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Anni di piombo penne di latta

· ​La crisi dell’intellettuale impegnato ·

Il 22 maggio 1977 il settimanale «L’Espresso» pubblicò in copertina una delle foto-simbolo della drammatica stagione del terrorismo in Italia. Quella foto — su cui campeggiava il titolo dell’inchiesta, «I guerriglieri» — immortalava gli scontri del 14 maggio 1977 in via De Amicis a Milano in cui perse la vita il giovane vicebrigadiere Antonio Custra. Su quella stessa copertina, però, accanto a una delle più tristi cartoline degli anni Settanta, spiccava anche un annuncio pubblicitario di ben altro tenore: chiunque avesse acquistato il periodico, infatti, si sarebbe portato a casa anche il Manuale del buon giardiniere.

Questo accostamento distonico tra piombo e fertilizzanti, in una delle riviste più attive sul fronte della polemica di quegli anni, potrebbe sembrare a prima vista paradossale. Ma non è così. In realtà, come spiega efficacemente Roberto Contu, autore di Anni di Piombo. Penne di latta (1963-1980. Gli scrittori dentro gli anni complicati) (Passignano sul Trasimeno, Aguaplano, 2015, pagine 512, euro 25), «l’accostamento tra un ventenne che spara ad altezza uomo e la contemporanea striscetta sulle virtù del pollice verde» rappresenta una delle sintesi più coerenti «di quel guazzabuglio di contraddizioni» che caratterizzarono il decennio degli anni Settanta.

Un decennio in cui si assiste non solo all’angosciante escalation della violenza terroristica ma anche a una repentina e scioccante secolarizzazione della società italiana, a una omogeneizzazione degli stili di vita secondo un modello urbano e neoborghese e, infine, a una intensa e creativa attività letteraria.

È proprio su questa prolifica attività culturale di alcuni tra i più importanti intellettuali engagé italiani — come Fortini, Pasolini, Sciascia, Moravia e Calvino — che si concentra il volume di Contu.

Un volume che ripercorre, dal 1963 al 1980, l’ascesa e il declino irreversibile di un modello di intellettuale che alla fine degli anni Settanta subisce una «crisi sistemica ed epistemologica» iniziata grossomodo «nel passaggio tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta».

Nei primi anni Sessanta, infatti, questo intellettuale impegnato aveva partecipato attivamente all’elaborazione del discorso pubblico e, proponendosi di costruire «una società migliore», aveva visceralmente criticato l’«opulenta» società dei consumi interpretandola come una «civiltà barbarica» dove i barbari non erano tanto le persone «ma i nuovi prodotti della civiltà del consumo». Italo Calvino l’aveva definita come una «civiltà del frigidaire» in cui regnava un’«assuefazione al peggio della società». Alberto Moravia aveva apostrofato le nuove generazioni come dei «selvaggi motorizzati». Pier Pasolini Pasolini aveva intelligentemente evidenziato il mutamento antropologico degli italiani.

Questo sforzo interpretativo viene meno, però, alla fine degli anni Settanta quando l’Italia si trova di fronte alla stagione del terrorismo. Il momento paradigmatico della crisi della «figura dello scrittore italiano», secondo Contu, è ben rappresentato dal rapimento di Aldo Moro. A questa tragedia repubblicana si associa, infatti, un silenzio assordante degli intellettuali. 

di Andrea Possieri

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18 marzo 2019

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