tratti salienti di un magistero conciliare» contrassegnato da «prossimità, umiltà, semplicità, insistenza sulla misericordia di Dio, sulla fraterna solidarietà e l’amore del prossimo». L’auspicio del porporato è stato che «la costituzione di una nuova fondazione ad hoc possa doverosamente assolvere al compito non solo di tutelare tutto il patrimonio degli scritti e dell’opera di Giovanni Paolo I, ma anche di incentivare lo studio sistematico e la diffusione del suo pensiero e della sua spiritualità».

Una ricchezza che Papa Luciani ha elargito, nel rapido succedersi di quei trentatré giorni, secondo quello stile che era emerso sin dalla sua elezione. Uno stile richiamato dal segretario di Stato citando il cardinale argentino Eduardo Francisco Pironio, il quale ricordava così quel giorno in conclave: «Ero proprio di fronte a lui, e lo guardavo. Ed eravamo tutti i cardinali in attesa del suo sì. Il suo sì a Cristo, un sì alla Chiesa come servitore, un sì all’umanità come pastore buono. Io l’ho visto con una serenità profonda, che proveniva da un’interiorità che non si improvvisa».

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