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Anticorpi e manganello

· ​"La croce, il fascio e la svastica" di Angelo Paoluzi ·

Tra le pubblicazioni che in questo biennio 2014-2015 ricordano i due importanti anniversari dei cento anni dall'inizio della prima guerra mondiale e dei settanta dalla fine della seconda, si segnala La croce, il fascio e la svastica (Roma, Edizioni Estemporanee, 2014, pagine 192, euro 12.75), un libro di Angelo Paoluzi sulla resistenza cristiana alle dittature italiana e tedesca. Paoluzi — un decano ormai tra i giornalisti cattolici e un maestro per molti che in questa definizione ritengono di rientrare — con questo libro fa un'operazione appunto giornalistica: si documenta per documentare il suo lettore. Va detto subito che è un'operazione riuscita felicemente. Il taglio non è quello dell'analisi storica, se non nel senso che tante volte ha visto i cronisti aiutare a comprendere la storia sia nel suo farsi sia nelle riflessioni che gli avvenimenti suscitano a posteriori (lo stesso Paoluzi a suo tempo aiutò a comprendere la caduta del muro di Berlino nel suo magistrale I cavalli di Brandeburgo).

La croce, il fascio e la svastica è un'altra cronaca di questo tipo. Non un saggio storiografico, dunque, ma appunto il racconto «di persone e avvenimenti situati nel tempo specifico di due dittature in Europa, fascista e nazista, e delle quali protagonisti e vittime sono stati i cristiani dei due Paesi» come si legge nella prefazione del libro.
L'autore nel trattare un argomento così complesso e variegato come quello della Resistenza in Italia e Widerstand in Germania si dice consapevole di lacune e omissioni. Tuttavia il libro non solo lascia aperta ogni possibilità di completamento della materia trattata, ma ne offre uno strumento prezioso nel capitolo conclusivo, tracciando un percorso bibliografico, questo sì esaustivo, per quanti intendano approfondirla.
Dallo schema seguito da Paoluzi, ma sarebbe meglio dire imposto dai fatti, per raccontare le vicissitudini della comunità cattolica in Italia e protestante e cattolica in Germania in quegli anni culminati nel secondo conflitto mondiale, emerge comunque ciò che conta: le ragioni dell'impegno per la libertà e l'intensità dei valori civili e spirituali che tale impegno nutrirono. Così come si documenta la sostanziale tenuta di quel sentire cristiano che ha improntato — con errori certo, ma esempi e testimonianze altissime del primato dell'uomo — due millenni di storia europea. Vale per la cultura tedesca, che la violenza pervasiva nazista volle rimuovere: una cultura che seppe non solo sopravvivere, ma anche trovare nelle sue radici capacità di martirio. E in modo diverso — ma con categorie di analogo sviluppo, ricorda l'autore — vale per gli anticorpi che la cultura italiana, anche e forse soprattutto cattolica, seppe opporre a quel presunto idealismo, in realtà quantificato dal manganello, che tentò, secondo l'acuta definizione di Mariano Cordonari ricordata anch'essa nella prefazione del libro, «una giurisdizione della violenza, la teoria del successo, del fatto compiuto, che assicura l'impunità dei grandi delitti».
E se è vero che questo è un pericolo sempre presente, c'è un motivo di riflessione ulteriore che emerge dal libro di Paoluzi: nella resistenza italiana, così come nella Widerstand tedesca, ci fu un connubio tra élites e gente comune: borghesi, contadini, operai, massaie, parroci di campagna furono insieme a dirigenti politici di spicco, alti ufficiali delle forze armate, esponenti delle gerarchie ecclesiali, intellettuali.

di Pierluigi Natalia

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18 marzo 2019

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