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Anime e acciughe

· ​Dissertazioni sull'al di là ·

Antonio il Grande, il padre dei monaci, un giorno chiese direttamente a Gesù se fosse sulla buona strada e il Cristo gli rispose: «Va molto bene, ma ad Alessandria c’è un calzolaio che ti precede». Antonio corse subito a trovarlo e constatando la banalità della sua esistenza provò a interrogarlo. Il calzolaio gli rispose: «Forse perché di quanto guadagno faccio tre parti, una per la mia famiglia, una per i poveri e la terza per la Chiesa». Ma Antonio non rimase convinto: lui stesso aveva venduto tutti i suoi beni ai poveri per seguire Gesù dopo aver sentito in chiesa la parabola del giovane ricco. Così insistette. E il calzolaio di rimando: «Mentre lavoro, davanti alla mia bottega vedo passare tanta gente e allora prego che tutti siano salvati, solo io merito di essere perduto». 

Gustave Doré, «Dante e Virgilio nella selva» (Canto xiii dell’Inferno)

La storia del calzolaio di Alessandria è tramandata dal iv secolo ai monaci, soprattutto orientali, di generazione in generazione, e ben rappresenta il desiderio della salvezza universale, che non può essere una certezza perché vorrebbe dire svuotare la vita spirituale della sua serietà, ma un anelito e una speranza: l’oggetto della nostra preghiera. L’hanno sostenuto nei primi secoli della Chiesa i padri orientali e, in tempi più recenti, teologi e filosofi come Hans Urs von Balthasar, Jacques Maritain e Olivier Clément.
Proprio del teologo svizzero, che nel 1985 fece molto discutere perché nel suo libro Sperare per tutti, pubblicato in Italia da Jaca Book, esprimeva la speranza che la salvezza portata da Cristo potesse riguardare tutti gli uomini, l’editrice Queriniana ha da poco mandato in libreria il volume Escatologia del nostro tempo (Brescia, 2017, pagine 128, euro 17) che contiene due suoi testi inediti sulle cose ultime.
Von Balthasar se la prende in particolare con l’immaginario della Scolastica dell’aldilà e con la rappresentazione dell’inferno realizzata da Dante, «con la sua terrificante rigidità e totale mancanza di eventi». Il viaggiatore attraversa l’inferno e lo lascia così come vi è entrato. Come espressione di questa mentalità, il teologo di Basilea, creato cardinale da Giovanni Paolo ii ma morto prima di vestire la porpora, cita un passo di Fulgenzio di Ruspe, discepolo di Agostino, che non solo dà per sicura la dannazione di un numero enorme di esseri umani, ma la considera una verità di rivelazione.
A questa concezione egli oppone una rivalutazione del Sabato santo e della discesa agli inferi, che non è solo la continuazione nel tempo dell’abbandono del Figlio sulla croce, ma la sua proiezione oltre il tempo. «Non c’è nessuna morte che non possa essere recuperata, nemmeno la più dannata» scrive Balthasar, che poi precisa: «La discesa di Cristo nella morte seguita dallo Sheol indica per tutti gli uomini il superamento della poena damni inflitta di diritto a tutti come una potenza ineluttabile del destino». La vittoria di Cristo sulla morte fa sì che per l’avvenire il giudizio è nelle mani del Redentore, che il destino eterno di tutti gli uomini sia posto in maniera incondizionata nelle sue mani.
È accaduto insomma, «nelle cose ultime, il cambiamento che tutto decide, a differenza di quanto l’escatologia medievale rappresentava nelle sue asserzioni figurate e mitiche: che prima e dopo la redenzione il mondo dell’infernum restasse sostanzialmente uguale, che l’effetto dell’azione di Cristo si limitasse al più alto ricettacolo degli inferi e lasciasse immutati tutti i ricettacoli inferiori».
Fin qui dunque l’ipotesi teologica di von Balthasar, ribadita in maniera ancora più raffinata in questo saggio inedito, cui curiosamente fa da contraltare un altro recente volume dedicato all’aldilà, scritto da Achille Mauri, presidente delle Messaggerie Italiane. Stavolta si tratta di un romanzo, Anime e acciughe (Torino, Bollati Boringhieri, 2017, pagine 303, euro 16.50), in cui l’autore prefigura un aldilà all’insegna della leggerezza.
Protagonista di questo viaggio è lo stesso Mauri che si sveglia dopo essere mancato nella sua casa milanese e si ritrova non nel mondo ultraterreno ma nell’aldiqua. Un mondo popolato da personaggi storici come Leonardo da Vinci e il maresciallo Radetzky ma anche da figure più vicine a noi come Umberto Eco e Elio Fiorucci. Con tutti costoro il protagonista costruisce dialoghi sin troppo elaborati che hanno l’intento di far divertire il lettore ma si rivelano noiosi e banali.
A parte le tante chiacchiere, l’unica esperienza possibile in questo aldiqua, che non ha nulla dell’immaginario cristiano, è l’unione fra due o più anime in modo da condividere la storia e i sentimenti dell’altro. Un mondo in cui mancano i colori e la musica ma sono presenti in massa gli animali, persino le acciughe che compaiono nel titolo del libro e che fanno venire in mente quanto scritto al proposito dell’aldilà dall’arguto cardinale Biffi: «Non saremo tutti come le acciughe nel barile».
Certo, il romanzo di Mauri è un bel segno dell’attenzione verso le cose ultime anche da parte della cultura laica ma alfine il suo prolisso tentativo tanto acclamato dalla grande stampa delude. Prima di cimentarsi in temi così alti, anche se l’intento è dichiaratamente d’evasione, occorrerebbe approfondire la questione, leggere e studiare. Purtroppo troppi laici nel nostro paese continuano a essere digiuni della cultura religiosa e teologica.

di Roberto Righetto

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24 ottobre 2019

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