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Antigone tra dovere e giustizia

· ​La tragedia di Sofocle in scena al teatro Argentina ·

Lucrezia Guidone nei panni di Antigone

Considerata da Hegel a Hölderlin a Kierkegaard, dunque dai vertici della cultura europea, come l’opera d’arte più vicina alla perfezione tra quelle prodotte dallo spirito umano, Antigone è tra le opere letterarie più studiate, riscritte e interpretate della cultura occidentale: essa rimane, dopo millenni, un sorprendente esempio di complessità, dalla ricchezza drammaturgica mai statica, inesauribile, forse addirittura inafferrabile. La tragedia, tradotta e adattata dal testo sofocleo, è in scena al teatro Argentina di Roma fino al 29 marzo, per la regia di Federico Tiezzi, con protagonisti Sandro Lombardi e Lucrezia Guidone; si inserisce nel progetto di una trilogia firmata dalla Compagnia Lombardi-Tiezzi che, partendo dal Calderón di Pasolini, messo in scena lo scorso anno, e passando attraverso il grande teatro ateniese, intende approdare nel 2020 alla rappresentazione de La Tempesta di Shakespeare. La storia è quella della principessa Antigone, figlia di Edipo, che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice, trasgredendo il divieto del nuovo re di Tebe, Creonte, che condanna così la ragazza a passare il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta.
A seguito delle profezie dell’indovino Tiresia e delle suppliche del coro, Creonte si ravvede e decide infine di liberarla, ma è troppo tardi, perché Antigone nel frattempo si è data la morte impiccandosi. Da qui il suicidio di Emone (il figlio di Creonte e promesso sposo di Antigone) e di sua madre Euridice, moglie di Creonte: una catena di morti violente che lascia il re solo, a maledire la propria tracotanza. Il sipario del teatro Argentina si apre sulla famiglia reale seduta a tavola, con il cadavere di Polinice adagiato sul pavimento, “in primo piano” rispetto al pubblico: un allestimento che intende sottolineare come lo scontro che si scatenerà di lì a poco, sia destinato ad avvenire in un contesto familiare, un luogo in cui gli affetti si rivelano in modo viscerale, assoluto e dove il conflitto con il potere patriarcale squaderna valenze affettive, psicologiche, sociali, politiche. «La giovane infatti — precisa Sandro Lombardi — affronta la morte per seppellire un fratello, e non si preoccuperebbe mai della ingiusta sorte riservata a uno schiavo». In questa scena iniziale ognuno rivela la sua natura più profonda, a cui rimarrà fedele fino alla fine, fino al compimento del proprio destino: se alla vista del cadavere di Polinice, Ismene, sorella di Antigone, Euridice ed Emone si ritraggono sgomenti, Antigone (Lucrezia Guidone), divorata dalla collera, spezza un piatto a terra, dinanzi a un Creonte (Sandro Lombardi) rimasto impassibile a mangiare.
L’azione procede in un ospedale-obitorio dove i cadaveri, rappresentati come scheletri, vengono lavati, preparati: questo allestimento scenografico sarà preponderante durante il corso di una rappresentazione che insiste sul destino di morte a cui Antigone non può sfuggire a causa delle colpe della propria famiglia, del suo gesto “impossibile” e del suo stesso desiderio di morte, al fine di raggiungere l’amato fratello negli inferi. È in questa camera mortuaria che si svolge il grande scontro dialettico tra la principessa e suo zio, forse uno dei punti più sublimi della letteratura di ogni tempo; scontro in cui si ritrova una vertiginosa concentrazione dei conflitti fondamentali presenti nella condizione umana: il conflitto uomo-donna, vecchi-giovani, individuo-società, vivi-morti, uomo mortale-divinità.
In una visione oppositiva fra i due principali personaggi della pièce, Antigone, nel suo disobbedire al cieco e ottuso agire del tiranno Creonte, rappresenta, come attraverso i secoli ha rappresentato, la lotta contro la tirannia in sé, come ben esemplificano l’Antigone di Anouilh, o quella di Brecht o le parole di Nelson Mandela che, recitando in carcere nel ruolo di Creonte, lo condanna per intransigenza e cecità, elogiando Antigone “combattente per la libertà”, capace di temperare la giustizia con la pietà. La giovane, privilegiando la dimensione individuale degli affetti piuttosto che i doveri comunitari, dà voce a una saggezza e un coraggio femminili unici in grado di cogliere quella pietà dettata dalle ragioni del cuore e di ribaltare, in nome di queste, la gerarchia del potere maschile. Antigone sfida un uomo, sfida le convenzioni sociali, rifiuta il sistema civile e la dimensione terrena nella quale, in quanto membro della comunità, dovrebbe rimanere inserita: la sua azione, pubblicamente polemica, è politica. Eppure, continua Lombardi, «mi sono sempre sentito a disagio di fronte al generale atteggiamento di prendere le parti dell’una come dell’altro. In origine entrambi hanno le loro ragioni, più o meno condivisibili: lei nel difendere la religione arcaica del sangue, lui quella “laica” della legge scritta a tutela dell’armonia civica. Ma entrambi peccano di hybris — come ben nota Ismene (che secondo me è la portatrice della posizione di Sofocle), quando li accusa di pretendere l’impossibile. Sono entrambi incapaci di dialogare, chiusi nella bolla delle loro opposte autoreferenzialità». La rivisitazione di Tiezzi e Lombardi dell’Antigone di Sofocle pone infatti l’accento sulla reciproca “cecità” dei due protagonisti principali, che regolano il loro agire su principi unilaterali, pretesi come assoluti e, nel far ciò, si condannano alla rovina. Se Creonte rappresenta la temporalità di cui diritto e giustizia fanno parte, Antigone è l’eternità, poiché è in lei che si realizza il legame tra terra e cielo, in virtù della sua viva connessione con le forze soprannaturali e arcaiche, non scritte, ma irrevocabili.
La tragedia nasce dall’apparente impossibilità che l’assoluto invocato da Antigone possa inserirsi, armonizzarsi nell’ordine temporale dell’esistenza. Antigone, appellandosi alle “leggi non sovvertibili”, sceglie coscientemente una morte che Creonte non può capire, perché si appella a un’idea di giustizia precedente alla ragione civica di cui il re è espressione. «Nella complessità del pensiero sofocleo — continua Sandro Lombardi — così distante dalla tendenza odierna alla semplificazione manichea, alla superficialità, alla banalizzazione dei problemi, in Antigone, come in tutti gli altri personaggi della tragedia, convivono molti aspetti. Arrivare a paragonare Antigone a una “talebana”, a una integralista islamica forse sarebbe troppo; ma è certo che nella sua religiosità serpeggia qualcosa di fondamentalista. Creonte incarna una religiosità più moderna, che separa il potere religioso da quello politico. Il suo errore è quello opposto: la mancanza di tenerezza e di comprensione nei confronti di chi sbaglia, ma sbaglia per motivi ideali e umanamente toccanti».
La tragedia, per sua natura, riflette e comunica l’esperienza umana in termini conflittuali, polemici, agonistici. Antigone, privilegiando ostinatamente la salvezza davanti al tribunale divino anche a prezzo della condanna da parte del giudizio umano, interpreta la violazione della legge come un “santo crimine”; per lei, l’ordine del re è in contrasto con la giustizia connessa a quella legge divina che dice all’uomo di seppellire i propri morti, così che possano riposare in pace nell’Ade, evitando la macchia dell’empietà. Antigone crede che, al di là di tutte le transitorie, conflittuali, leggi umane e storiche, esista un’eredità etica fondamentale, identificata con le leggi non scritte degli dei. La giovane riporta al centro della vita pratica e politica la necessità di leggi trascendenti universali e condivise che la informino, che la regolino affinché questa vita stessa non si avvii verso la deriva materialistica e l’abuso di potere. La colpa di Creonte consiste nell’ignorare tale ordine superiore, e così facendo, conduce alla rovina la città che doveva difendere e rettamente governare. «Creonte — chiosa Sandro Lombardi — nel corso del suo scontro sempre più aspro con Antigone, poi Ismene, poi Emone il figlio, dimentica la funzione che all’uomo politico attribuiva il pensiero greco del suo tempo. Negli Uccelli Aristofane sostiene che il dovere del politico è quello di “creare le condizioni per la felicità dei cittadini”. Rendiamoci conto: non il benessere, o la giustizia, o i diritti civili (tutte cose peraltro sacrosante), ma addirittura la felicità! Tutti noi, oggi, a partire da chi ci governa o pretende di governarci, dovremmo ripensare a queste parole di Aristofane».

di Elena Buia Rutt

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14 dicembre 2018

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