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Antidoto alla banalizzazione

· ​La resistenza intima nel libro di Josep Maria Esquirol ·

Come resistere all’attualità che banalizza e disperde? Come affrontare le forze disgreganti che, facendo leva anche sulle nostre paure, tentano di contrapporci gli uni agli altri? La risposta di Josep Maria Esquirol, docente di filosofia all’università di Barcellona dove dirige «Aporia» (un gruppo di ricerca sulla filosofia contemporanea, l’etica e la politica), è semplice ma profonda al contempo: il prossimo, la casa, il quotidiano, la cura. «Questi elementi della prossimità — scrive in La resistenza intima. Saggio su una filosofia della prossimità (Milano, Vita e Pensiero, 2017, pagine 166, euro 16) — si lasciano integrare nel senso della resistenza. La gente semplice l’ha sempre saputo: vale la pena di resistere. La riflessione filosofica arriva tardi — come al solito — ma comunque arriva». 

Bernard Collet, «Intimità» (2018)

Il libro è un’ode alla resistenza intima intesa come modalità di opposizione prima e poi di reazione dinnanzi agli ostacoli, alle difficoltà e al gelo sviluppando una propria forza a partire dagli affetti, cercando e trovando conforto nelle cose e nei sentimenti vicini, nella vita quotidiana. L’errore da non compiere, però, è quello di ritenere che intimo vada inteso come personale: per Esquirol è l’esatto contrario. Per lui, infatti, è proprio l’intimità a condurre al prossimo.
La prossimità, sostiene il filosofo spagnolo, ci appartiene nel profondo e ha a che vedere con la semplicità e la concretezza del quotidiano, autentici antidoti rispetto alle complicazioni e alle astrazioni del mondo di oggi. Antidoti che si articolano nel linguaggio degli affetti, che si fanno canto e poesia e scacciano la paura del vuoto; nella cura reciproca del corpo e del cuore; nel ritorno a casa, nella mensa condivisa, nel linguaggio che si fa protezione; nel silenzio che non è muto ma che è invece indispensabile per recuperare la parola («Il contrario della parola non è il silenzio, bensì la violenza»). Un percorso questo che parte da sé («Solo chi è capace di solitudine può stare davvero insieme agli altri») ma che arriva necessariamente al prossimo.
Il libro è ricco di definizioni stimolanti. Come quella di vita quotidiana, «il ripetersi di ciò che è simile, una specie di sintesi tra quanto è già noto e qualcosa di leggermente nuovo». Ed è ricco di metafore potenti. Noi siamo — spiega ad esempio Esquirol — come una filza di punti di imbastitura, la cucitura più precaria e debole che esista, che unisce due lembi, due limiti, due provvisorietà. Ognuno di noi è “giuntura”, è uno di questi fragili punti che proprio mentre si prende cura dell’altro — accettandolo come diverso nella prossimità — aiuta se stesso e l’altro a non cedere. Proprio e solo nel loro congiungimento, inoltre, i fragili punti diventano capaci di unire la terra e il cielo.
Non si tratta quindi di tornare a un mondo semplice e ingenuo o di rinchiudersi nell’intimismo dei legami: la resistenza intima di cui parla Esquirol vive nel mondo. E proprio perché del mondo conosce i dolori e le fragilità riesce ad affrontarli e a viverli. 

di Giulia Galeotti

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25 marzo 2019

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