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Antichità a colori

· Dai marmi policromi della Roma imperiale a Fabergé ·

Si può dire che una mostra d’arte antica “funziona” quando le opere esposte rendono chiara e subito comprensibile a tutti ma proprio a tutti, agli studiosi come al più generale popolo dei visitatori, una idea sola e fondamentale. La mostra I marmi colorati della Roma imperiale che si tenne ai Mercati di Traiano nel 2002-2003 rispondeva a queste caratteristiche. Chi usciva dai Mercati di Traiano sapeva e mai più lo avrebbe dimenticato, che la Roma di Domiziano e di Marziale, di Adriano e di Aristide, di Commodo e di Apuleio, di Costantino e di Diocleziano, era una città colorata, fatta di bianchi marmi ma anche di porfido e di rosso antico, di verdi e grigi graniti d’Africa e di Anatolia, di nero basalto, di diaspri di Spagna, di gialle brecce, di alabastri, di portasanta.

La Cappella dei principi nella basilica palatina di San Lorenzo a Firenze

Quella mostra, preceduta dal fondamentale Marmora Romana di Raniero Gnoli del 1971, ha aperto la strada agli studi sulle antiche pietre policrome in ordine alla loro classificazione, al riuso, al mercato, al collezionismo, alle fortune e ai revival.

Si colloca sulla scia aperta dagli eventi che ho sopra citato, il volume Splendor marmoris curato da Grégoire Extermann e Ariane Varela Braga e stampato con la consueta perizia ed eleganza dall’Editore De Luca (Roma, 2016, euro 50).

Va detto subito che il volume, con le sue quasi cinquecento pagine, con i preziosi apparati iconografici, con la pubblicazione di vaste campagne documentarie, con i folti indici, ha tutti i caratteri dell’opus magnum, dell’opera cioè destinata a rimanere a lungo nelle bibliografie specialistiche.

Il libro al quale hanno lavorato una trentina di studiosi recita in sottotitolo: I colori del marmo tra Roma e l’Europa, da Paolo III a Napoleone III.

L’arco cronologico è molto ampio, percorre tre secoli di storia d’Europa, dagli assolutismi del XVI secolo agli imperi dell’Ottocento. In questo periodo i marmi policromi, sia antichi di riuso che di nuova estrazione, si moltiplicano nelle chiese e nelle regge, nei palazzi nobiliari e nei monumenti funebri. Sono simbolo di distinzione di rango e di durata. Valga un solo esempio.

Chi entra nella Cappella dei principi della Basilica Palatina di San Lorenzo a Firenze, in questo gelido lucente cenotafio dei Granduchi Medici foderato di pietre dure, capisce che quello che vede è figura del potere dinastico il quale è eterno perché è incarnazione dell’ordine divino.

I Granduchi toscani come i re cattolici che nel bronzo dorato di Pompeo Leoni pregano all’Escorial di fronte al tabernacolo eucaristico, sono mortali al pari di ogni vivente sotto il cielo, ma il potere che Dio ha dato loro e che si perpetua nella successione dinastica è per sempre. Questa idea “politica” della durata, anzi della eternità della autocrazia consacrata, solo da materiali splendidi e immarcescibili come le pietre colorate poteva essere adeguatamente significata.

La fortuna e quindi il moderno revival del colore dei marmi nella scultura e nell’architettura, ha origine nella Roma di Paolo III Farnese, nell’età che vede il potere dei sovrani cattolici e la Riforma cattolica dei romani pontefici, saldarsi, sostenersi e celebrarsi vicendevolmente. Il monumento a Paolo IV in Santa Maria Sopra Minerva e le imprese edilizie di Pio V Ghisleri a Bosco Marengo, nella sua patria piemontese, sono le prime testimonianze di una fortuna dei marmi colorati che nel mercato, nel collezionismo, nel restauro, vede protagonista la dinastia dei Della Porta, come ci spiega il bel saggio di Giovanna Ioele.

di Antonio Paolucci

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20 agosto 2019

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