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In difesa delle lingue morte

· Un fenomeno nuovo nell’editoria italiana ·

Negli annali dell’editoria italiana il 2016 potrebbe essere registrato come l’arco temporale in cui si è assistito a una delle più spettacolari fioriture di saggi orientati verso una nuova “apologetica” delle cosiddette “lingue morte”: il greco e il latino, considerati sia sotto il profilo glottologico sia in connessione con i rispettivi, inestimabili patrimoni letterari. Si direbbe che proprio per reagire all’accentuarsi di quelle politiche scolastiche che Nuccio Ordine ha stigmatizzato come «martellanti campagne denigratorie ai danni del liceo classico», innescate da una spinta “utilitaristica” verso indirizzi che garantirebbero un sicuro sbocco professionale, si sia schierato a difesa della classicità greco-latina un manipolo di apologeti tanto agguerriti quanto appassionati. E il successo — di critica e di pubblico — riscosso dai loro libri testimonia quanto sia “sentito” in Italia, nonostante l’impetuoso vento contrario, il problema della conservazione, del rinvigorimento, del rinnovamento degli studi incentrati su una (storicamente) remota ma pur sempre (culturalmente) prossima, anzi ancora attuale civiltà linguistico-letteraria. 

La statua di Tacito davanti al parlamento di Vienna

Sul fronte dei latinisti, un primo deciso contrattacco è stato sferrato, nel mese di maggio, da Nicola Gardini con la sua impavida dichiarazione d’amore, edita da Garzanti, per quella lingua «limpidissima e abissale»: quasi una professione di fede, puntellata da persuasive argomentazioni e sostanziata da un nutrito catalogo di poeti e prosatori prediletti che consente all’autore di sfoderare il suo virtuosismo di traduttore-interprete. Nel titolo stesso, Viva il latino, e nel sottotitolo, Storie e bellezza di una lingua inutile, risuona una nota provocatoriamente squillante, in cui si riflette il polemico entusiasmo dello studioso con cattedra a Oxford. In questa sede, tuttavia, non occorre diffondersi sui contenuti di un volume già ampiamente analizzato in un precedente articolo.
Combatte lo stesso bonum certamen, ma da posizione più spiccatamente scientifica, e con sapiente bilanciamento tra filosofia e filologia, Ivano Dionigi, ordinario di Lingua e letteratura latina, già rettore dell’università di Bologna, nonché presidente della Pontificia Accademia di Latinità. Triplice è, come emerge da Il presente non basta, pubblicato presso Mondadori in settembre (pagine 114, euro 16), il prezioso, inestinguibile retaggio offerto dalla «lezione del latino» non solo al nostro paese ma all’intera Europa della concordia in varietate. Il magistero dei grandi auctores di Roma antica ci tramanda anzitutto il valore assoluto, il «primato» di una «parola» che il dominio dell’ars dicendi rende supremamente — e anche per noi istruttivamente — dinamica e concreta, duttile e pregnante: Orazio, Tacito e in particolare Seneca, «innovatore linguistico», docent. Secondo lascito proveniente dalla latinità è poi la «centralità del tempo», rispecchiata dalla ferrea consecutio temporum. Del tempo, della vita, fondamentale è la qualità: non diu (a lungo) esse, ma diu vivere è ciò che conta nella visuale di Seneca, pur nella consapevolezza che «si muore ogni giorno» (cotidie morimur). Il terzo elemento ereditario, che ci viene proposto come ideale modello civile, è infine «la nobiltà della politica»: il senso dello Stato, l’orgoglio di appartenere al populus Romanus, la partecipazione al governo della res publica sulla base di un responsabile esercizio della virtus, di un impegno etico e insieme religioso. Dato atto alla Chiesa di aver perpetuato fino ai nostri giorni la conoscenza e l’impiego del latino, Dionigi conclude la sua apologia invocando un’alleanza, nell’era di internet, fra comunità scientifiche e discipline umanistiche. Ai nostri filologi classici è affidato, come ricercatori e come docenti, «un compito analogo a quello che nel medioevo ebbero i monaci benedettini nella trasmissione dei codici».
Chi abbia studiato il greco antico sui banchi del liceo classico si trova di solito nella vita, dopo l’esame di maturità, di fronte a un’alternativa secca: continuare a odiarlo e relegarlo nell’oblio, per effetto collaterale di un’overdose di indigeste regole grammaticali, di complicati paradigmi verbali; oppure continuare ad amarlo, magari approfondendolo in ambito universitario, sia come lingua dotata di una sintetica eleganza formale, sia come codice incaricato di veicolare un pensiero, un sapere, una letteratura che costituiscono i mirabili archetipi di ogni espressione culturale lungo il cammino storico dell’occidente. Andrea Marcolongo — che, a dispetto del nome di battesimo maschile, è una giovane grecista cosmopolita, nata a Livorno e laureatasi all’università degli Studi di Milano — confessa di essersene innamorata fin dall’approdo al ginnasio, grazie al capitale di fatica, passione, ostinazione investito nello sforzo di comprenderne razionalmente la bellezza. Fino ad acquisire gli strumenti giusti per insegnarlo con metodo non convenzionale, non dogmatico, ma inventivo e piacevolmente moderno. E di tale sua vocazione rende conto, con spigliata freschezza, in un libro che tutto è fuorché un manuale di grammatica e sintassi: La lingua geniale. Nove ragioni per amare il greco (Roma-Bari, Laterza, 2016, pagine xvi, 160, euro 15).
Con tono affabilmente discorsivo, agli antipodi di un tecnicismo accademico fin troppo diffuso, Marcolongo s’impegna a dipingere dell’idioma da lei adorato — e, di riflesso, delle sue incarnazioni letterarie — un’immagine quanto più possibile inedita e accattivante. L’importanza della posta in gioco, la missione di scaricare dalle spalle degli studenti il fardello di un’obsoleta tradizione didattica, giustifica qualche lieve forzatura: ad esempio, l’enfasi posta sulla categoria dell’aspetto, cioè sulla qualità dell’azione, piuttosto che sul valore temporale — non così subalterno, in realtà — dei verbi greci. Ma la maggior parte delle sottolineature morfologiche “controcorrente”, spesso suffragate da pertinenti traduzioni di brani esemplari, colgono nel segno, mettendo in luce strutture e meccanismi (a volte trascurati dai programmi scolastici) che giovano a stabilire più strette connessioni tra il greco e l’italiano. Ulteriore incisività imprimono alla già vivace esposizione “teorica” sia aneddoti autobiografici venati d’ironia, sia “finestre” ovvero (per analogia con l’ambiente informatico) link tematici dedicati a concetti-chiave della storia e della civiltà elleniche: scrittura, colori, poesia... Né mancano, in clima divulgativo, incursioni comparative in altri campi linguistici anche moderni. Ogni pagina finisce così per convergere su una prospettiva di indole esistenziale: lo studio del greco «contribuisce a sviluppare il talento di vivere, di amare e di faticare, di scegliere e di assumersi la responsabilità di successi e fallimenti».
Ordinario di letteratura italiana nell’università della Calabria, visiting professor in vari atenei stranieri, insignito di prestigiose onorificenze in patria e all’estero, direttore di collane di classici in Italia e in Francia, Nuccio Ordine ha riscosso in anni recenti un plauso unanime, da parte degli intellettuali (George Steiner: «un piccolo capolavoro di originalità e chiarezza») come dei semplici lettori colti (15 edizioni Bompiani tra il 2013 e il 2016), con il «manifesto» L’utilità dell’inutile. Scandagliando l’oceano della filosofia e della letteratura classiche da Platone e Seneca fino al Novecento, l’eclettico saggista ha raccolto un thesaurus di testimonianze a sostegno di una tesi che presuppone la salvaguardia del latino e del greco in quanto materie per eccellenza formative: si tratta, cioè, di rivendicare l’utilità antropologica, educativa, spirituale di tutte quelle discipline, umanistiche ma anche scientifiche, che la dittatura della ratio economica e della tecnocrazia riduce, in nome del dio profitto, a saperi “inutili”, minacciando in tal modo di «uccidere la memoria del passato, la libera ricerca, la fantasia, l’arte, il pensiero critico e l’orizzonte civile». Occorre scongiurare, insomma, il pericolo mortale di una deriva verso la «desertificazione dello spirito»

di Marco Beck

 

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19 maggio 2019

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