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Apologia del chiaroscuro

· La difficile arte del restauro ·

Voler distinguere nel restauro tra interventi corretti e interventi errati somiglierebbe alla pretesa di separare in categorie le persone, piuttosto che limitarsi a cercare di farlo a fatica con le azioni, le abitudini di ciascuno, a partire dalle proprie.

Quindi nel campo della tutela e della conservazione del patrimonio — come in ogni altro ambito nel quale si voglia fuggire l’integralismo, il fanatismo, lo schematismo manicheo, la presunzione, l’arroganza — si può utilmente partire da una socratica sicurezza dell’incertezza. Infatti, perfino parlare di interventi migliorativi e interventi peggiorativi è arduo, se nel far questo si cerca di separare nettamente le due categorie.

La realtà è sempre complessa e si presenta come coesistenza degli opposti: a ben vedere possiamo dire che ogni intervento — e perfino l’assenza di intervento — sia al tempo stesso una scelta migliorativa e peggiorativa. Infatti non vi è dilemma che, a volerlo davvero affrontare seriamente, non richieda una valutazione preliminare dei pro e dei contro. Vantaggi e inconvenienti: sia i primi, sia i secondi — se si tenta di procedere con animo leale e sereno, sgombro da pregiudizi — non mancano mai. Così che ogni scelta, ogni realtà praticabile tra quelle che possiamo partecipare a costruire, appare di nuovo come una parte simile al tutto: anche in essa troveremo immancabilmente — o a ben vedere potremo sempre trovare — qualcosa di desiderato e desiderabile e qualcosa di non voluto, perfino di esecrabile.

Per questo scegliere e fare è così difficile e a volte appare addirittura quasi vano: si torna sempre punto e daccapo. Questo però non vuol dire che le due metà del mondo, per quanto interconnesse, inscindibili, non si possano valutare, preventivamente, in corso d’opera e a posteriori, che non si debbano ponderare, optando per quelle soluzioni che tutto — o quasi tutto — compreso appaiono attimo per attimo preferibili. Non è un capriccio, ma l’unico esercizio possibile della responsabilità e del giudizio. Giudizio che ognuno deve certo coltivare ed esercitare, ma che di fronte ai massimi capolavori merita la tutela e la supervisione di un particolare magistero, auspicabilmente collegiale.

I pregi del poco, nella ricerca del minimo intervento, consistono infatti non solo nel non recare disturbo, nel limitare intrinsecamente gli effetti indesiderati o sottovalutati, non preventivati, quanto e soprattutto nell’imporre a sé e nel proporre ad altri un cambiamento di visuale rispetto a quella imperante e corrente: guarderemo allora, in una scelta di logica essenziale, austera, povera, non più alle quantità, ma una volta tanto soprattutto alle qualità. E se agiamo invece pigramente sul molto, questo alleggerimento ci sarà assai più difficile da capire.

Qualche esempio di queste inevitabili e inscindibili compresenze si può tentare di farlo: si restaura per conservare l’opera altrui o per ostentare la propria? Per prendere e possedere, marchiare o per dare, contemplare? Per avere o per l’incanto? Per garantire la continuità di una tradizione o la sorpresa di un cambiamento? Il più delle volte si tratta di entrambe le cose assieme, sia pure in misure caso per caso molto variabili.

Fra tetti che crollano per escavazioni eccessive, fra capolavori rimasti alle intemperie, fra accanimenti terapeutici che si traducono in complicità dissennate con l’opera del tempo — a volte si perde in un’ora quello che avrebbe egregiamente resistito ancora per secoli, a lasciarlo indisturbato — fra demolizioni immotivate, fra cambiamenti e mutamenti introdotti per vero e proprio capriccio, fini a sé stessi, con aggiunte incongrue, talora per una complicità tra committenza ed esecutori, i restauri (o millantati tali) troppo spesso si rivelano ben lungi dal garantire il rispetto di chi non c’è più, congiunto insieme al riguardo per chi non c’è ancora. E non c’è supervisione che tenga se non c’è affiancamento e umile ascolto.

Non resta che ripristinare — non a parole, ma nei fatti — il cartello affisso da Bartolo Vanni durante la sua opera al Camposanto di Pisa: «Coloro che trovassero qualche difetto in questo lavoro sono pregati di esprimere la propria opinione, che sarà accolta con riconoscenza». 

di Francesco Scoppola

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26 maggio 2019

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