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Apostola a ogni costo

· In Sardegna la beatificazione di Elisabetta Sanna (1788-1857) ·

Per tutta la vita spese le sue energie nell’apostolato per realizzare la sua più grande aspirazione: «Vorrei pieno il Cielo, svuotato il Purgatorio, chiuso l’Inferno». È Elisabetta Sanna, laica e terziaria professa sarda, che il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, beatifica in rappresentanza di Papa Francesco sabato 17 settembre a Codrongianos.

Francesco Becciu, «Elisabetta Sanna» (Sassari, chiesa del Rosario)

Proprio in questo piccolo comune del Sassaritano, Elisabetta era nata nel 1788, seconda di nove figli, in una famiglia di agiati contadini. Il padre era sindaco del paese; uno dei fratelli, Antonio Luigi, sacerdote. All’età di tre mesi, la piccola fu colpita dal vaiolo, a causa del quale non poté più sollevare le braccia; muoveva le dita e i polsi, ma non poteva portare con le mani il cibo alla bocca, né farsi il segno della Croce, né pettinarsi, lavarsi la faccia, cambiarsi gli abiti; poteva, però, impastare il pane, infornarlo e sfornarlo. E nonostante l’evidente svantaggio fisico, fu chiesta presto in sposa.

Dal matrimonio nacquero sette figli, cinque dei quali sopravvissero. La madre riuscì ad allevarli nel migliore dei modi e oltre a loro educò anche i bambini del paese, catechizzandoli e preparandoli ai sacramenti. La sua casa era aperta soprattutto alle donne desiderose di imparare canti e preghiere. Dopo 17 anni di vita coniugale, nel 1825 morì il marito. Don Antonio Luigi fece grandi elogi della prudenza e del coraggio della sorella che non si disperò, ma seppe educare i figli, guidare i lavori dei campi, curare le mansioni domestiche, aiutare i bisognosi e visitare spesso la Madonna di Saccargia.

Sebbene trascorresse tanto tempo in chiesa, la sua casa era sempre in ordine e diventò ben presto un piccolo oratorio. Crescendo nella vita spirituale, la vedova Elisabetta fece voto di perpetua castità e, incoraggiata dal predicatore quaresimale, decise d’intraprendere un pellegrinaggio in Terra Santa, insieme al suo confessore don Giuseppe Valle. Durante il viaggio, il progetto si rivelò impossibile e i pellegrini si recarono a Roma.

Qualche tempo dopo, nell’Urbe, Elisabetta conobbe in modo straordinario san Vincenzo Pallotti e si affidò alla sua direzione spirituale. Fu lui che comunicò a don Antonio Luigi che la sorella, al momento, non poteva viaggiare per motivi di salute e che sarebbe tornata in Sardegna appena fosse stata meglio. In realtà, il male si inasprì e il ritorno non fu più possibile. Quando morì nel 1857, la sua fama di santità era così grande che, dopo quattro mesi, iniziò il processo di beatificazione.

Elisabetta del resto aveva ricevuto in famiglia una profonda educazione cristiana, in cui perseverò per tutta la vita. Il fratello ha lasciato testimonianze delle preghiere fatte insieme a casa, della recita del Rosario, della partecipazione alle celebrazioni e dell’aiuto prestato ai poveri. La fede, la speranza e la preghiera di Elisabetta si univano all’amore verso il prossimo, in modo particolare ai più bisognosi e alla propria famiglia. Da fanciulla, incoraggiata dal padre, fu generosa verso gli indigenti; a 15 anni dirigeva le adunanze delle ragazze, delle quali era anche catechista. Da vedova, pur avendo solo un piccolo alloggio per la sua numerosa famiglia, ospitò una giovane, rimasta vedova anch’ella, che aveva preso una strada sbagliata, finché non fu redenta. A Roma accudiva i bisognosi di beni materiali e spirituali; assisteva gli ammalati in ospedale e nelle loro case, anche a costo di ricevere da qualcuno segni di ingratitudine.

Ma anche alla sua famiglia manifestò un grande amore: dopo la morte del marito, ogni domenica si recava con i figli all’oratorio di Santa Croce, dove si trovava la tomba del consorte; recitava genuflessa il rosario e invocava la Regina degli angeli e dei santi.

San Vincenzo Pallotti ricordò a tutti i cristiani la loro responsabilità per l’evangelizzazione del mondo. Tutti sono chiamati all’apostolato, cioè a fare: «quanto ciascuno può e deve per la maggiore gloria di Dio, e per la propria e altrui eterna salvezza». Ed Elisabetta indirizzò realmente tutto ciò che aveva e faceva alla gloria di Dio e al bene del prossimo; tanto che la sua vita divenne una consapevole partecipazione all’apostolato della Chiesa. Pregava per le necessità dei bisognosi, per i malati, per i defunti e per la conversione dei peccatori, implorando Dio che tutti fossero salvi. All’apostolato pallottino serviva molto il dono del suo discernimento spirituale, di cui faceva uso per aiutare le numerose persone che ricorrevano a lei. Nella sua povera soffitta romana, davanti al quadro della Virgo potens, pregava con i suoi ospiti e dava loro sapienti consigli. Fra chi vi ricorreva c’era gente d’ogni classe sociale, lo stesso san Vincenzo e il cardinale Soglia. Anche la sua appartenenza all’ordine francescano secolare (allora terz’ordine francescano) e all’unione dell’apostolato cattolico, era servizio apostolico alla Chiesa, ed era così grande che il Pallotti, nei confronti della sua società, poteva dire: «Due sono quelli che hanno mandato innanzi sinora il nostro Istituto: una povera che è Elisabetta Sanna; l’altro è il cardinale Lambruschini». Una parte delle sue numerose sofferenze era legata all’impossibilità di tornare in famiglia, un’altra alle malattie e altre alle vessazioni del demonio. Ed Elisabetta le offriva, insieme alle preghiere e alle pratiche di penitenza, come espiazione per i peccati e per implorare la salvezza di tutti. Seguendo l’esempio di Vincenzo Pallotti, pregava anche e offriva le sue sofferenze per l’unità dei cristiani, perché di tutto il mondo si facesse un solo ovile.

E l’atteggiamento quotidiano di Elisabetta nelle difficoltà e nelle sofferenze è quanto mai significativo per i cristiani di oggi. Lei non potendo ritornare in famiglia, soffriva e piangeva molto, ma non si scoraggiò; seppe affidarsi a Dio, accettare la nuova situazione e servire gli altri, rimanendo sempre fedele al Vangelo e alla Chiesa. Secondo diverse testimonianze, il suo dolore ebbe tregua quando seppe che la famiglia era in uno stato migliore di quando lei l’aveva lasciata. Come prova schiacciante che aveva intenzione di tornare in famiglia, ci sono le sue parole pronunciate sotto giuramento nel 1852, in qualità di testimone nel processo di beatificazione di Vincenzo Pallotti.

di Jan Korycki
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