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Antiche tombe parlano

· Pubblicate in italiano le iscrizioni sepolcrali raccolte in Grecia da Werner Peek ·

Sul finire del 1942 la Grecia, invasa l’anno precedente da soverchianti reparti della Wehrmacht hitleriana, seppe imprimere una svolta favorevole all’andamento della seconda guerra mondiale. La strenua resistenza opposta all’occupazione nazista dai partigiani, con il supporto di incursori britannici, sfociò nella graduale ritirata degli occupanti e nella liberazione di gran parte del territorio nazionale. In seguito a questo rovesciamento delle sorti belliche, alcuni cittadini tedeschi residenti in Grecia dovettero seguire le truppe dei connazionali in una precipitosa evacuazione.

Frederic Leighton, «Ercole lotta con la Morte per il corpo di Alcesti» (XIX secolo)

Fu così che un giovane grecista di nome Werner Peek, allievo a Berlino del mitico professor Wilamowitz e titolare di una borsa di studio all’Istituto germanico di Atene, si trovò costretto ad abbandonare suo malgrado la capitale ellenica, interrompendo gli studi avviati in loco negli anni Trenta. Ma quella permanenza nel cuore culturale del mondo greco non sarebbe rimasta sterile. Se ne sarebbero visti i frutti un decennio dopo la fine del conflitto, grazie alla messe di osservazioni, trascrizioni, catalogazioni promosse dal contatto diretto con le antiche vestigia. Nel 1955, infatti, Peek, docente a Halle, diede alle stampe un sostanzioso volume di Grabinschriften, «Iscrizioni sepolcrali», primo elemento di un progettato e mai completato regesto di tutte le reperibili «Iscrizioni greche in versi», Griechische Vers-Inschriften, anche votive e onorarie.

Alle più di 1700 epigrafi metriche materialmente incise su pietre tombali tra il VII secolo avanti Cristo e il V dopo Cristo, da lui disposte in un ordine che sottometteva il criterio cronologico a quello primario della “forma”, Peek mescolò, fino a raggiungere un totale di 2062 iscrizioni, oltre 300 epitaffi estratti dal VII libro dell’Antologia palatina mediante una cernita alquanto opinabile. Sulla base di indicazioni contestuali e di intuizioni suggeritegli dall’esperienza, lo studioso tedesco privilegiò un’esigua minoranza di testi che a lui sembravano realmente iscrizionali e non fittizi, cioè non ascrivibili solo a un genere letterario senza riscontri nella “materialità” cimiteriale. E proprio qui si appuntano le obiezioni degli epigrafisti contemporanei. A Peek si imputa un’eccessiva ristrettezza metodologica, spinta fino a ostracizzare autentici maestri dello stile epigrafico-sepolcrale di età ellenistica, quali Callimaco, Posidippo e soprattutto Leonida di Taranto. Troppi dei loro raffinati epigrammi, piccoli capolavori letterari testimoniati dalla Palatina, sono stati esclusi per una presunta incompatibilità con l’effettiva incisione su lapidi, stele, cippi e simili supporti. Mentre oggi si ritiene che essi presuppongano, semmai, una committenza da parte di famiglie altolocate e facoltose in grado di compensare adeguatamente la professionalità di quei valenti poeti.

A questo limite soggettivo del repertorio peekiano se ne aggiunge un altro di carattere oggettivo, indipendente dalla volontà del compilatore: l’inevitabile obsolescenza determinata dal trascorrere del tempo. Gli innumerevoli ritrovamenti archeologici degli ultimi cinquant’anni hanno oltrepassato il “canone” di Peek. Gli specialisti, perciò, non possono fare a meno di integrarlo con ulteriori raccolte e “supplementi” di volta in volta allineati alle più recenti scoperte. E tuttavia, pur gravate da queste carenze, le Grabinschriften restano uno strumento imprescindibile per i filologi come per i semplici lettori colti e curiosi. Tanto più stupefacente appare, in tale prospettiva, la constatazione che, con l’eccezione di qualche parziale “assaggio” in tedesco, francese, spagnolo e anche italiano, nessun antichista avesse finora posto mano a una traduzione integrale dei testi che Peek si era limitato a riprodurre negli originali greci — non senza qualche prevaricazione congetturale.

Il primo studioso a intraprendere questa titanica impresa, a partire dal 1998, fu, con operosa discrezione, un grecista e linguista calabrese, Franco Mosino. Il quale, nel 2013, confidò al collega Emanuele Lelli, specialista di poesia ellenistica e più in generale di cultura popolare antica e moderna, di essere riuscito a tradurre in italiano e a chiosare l’intero corpus allestito da Werner Peek. Invitato a un’amichevole expertise, Lelli certificò l’eccellenza del lavoro di Mosino. Si rese altresì conto che, quantunque tutt’altro che esaustiva, quella vasta e variegata “necropoli testuale” tracciava «un esteso e approfondito quadro di una produzione letteraria e sub-letteraria», offrendo «straordinari spunti di riflessione sotto una pluralità di punti di vista: storico, economico, politico, sociale, antropologico, (...) artistico e religioso». Un’impressionante anagrafe di defunti, in sostanza, che attraverso la “poetica” registrazione di decessi multiformi forniva un dovizioso catalogo di vite vissute dall’età arcaica al tardoantico: un mondo remoto idealmente dissepolto e resuscitato dal manoscritto del traduttore, nel quale risultava immediato riconoscere, rispecchiate alla luce di sorprendenti analogie, le nostre umane vicende di abitatori del XXI secolo.

La proposta di pubblicazione, presentata da Lelli al filosofo Giovanni Reale in quanto fondatore e direttore della collana “Il pensiero occidentale” presso l’editore milanese Bompiani, trovò sollecita accoglienza. Purtroppo, però, né Reale né Mosino, scomparsi l’uno nel 2014 l’altro nel 2015, hanno visto pervenire alla stampa quest’opera così meritoria. Il processo produttivo, ripreso per impulso della nuova direttrice, Maria Bettetini, si è concretizzato nel marzo 2019: Epitaffi greci il titolo lapidario, La Spoon River ellenica di W. Peek il sottotitolo un po’ corrivo nell’ammiccare alla silloge poetica di Edgar Lee Masters ispirata agli epigrammi funerari dell’Antologia Palatina. Compatto ed elegante, il volume concepito da Mosino (pagine CVI-1526, euro 55) si è giovato di numerosi contributi: a Giulio Guidorizzi, autorevole grecista e antropologo del mondo antico, si deve la sapiente prefazione; oltre a curare l’edizione nel suo complesso, Emanuele Lelli, autore della densa introduzione, si è anche occupato dell’aggiornamento del commento di Mosino, della bibliografia e dei sei indici; per questi apparati, per la digitalizzazione del testo greco e la revisione redazionale (ecco un dettaglio confortante circa il livello della nostra scuola superiore), ha collaborato un gruppo di studenti del Liceo Tasso di Roma, guidati da un’équipe di docenti.

Le due “coordinate cartesiane” (l’ascissa dello spazio e l’ordinata del tempo) che strutturano la sequenza degli oltre duemila epitaffi in versione bilingue, abbracciano, nell’arco storico di un millennio, una realtà antropologico-culturale di eccezionale ampiezza geografica: dalla Grecia continentale e insulare all’Anatolia, dalla Magna Grecia all’Iberia, dalla Sardegna all’Africa mediterranea, dalla Siria alla Roma imperiale e cosmopolita, popolata di migranti. Estremamente complessa si presenta, parimenti, la stratificazione in termini generazionali, sociali, professionali che emerge dalla profilatura, tramite la “carta d’identità” dell’epigrafe, di coloro che vennero inumati o cremati per iniziativa di familiari o di sodalizi sia civili che religiosi. Soldati caduti in battaglia, naviganti e pescatori annegati, artigiani e mercanti, medici e notabili, atleti e attori, poeti e artisti, giovani donne morte di parto e bambini, ragazzi, fanciulle in fiore stroncati da inesorabili malattie (essendo un diffuso flagello, nell’antichità, l’elevato tasso di mortalità femminile e infantile): tutti vengono dai loro seppellitori affidati — nelle parole di un’iscrizione dolente, disperata o commossa, spesso formulata in prima persona, con attribuzione allo stesso defunto — alla pietas dei viandanti e alla memoria dei posteri, in lotta contro la fuga temporum. Fosse pure, quello scarno epitaffio, «come un sassolino» che tenta di «opporsi a una cascata» (Guidorizzi).

Ciò che più colpisce e suscita empatia, nel chinarsi su questi messaggi giunti fino a noi oltre la distesa dei secoli, è la varietà e profondità dei sentimenti da essi testimoniati: coloriture affettive ora sfumate ora marcate, in una gamma che spazia dalla rassegnazione alla ribellione. Il decesso improvviso del ventenne Capitone, proprio la notte prima delle nozze, genera nel parentado un lutto sospeso tra la costernazione e un senso d’ingiustizia. Un turbamento angoscioso incombe anche su un’altra famiglia, quella di un bambino perito in seguito alla caduta in un pozzo: un terribile incidente che non può non evocare la tragedia del piccolo Alfredino, avvenuta a Vermicino nel 1981. Effonde invece serenità il commiato dalla vita di Dioniside, madre e nonna fortunata, spentasi quasi centenaria in una quieta dormitio che lei stessa interpreta, dall’oltretomba, come «ricompensa estrema» della propria «religiosità». Siamo a Cirene, nel II-III secolo. Ed è questo un indizio del fatto che il sensus fidei propagato dal cristianesimo comincia a proiettarsi positivamente sulla visione popolare del trapasso e dell’aldilà. Si diradano, così, le spaventose ombre della morte senza speranza di sopravvivenza, del “nulla eterno” o, tutt’al più, di un Ade tenebroso e punitivo, solo di rado esorcizzato dalla prospettiva di un sonno pacificatore concesso alla psyché dei “giusti”.

Ma anche in epoche e luoghi non ancora raggiunti dal kèrygma di Cristo i legami familiari e amicali appaiono compenetrati da uno spirito intrinsecamente religioso, capace di imprimersi con incisività su parecchie di queste “pagine di pietra”. L’amore coniugale, di cui Peek ci fa conoscere infinite declinazioni, tocca in Frigia un vertice assoluto nell’offerta votiva della propria vita (a imitazione dell’Alcesti di Euripide) da parte di una moglie, Veronica, a favore del marito, Cornelio, peraltro deceduto appena cinque giorni dopo. Il grido di dolore elevato da una madre di Smirne per la perdita dell’amata figlioletta Paola trova riscontro nell’inconsolabile strazio di un padre, Marcellino, che a Efeso seguì nella tomba (suicida?) il figlio, suo omonimo, di soli sette anni. Singolare, poi, il caso di una stele del III secolo rinvenuta a Chio, che documenta l’indissolubile amicizia di tre anziane donne: «Noi, Bittò, Fenìde, la cara Emèra, compagne di lavoro, / povere vecchie, qui riposiamo insieme». Ed è, infine, con un fremito di tenerezza che si legge l’epitaffio struggente di una nonna ateniese, Anfarete (inizio V secolo), accompagnato da un duplice ritratto in bassorilievo: «Ho caro questo figlio della mia figlia, che quando / vedevamo, in vita, i raggi del sole, / tenevo sulle mie ginocchia, come ora, defunto, lo tengo, defunta».

di Marco Beck

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15 novembre 2019

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