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Antropologia cristiana
della persona

Il nuovo documento della Congregazione per l’educazione cattolica Maschio e femmina li creò. Per una via di dialogo sulla questione del gender nell’educazione (9 febbraio 2019) si presenta come un ulteriore prezioso contributo di riflessione (che va ad aggiungersi ad altri elaborati in precedenza) utile a «orientare e sostenere quanti sono impegnati nell’educazione delle nuove generazioni» (n. 5). Il focus del documento è certamente su una delle «questioni oggi più dibattute circa la sessualità umana», la questione del gender nell’educazione, come richiamato già dal titolo. Tuttavia, la riflessione articolata nel documento assume un respiro più ampio: l’«emergenza educativa», che ci troviamo ad affrontare e che scaturisce da una società e da una cultura sempre più povere di evidenze e valori condivisi, sembra ormai accomunare tanto giovani in formazione quanto gli adulti che li dovrebbero educare nella medesima percezione di vivere come «sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina» (Ef 4, 14). Questa emergenza denota — per dirla con le parole di papa Benedetto XVI  — una vera e propria «carenza antropologica», che tende a farci dimenticare che la persona umana «è un essere integrale e non una somma di elementi che si possono isolare e manipolare a proprio piacimento» (Discorso del Santo Padre Benedetto XVI ai nuovi ambasciatori non residenti accreditati presso la Santa Sede, Sala Clementina, 13 dicembre 2012).

Di fronte a questa carenza antropologica che determina il «disorientamento antropologico che caratterizza diffusamente il clima culturale del nostro tempo» (n. 1), la Chiesa, con questo nuovo documento, assume e invita ad assumere un atteggiamento di ascolto, di riflessione e di proposta per «intraprendere la via del dialogo sulla questione del gender nell’educazione» (n. 6). E proprio per questo il documento si articola in tre sezioni: Ascoltare nn. 8-23; Ragionare, nn. 24-29; Proporre, nn. 30-51: ascolto «del profilo storico, dei punti di incontro e delle criticità nella questione del gender» (n. 24) così come della «condivisibile e apprezzabile esigenza di lottare contro ogni espressione di ingiusta discriminazione» (n. 15); riflessione critica su quegli aspetti di «liquidità e fluidità post-moderna» (n. 19) sottesi all’ideologia del gender che inducono a prospettare, a livello antropologico, «un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla differenza biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata ad un’opzione individualistica, anche mutabile nel tempo, espressione del modo di pensare e agire, assai diffuso oggi, che confonde la genuina libertà con l’idea che ognuno giudica come gli pare, come se al di là degli individui non ci fossero verità, valori, principi che ci orientino, come se tutto fosse uguale e si dovesse permettere qualsiasi cosa» (n. 22); proposta di un attento discernimento sulla verità della persona e sul significato della sessualità umana, attraverso una chiarificazione antropologica che ha il proprio fulcro di quella «ecologia dell’uomo che muove dal riconoscimento della peculiare dignità dell’essere umano». Dignità che l’uomo stesso «deve rispettare e non può manipolare a piacere» (n. 30). Ed è alla luce di questa ecologia umana che la donna e l’uomo possono «imparare [...] che cosa è il significato del corpo in tutta la verità originaria della mascolinità e della femminilità [...], per poter riconoscere se stessi nell’incontro con l’altro diverso da sé [...], e arricchirsi reciprocamente» (n. 35). In questa antropologia relazionale emergono i tratti fondamentali dell’antropologia cristiana della persona, che riconosce «il significato della sessualità e della genitalità in quell’intrinseca intenzionalità relazionale e comunicativa» che attraversa la corporeità dell’uomo e della donna «e li rimanda l’uno verso l’altro mutuamente» (n. 35). Come già osservava san Giovanni Paolo II, «il corpo, che esprime la femminilità “per” la mascolinità e viceversa la mascolinità “per” la femminilità, manifesta la reciprocità e la comunione delle persone» (Giovanni Paolo II, Udienza generale del 9 gennaio 1980), che si compie «nella scelta libera e cosciente del patto di amore coniugale» (n. 36).

In questa prospettiva, il documento della Congregazione per l’educazione cattolica invita ad affrontare tutte le questioni educative relative alla sessualità della persona «alla luce della vocazione all’amore a cui ogni persona è chiamata» (n. 5) e, dunque, nel più ampio orizzonte «dell’educazione all’amore» (n. 3).

«Luogo naturale» nel quale questa educazione all’amore può e deve trovare origine, perché lì la «relazione di reciprocità e comunione tra l’uomo e la donna trova piena attuazione», è la famiglia (nn. 36-38), riconosciuta come «un fatto antropologico, e conseguentemente un fatto sociale, di cultura», non riducibile dunque a «concetti di natura ideologica». E nella natura stessa della famiglia come «fatto antropologico» si fondano due diritti che devono sempre essere sostenuti e garantiti: «il diritto della famiglia a essere riconosciuta come lo spazio pedagogico primario per la formazione del bambino» anche per ciò che riguarda l’«educazione all’identità sessuale e all’affettività, nel quadro di una educazione all’amore, alla reciproca donazione » (n. 37); e il diritto «del bambino a crescere in una famiglia, con un papà e una mamma capaci di creare un ambiente idoneo al suo sviluppo e alla sua maturazione affettiva» (n. 38), perché — come ha ribadito papa Francesco — solo con «la presenza chiara e ben definita delle due figure, femminile e maschile» è possibile creare l’ambiente più adatto alla sua maturazione affettiva, proprio nella relazione, nel confronto con ciò che rispettivamente è la mascolinità e la femminilità di un padre e di una madre (Francesco, es. ap. postsinodale Amoris laetitia, 19 marzo 2016, n. 175).

In quest’opera educativa tanto impegnativa e delicata «la famiglia non può essere lasciata sola» (n. 44). Essa, come già affermava il Concilio, ha diritto di trovare «l’aiuto di tutta la società» (Concilio ecumenico Vaticano II, dich. sull’educazione cristiana Gravissimum educationis, 28 ottobre 1965, n. 3), soprattutto della scuola che «non sostituisce i genitori bensì è ad essi complementare» (Amoris laetitia, n. 84), nella logica della sussidiarietà (cfr. n. 39). Tale richiesta di aiuto si traduce in una particolare responsabilità per la scuola cattolica e per tutti gli educatori cristiani, i quali sono chiamati, attraverso il loro insegnamento, a testimoniare «la verità sulla persona umana» e a mettersi «al servizio della sua promozione» (n. 41), preparandosi adeguatamente anche attraverso specifici percorsi formativi che, oltre a rafforzare le loro competenze professionali (anche in relazione al «contenuto dei diversi aspetti della questione del gender», n. 49), investano altresì «gli aspetti più intimi della personalità, incluso quello spirituale e religioso» (n. 48).

L’esigenza di questo aiuto e la rilevante urgenza della sfida formativa possono costituire oggi un forte stimolo a ricostruire quell’«alleanza educativa tra famiglia e scuola e società» (n. 44) che — come ha più volte ribadito Papa Francesco ed è ormai diffusamente riconosciuto — è entrata in crisi: «un’alleanza sostanziale e non burocratica, che armonizzi, nel progetto condiviso di una positiva e prudente educazione sessuale, la primaria responsabilità dei genitori con il compito degli insegnanti» (n. 45). Grazie a questa preziosa sinergia, «famiglia, scuola e società possono articolare percorsi di educazione all’affettività e alla sessualità finalizzati al rispetto del corpo altrui ed al rispetto dei tempi della propria maturazione sessuale ed affettiva, tenendo conto delle specificità fisiologiche e psicologiche, nonché delle fasi di crescita e maturazione neurocognitiva delle ragazze e dei ragazzi in modo da accompagnarli nella loro crescita in maniera sana e responsabile» (n. 46). In questo modo, gli studenti possono imparare che l’uomo e la donna apportano la loro propria e insostituibile ricchezza specifica tanto nella famiglia quanto nella società e possono così maturare una mentalità radicalmente contraria a ogni forma di discriminazione e di violenza, proprio perché hanno imparato a riconoscere l’eguaglianza delle persone, non già negando, bensì rispettando e valorizzando le loro differenze.

Dalla lettura complessiva di questo nuovo documento della Congregazione per l’educazione cattolica emerge con chiarezza che la Chiesa guarda alla «questione del gender nell’educazione» nella più ampia prospettiva del comune impegno a costruire una convivenza sociale che, come già auspicava il Concilio, sempre più «rispetti la dignità, la libertà, il diritto delle persone» (Concilio ecumenico Vaticano II, Messaggio del Santo Padre Paolo VI ai giovani, 8 dicembre 1965). E proprio nella prospettiva di questo comune impegno la Chiesa desidera non solo aprire «una via di dialogo», ma farsi essa stessa «spazio di dialogo» con le istituzioni culturali, sociali, politiche e con tutti gli uomini (Documento finale del Sinodo dei vescovi sui Giovani, la fede e il discernimento vocazionale [27 ottobre 2018], n. 1), anche con coloro che non condividono la fede cristiana, ma «hanno il culto di alti valori umani» (Concilio ecumenico Vaticano II, cost. past. Gaudium et spes, 1965, n. 92). A questo dialogo la Chiesa partecipa con la convinzione che ciascun interlocutore «abbia qualcosa di buono da dire» e che, pertanto, sia necessario «fare spazio al suo punto di vista, alla sua opinione, alle sue proposte, senza cadere, ovviamente, nel relativismo» (Francesco, Discorso alla comunità degli scrittori de La Civiltà Cattolica, 14 giugno 2013). E proprio per questo, come «esperta in umanità», la Chiesa desidera offrire a tutti «ciò che possiede in proprio: una visione globale dell’uomo e dell’umanità» (Paolo VI, lett. enc. Populorum progressio, 1967, n. 13), convinta che solo un dialogo aperto e rispettoso, affrontato senza paure né radicalismi ideologici, possa davvero contribuire a una comprensione più profonda della sessualità umana.

di Roberto Zappalà

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