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Apostolato on air

· Cinquant’anni fa, il 21 settembre 1961, moriva il gesuita Filippo Soccorsi che dal 1934 al 1953 aveva diretto Radio Vaticana ·

E Pio XII sollecitò la costituzione dell’ufficio informativo per la ricerca di dispersi e prigionieri

Quando alla fine degli anni Cinquanta, scolaro non troppo diligente, mi recavo presso lo studentato dei gesuiti al Gesù di Roma da zio Filippo per le lezioni supplementari di algebra, non sapevo chi fosse davvero padre Filippo Soccorsi. Solo molti anni dopo ho compreso appieno la sua vita dedicata al servizio della Chiesa.

Era nato il 26 marzo 1900 da una famiglia di tradizione papalina appartenente al cosiddetto «generone romano», i cui componenti erano professionisti o tecnici dell’amministrazione pontificia per lo più imparentati tra di loro. Suo padre, l’ingegnere Ludovico Soccorsi era infatti cugino o biscugino con i Guerrieri, i Guidi, i Pediconi, i Millefiorini, gli Ermini, i Rebecchini, i Caldani. Quasi tutti abitavano nel cuore di Roma, in quell’area compresa tra piazza Campitelli e piazza della Rotonda, lo stesso rione dove era nato Eugenio Pacelli, poi Papa Pio XII.

Filippo Soccorsi seguì gli studi classici al Collegio Romano dei gesuiti, istituito nel XVI secolo come scuola di formazione dell’élite dirigente pontificia e ancora nel Novecento luogo di grande fama e prestigio. «Suscitò un certo scalpore — scrive Fernando Bea nel suo libro Qui Radio Vaticana. Mezzo secolo della Radio del Papa (1981) — quando decise di seguire la vita religiosa. Alto, elegante, distinto nei modi, nessuno se lo aspettava».

Nel 1922, dopo aver conseguito la laurea in matematica e fisica all’università di Roma, entrò nella Provincia torinese della Compagnia di Gesù. Il padre non ne fu contento, essendo Filippo il primogenito maschio di una famiglia numerosa con molte figlie femmine e lo trattò freddamente per molti anni. Almeno così si diceva in famiglia. Ebbe compagni di studi Enrico Fermi, Edoardo Amaldi e i «giovani di via Panisperna». Ordinato sacerdote nel 1931, emise la professione solenne il 15 agosto 1938.

Su «L’Osservatore Romano» del 23-24 ottobre 1961, il gesuita Filippo Selvaggi ricorda che a 34 anni Soccorsi fu chiamato da Pio XI alla direzione della Radio Vaticana. Ne erano trascorsi solo tre, da quando padre Gianfranceschi con la preziosa assistenza e il fattivo sostegno di Guglielmo Marconi aveva inaugurato la Radio Vaticana.

Padre Soccorsi nei diciannove anni della sua direzione si impegnò per trasformare la piccola stazione radio in un centro di diffusione e di informazione permanente e universale, con attività radiofonica plurilingue e programmi regolari di informazione cattolica. Nel 1936 per le sue finalità universali la Radio Vaticana ottenne il riconoscimento come membro dell’Unione internazionale di radio diffusione.

Lo scoppio della seconda guerra mondiale impose nuove esigenze e padre Soccorsi si adoperò perché l’emittente vaticana restasse sempre una voce libera. Sempre Bea ricorda come in un’informativa confidenziale del 1940 della Polizia italiana, intitolata «Radio Vaticana», padre Soccorsi «veniva definito uomo (...) di sentimenti contrari al Regime, odio acerrimo contro la Germania (nazista) e il suo Capo».

Pio XII volle all’epoca istituire un ufficio di informazioni internazionali — coordinato da monsignor Giovanni Battista Montini — allo scopo di rispondere agli appelli che dalle due parti del fronte chiedevano notizie dei congiunti combattenti, civili prigionieri o dispersi. Tra il 1940 e il 1946 la radio divenne uno strumento essenziale di questa iniziativa trasmettendo oltre un milione e duecentomila messaggi in più di dodicimila ore. Era la testimonianza tangibile della fraterna carità del Papa e anche dello sforzo organizzativo del direttore e dei suoi collaboratori.

«L’Osservatore Romano», in un articolo di monsignor Civardi del 12 agosto 1942, definì l’opera della Radio Vaticana «un Apostolato radiofonico» che svolgeva la sua azione di pace al di sopra delle parti e per il bene dei più bisognosi. In quegli anni difficili padre Soccorsi si adoperò per aiutare i rifugiati in Vaticano, impiegandone molti come addetti al servizio della radio. Durante i bombardamenti al quartiere Prenestino, tra i tanti valorosi parroci romani che accorsero in aiuto dei colpiti, il direttore della Radio Vaticana era presente insieme ai suoi collaboratori, padre Pellegrino e padre Gallo.

Nel dopoguerra — scrive sempre Selvaggi — si adoperò per l’ammodernamento e il potenziamento degli impianti già esistenti all’interno della Città del Vaticano; Tra il 1950 e il 1952 si dedicò alla progettazione fuori dei confini del Vaticano di un nuovo e più potente impianto. Nacquero gli stabilimenti radiofonici di Santa Maria di Galeria e da quel momento al progetto impegnerà ogni sua energia, in una visione della radio come fondamentale strumento di educazione civile e religiosa. Lavorò alla stesura dell’accordo tra la Santa Sede e la Repubblica italiana in materia di radiofrequenza, accordo ratificato nell’anno seguente dal suo successore padre Antonio Stefanizzi.

Il 14 marzo 1953 infatti per atto del Pontefice lasciava la carica di direttore della Radio Vaticana e da allora, fino alla fine dei suoi giorni, si dedicò agli studi scientifico-filosofici, al loro approfondimento e alla loro divulgazione, in qualità di docente della Pontificia Università Gregoriana, ruolo che ricopriva fin dal 1934. Pubblicò una trilogia completa sulle sue materie di insegnamento e cioè la teoria atomica e la fisica nucleare con il volume De vi cognitionis humane in scientia physica , a cui si aggiunse la parte sulla energia, i principi della termodinamica e dell’elettromagnetismo con il volume De physica quantica e infine con il terzo volume De geometriis et spatiis non Euclideis . Erano gli stessi anni in cui mi accoglieva sorridendo al Gesù per i compiti da fare, anche se questo l’ho capito molto tempo dopo.

Ma, prima che scienziato e studioso, padre Soccorsi era un religioso e un sacerdote. Negli ultimi anni della sua vita è stato direttore spirituale dello studentato dei gesuiti al Gesù di Roma. Aveva per anni esercitato il suo apostolato come confessore e predicatore tra i giovani dell’istituto Massimo, nella parrocchia di San Roberto Bellarmino e presso l’Opera Regina Apostolorum, ai romani più nota come l’Ora di monsignor D’Avack. Ogni sabato passava ore e ore nel confessionale della Chiesa di Sant’Ignazio. Un mio ricordo privato risale a quando in veste di giovane chierichetto servivo messa a zio Filippo nella Cappella Soccorsi di piazza Paganica ed egli, con amorosa benevolenza, non mi rimproverava se sbagliavo nel tintinnare il campanello.

Fu da tutti, collaboratori, redattori, dipendenti della Radio, studenti, i tanti parenti di quel generone romano, venerato per la sua umiltà, la sincera semplicità, per la sua intima unione con Dio.

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