Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

​Annuncio di nuovi tempi

«Per il momento repressa, questa esiziale superstizione esplose di nuovo, non solo in Giudea, origine di questo male, ma anche a Roma, dove confluisce tutto quanto vi sia al mondo di vergognoso e di insopportabile, e vi trova la sua consacrazione».

È Tacito a scrivere così (Annali, 15, 44), e sta parlando della prima diffusione del cristianesimo all’interno dell’impero, fra gli anni di Tiberio e quelli di Nerone. I romani erano in genere molto tolleranti in materia religiosa: il loro pantheon tendeva piuttosto all’inclusività che all’interdizione. Ma già da tempo c’era qualcosa che li respingeva e li disturbava nella febbrile intransigenza del monoteismo giudaico (una nutrita comunità di questo popolo era presente a Roma sin dalla tarda repubblica): molti circoli della capitale guardavano con crescente preoccupazione al fascino che quel culto sembrava esercitare nei più disparati ambienti sociali. E la presenza della nuova religione di Cristo, messo a morte (giustamente, per Tacito che lo ricorda) da Ponzio Pilato, rendeva il quadro ancora più fosco, mentre si moltiplicavano dicerie sulla diffusione di pratiche oscure, che avrebbero incitato all’insubordinazione e alla smoderatezza dei costumi, soprattutto femminili.

Anche le grandi famiglie aristocratiche non parevano immuni da questa attrazione: Flavio Giuseppe riferisce (Antichità giudaiche, 18, 81-83) di una Fulvia, sposa di un personaggio molto in vista, che sarebbe stata tra i primi proseliti del giudaismo, e avrebbe finito con il provocare la reazione dello stesso Tiberio, fino a drastici provvedimenti repressivi, culminati con l’esilio da Roma di migliaia di giudei.

Ma fu tutto inutile; e qualche decennio più tardi la religione cristiana arrivava a lambire la stessa famiglia imperiale, la gens Flavia: il bisogno di nuove esperienze interiori — di cui Tacito non riusciva a rendersi conto — stava evidentemente sfondando ogni barriera culturale e sociale. E di nuovo, come nel racconto di Flavio Giuseppe, c’è al centro una donna.

Racconta infatti Cassio Dione (Storia romana, 67, 14) che «nello stesso anno — siamo nel 95 — Domiziano fece uccidere molti uomini, e insieme a loro il console Flavio Clemente, sebbene fosse suo cugino, e avesse sposato Flavia Domitilla, una parente dello stesso imperatore. Ad entrambi venne mossa l’accusa di empietà, per la quale furono condannati molti che erano deviati dal giudaismo, ed alcuni morirono, mentre ad altri furono confiscati i loro averi; Domitilla fu invece solo relegata a Ventotene» (episodio ricordato anche da Svetonio nella Vita di Domiziano, 15 e 17).

Siamo certi che l’indicazione del giudaismo si debba intendere, in questo contesto, come un riferimento al cristianesimo. Quanto a Flavia Domitilla, possiamo identificarla in una nipote di Vespasiano (nata da una sua figlia, tutte e tre con lo stesso nome), madre a sua volta di sette figli avuti dal marito Flavio Clemente, come apprendiamo da un’epigrafe che oggi si conserva nella chiesa dei Santi Nereo e Achilleo, al Celio, e che leggiamo in una restituzione ormai classica di Mommsen.

È la stessa figura venerata come martire dalla memoria cristiana, e inclusa a partire dal ix secolo in una lista di santi?

Non possiamo dirlo con sicurezza.

Eusebio, nella Storia ecclesiastica (3, 18) parla infatti di una nipote (e non moglie) di Flavio Clemente, figlia di una sua sorella, condannata «per aver dato testimonianza a Cristo», e relegata perciò nell’isola di Ponza (non di Ventotene): ed è a quest’ultima che si riferisce, evidentemente, il Martirologio romano nella sua breve descrizione della vita della santa.

Esisterebbe dunque una quarta Flavia Domitilla, verosimilmente più giovane della moglie di Flavio Clemente, anch’essa convertita alla fede cristiana, e relegata a Ponza, invece che a Ventotene? Oppure dobbiamo pensare a una duplicazione, frutto di un errore di Eusebio (meno probabilmente di Cassio Dione)?

È difficile rispondere in modo conclusivo. Ma certo il cristianesimo delle origini è ricco di figure femminili esaltate dalla memoria successiva come autentiche eroine della fede: la presenza delle donne nelle grandi trasformazioni è sempre un annuncio di nuovi tempi. Sappiamo comunque che a una Domitilla, più probabilmente la moglie di Flavio Clemente, era appartenuta una proprietà dei Flavi — il praedium Domitillae — nel cui sottosuolo fu edificato uno dei primi e più importanti cimiteri cristiani della capitale, le catacombe di Domitilla, sulla via Ardeatina, dove sarebbero stati sepolti i martiri Nereo e Achilleo: verosimile prova della continuità dell’impegno cristiano di una famiglia (o almeno di una sua parte significativa) al centro dell’impero, già nel primo secolo.

di Aldo Schiavone

L’autore

Ha insegnato nelle università di Bari e di Firenze, e alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha fondato e diretto l’Istituto italiano di Scienze Umane. È membro dell’American Academy of Arts and Sciences e dell’Institute for Advanced Study di Princeton. Attualmente dirige un progetto Erc Advanced Grant presso l’università di Roma La Sapienza. Tra i suoi libri, tradotti in molte lingue: La storia spezzata. Roma antica e occidente moderno (Roma, 1996), Ius. L’invenzione del diritto in Occidente (Torino, 2005, seconda edizione 2017); Spartaco (Torino, 2011), Ponzio Pilato. Un enigma tra storia e memoria (Torino, 2016).

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

23 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE