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Animali umani

· ​Il progetto artistico dell’East Village Art Residency in Friuli ·

L’attenzione che si dedica al passato trascurando di preoccuparsi anche delle produzioni contemporanee non valuta che l’arte, da sempre, ha raccontato il proprio tempo facendosi politica. Forma, colore, la perizia tecnica che solletica la nostra sensibilità estetica, la nostra cultura e memoria, mostravano simboli sottendenti una comunicazione precisa, il modo in cui l’artista trasmetteva storia, dottrina, il proprio pensiero o il desiderio del committente.

Regina José Galindo, «La oveja negra» (2014, video)

Nel corso dei secoli espressività e formalizzazione sono cambiate con le istanze della società, ma l’arte continua ad avere un ruolo all’interno di questa, non solo rappresentativo. E la domanda sul senso dell’arte è ancor più interessante se si considera che in questa si incontrano la necessità di espressione individuale e un portato — consapevole o meno — di interesse comune, generale o collettivo.

Come rispondere dunque alla domanda? Vi sono progetti che lo fanno attraverso pratiche che superano la mera produzione di opere o a queste si accompagnano o esse stesse ne assumono i caratteri.

Un caso interessante è Rave East Village Art Residency, una residenza per artisti in un borgo rurale in provincia di Udine, a Soleschiano di Manzano. Due sorelle, Isabella e Tiziana Pers, artiste e animaliste, hanno dato vita a un progetto di accoglienza che travalica il limite della specie. Nel borgo vivono gli animali che Tiziana salva dalla macellazione (scambiandoli con suoi disegni) e qui gli artisti sono invitati a misurarsi con l’ambiente, sviluppando lavori site specific.

La convivenza è il primo passo verso il ragionamento sul rapporto tra specie. «Gli ospiti sono totalmente liberi di elaborare, senza condizionamenti, tanto che finora abbiamo invitato ovviamente artisti sensibili a tematiche socio-politiche, ma che non avevano mai dimostrato un’attenzione specifica per la questione animale» racconta Isabella. E in effetti lo spirito è quello del confronto, vivendo l’arte relazionale oltre il margine della pratica interpersonale e in cui l’oggetto-opera, oltre a nascere dal vissuto in loco, si espande a ulteriore sviluppo esperienziale innescando riflessioni che si vogliono condividere con chiunque sia interessato. È così che Rave da luogo e associazione culturale — di cui è parte attiva anche il curatore d’arte Daniele Capra — diviene comunità aperta, attraverso l’organizzazione di laboratori e tavole rotonde con scienziati, artisti, filosofi, critici d’arte, ricercatori in vari campi... E diventa estesa, muovendosi fuori della campagna con incontri in musei, scuole, università, accademie.

L’espansione è innanzitutto intellettuale, nasce dall’interrogarsi su quello che la relazione uomo-animale espliciti e quali implicazioni abbia, a quale visione del mondo e a quali dinamiche risponda, pure tra uomo e natura, uomo e uomo, uomo e donna.

«Il rapporto con l’animale — ci dice Capra — è esemplificativo di come la nostra società tratti le questioni delle diversità e degli ultimi. Gli animali destinati all’allevamento (questione diversa sono quelli da compagnia, inclusi nelle famiglie, talvolta con modalità francamente esagerate) sono tenuti lontani dalla nostra vista, in luoghi mostruosi inadatti alla loro natura e in condizioni di sovraffollamento che portano a sviluppare malattie, depressione, conflittualità e morte precoce. Questa è la medesima situazione vissuta ad esempio dagli esclusi dal sistema economico e, in modo diverso, da tutti coloro che sono portatori di una diversità fisica, culturale o sessuale: sono situazioni che non vogliamo vedere e che cerchiamo di tenere ai margini del nostro sguardo, per paura di esserne contaminati o perché ipocritamente pensiamo che la cosa non ci debba riguardare. E tale condizione riguarda ancora di più gli immigrati che arrivano da paesi poveri e in conflitto, della cui presenza quasi nessuno vuole curarsi. Dove guarda quindi la nostra società? Chi e cosa vuol vedere? A Rave pensiamo che parlare degli animali non umani voglia dire parlare anche degli animali umani».

In tale direzione si muove, ad esempio, il video realizzato dall’artista guatemalteca Regina José Galindo, ferma nell’ovile a personificare metaforicamente la pecora nera, la voce fuori del coro, l’esclusa. Mentre il croato Igor Grubic, su una serie di poster, che riportano foto di un macello dismesso, ha proposto domande apparentemente banali sul destino degli animali, che però cercano di capire l’altro spostando il nostro punto di vista.

Dunque ecco che arriva la risposta alla domanda iniziale: l’arte pone o dovrebbe porre quesiti, ci invita a guardare da altre prospettive aprendo dibattiti. Come per il tema della biodiversità, dello sfruttamento della terra, dell’antropocentrismo e del biocentrismo, questioni su cui non può non interrogarsi in quanto espressione del vissuto e dell’ascolto di cui essa stessa si alimenta.

di Federica La Paglia

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19 settembre 2019

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