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Anticorpi sociali nell’Europa delle banche

· Il ruolo dei cristiani ·

Anticipiamo ampi stralci di uno degli articoli del nuovo numero della «Civiltà Cattolica».

Si lamenta da alcuni che i Paesi fondatori dell’Unione Europea abbiano a suo tempo deciso di considerare soltanto l’economia motore dell’avanzamento dell’Europa, mettendo in un canto la cultura. Si è avuto come effetto il fenomeno, o la contraddizione, osservabile da tutti: la condivisione di una moneta unica e di uno spazio senza frontiere non impedisce il ritorno aggressivo del nazionalismo, del populismo, dell’individualismo.

L’antidoto agli antagonismi sta nella riscoperta dei vincoli comuni. E questo può farlo soltanto la cultura, cioè la coscienza di essere una comunità che ha un destino comune fondato su valori comuni: la coscienza della propria eredità storica e culturale.

Invece, l’Unione Europea ha puntato tutto sul funzionalismo. La sua classe dirigente, omettendo di dare una collocazione propria alla tradizione umanistica, ha emarginato storia, arte, letteratura che ormai vengono apprese su internet: e la memoria diventa irrilevante e il passaggio all’oblio rapido.

L’indifferenza al patrimonio culturale non significa che non esistano programmi universitari e collaborazione tra archivi e musei. Significa che non è stimolata la sensibilità delle persone, tranne quando ciò conviene agli interessi privati, e non si danno sbocchi professionali ai giovani preparati in questi settori.

Soprattutto un effetto è negativo. Lo scarso o nullo impegno nella trasmissione della cultura umanistica reca con sé l’impossibilità pratica di trasmettere valori attraverso le generazioni. Il funzionalismo economico e tecnologico fa il resto. E si forma una mentalità panteistica di nuovo tipo, che può dirsi anche olistica, e caratterizza la generazione presente.

È questo il motivo per il quale da molti ci si augura che il richiamo alle comuni radici (classicità, cristianesimo, rinascimento, illuminismo, diritti umani) cessi di essere rituale e formale e lavori invece a costruire un comune mosaico europeo nel quale anche la religione e la Chiesa abbiano il posto che loro spetta.

E qual è questo posto? Si può estendere all’Europa quanto Danièle Hervieu-Léger ha osservato per la situazione francese. Esiste un «credere senza appartenere» e, spesso, un «appartenere senza credere». È in aumento il numero delle persone che sono interessate alle problematiche religiose, ma non si riconoscono in nessuna delle Chiese storiche.

Ed è altresì in aumento l’influenza della religione nella formazione dell’opinione pubblica specialmente per i temi etici, dalla legalizzazione dell’aborto alle cure negli stati terminali, dalle questioni della medicina riproduttiva alle questioni bioetiche in generale. Di questa influenza si hanno una riprova e un riflesso nelle attuali insorgenze di anticlericalismo più o meno larvato.

La verità è che la società, nella quale vige il pluralismo delle culture, è necessariamente una società divisa, e finanche dilaniata, dai conflitti di valore: e questo significa che ciascuna delle parti in lotta produce argomentazioni differenziate che, nell’agone pubblico, generano nella più parte dei cittadini dubbi e incertezze quando si tratta di valutare le varie e discordanti proposte.

È allora che la religione assume il ruolo di «comunità interpretante». Non è per caso che Jürgen Habermas descrive la coscienza pubblica europea come coscienza postsecolare, in quanto essa non è più sicura che la modernizzazione comporti la fine della religione ed è anzi certa che essa è riapparsa con rinnovato prestigio sulla scena pubblica e politica.

E neppure è un caso che lo stesso Habermas si sia chiesto se l’eventuale mentalità laicista della maggioranza dei cittadini non creerebbe una situazione socioculturale altrettanto deprecabile quanto un’eventuale deriva fondamentalista dei cittadini credenti.

In tale contesto, ci è sembrato interessante un articolo di Marco Ventura nel quale confluisce, pensiamo involontariamente, la teoria della funzione sociocritica della Chiesa elaborata da Karl Rahner. L’articolo si riferisce all’attuale situazione italiana, per la quale il presidente della Repubblica ha evocato l’urgenza di «validi anticorpi» che ne sanino in tempo il malessere morale dilagante.

Ora, l’appello del presidente vale anche per i credenti che vivono in Italia. Non c’è dubbio, infatti, che il patrimonio morale della religione (e parliamo principalmente di quella cristiana) la abilita a esercitare un ruolo di eccellenza nella rinascita morale del Paese: e stimiamo semplicemente fantasiose le previsioni di coloro che considerano la Chiesa prossima all’implosione per i recenti gravi scandali che l’hanno offesa.

Questa funzione di anticorpo deve obbedire a due condizioni. Innanzitutto, la religione deve presentarsi come sfida al male, ribellione al male strutturale, e quindi educatrice del credente al sentimento della possibilità del cambiamento. I cattolici, che credono nella divina Incarnazione, troveranno in questa fede il coraggio e la speranza nella positività della storia umana, nonostante il peccato.

Inoltre, per essere un anticorpo efficace, la religione deve rendere testimonianza con i fatti agli impegnativi princìpi che predica. Il che comporta per essa la fuga dai compromessi di vario genere e dai tatticismi che formano spesso la materia della corruzione. Perciò la sua funzione critica all’interno della società non può svolgersi efficacemente se essa adotta particolari posizioni politiche o quando è tentata di trasformarsi in soggetto politico o quando comunque fa suoi i metodi del potere politico.

La funzione di essere anticorpo sociale spetta sicuramente anche ai cattolici. Non è azzardato dire che, in Italia, per motivi storici ed ecclesiali, spetta principalmente a loro. È una funzione decisiva sia per la società italiana sia per gli stessi cattolici che vi abitano.

Essa svolge il ruolo «di preservare il cristiano dall’immobilismo, dalla paralisi che potrebbe colpirlo nel momento in cui si rende conto che la mescolanza di luce e tenebre abita nel suo stesso cuore; che la frontiera tra le due città attraversa appunto questo suo cuore, e che, come stupendamente afferma Agostino, la sua anima lotta contro se stessa, che è divisa, che una parte di essa è ferita, è malata, appartiene all’altro campo».

Da questa consapevolezza, radicata da sempre nell’anima cattolica, nasce il monito di Benedetto XVI ai laici cattolici che sono chiamati alla «diaconia della carità» nella sua dimensione sociale e politica: «La pressione esercitata dalla cultura dominante, che presenta con insistenza uno stile di vita fondato sulla legge del più forte, sul guadagno facile e allettante, finisce per influire sul nostro modo di pensare, sui nostri progetti e sulle prospettive del nostro servizio, con il rischio di svuotarli di quella motivazione della fede e della speranza cristiana che li aveva suscitati».

È reale il pericolo che «le numerose e pressanti richieste di aiuto e sostegno che ci rivolgono i poveri e i marginalizzati della società ci spingono a cercare soluzioni che rispondano alla logica dell’efficienza, dell’effetto visibile e della pubblicità».

Nella parola del Papa risuona quella del Vaticano II. Il laico cattolico esercita l’apostolato nella Chiesa e nel mondo, nell’ordine spirituale e in quello temporale e «in ambedue gli ordini il laico, che è a un tempo fedele e cittadino, deve continuamente farsi guidare dalla sola coscienza cristiana». È il suo modo, l’unico, di essere anticorpo.

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26 maggio 2019

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