Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Angeli e demoni

Il galateo dei messaggeri (con ali e senza)

Pubblichiamo stralci dell'intervento del sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana pronunciato durante la presentazione della mostra «Angeli, i volti dell'invisibile», che si è svolta all'Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede. La mostra, organizzata dal Comitato di San Floriano, sarà aperta dal 24 aprile al 3 ottobre nella Casa delle esposizioni di Illegio (Tolmezzo).

Penso alla straordinaria delicatezza con cui l'Onnipotente interviene nella storia degli uomini, stando alle pagine della Sacra Scrittura, fedelmente e genialmente tradotte dai pennelli di chi ha dipinto Annunciazioni indimenticabili: e la memoria corre subito al Beato Angelico, a Simone Martini, al giovane Leonardo o ad Antonello da Messina. La tradizione cristiana afferma che ogni messaggio che Dio ha deciso di trasmettere ai suoi eletti lo ha affidato alla mediazione sapiente degli angeli. Un intervento diretto, prorompente, potrebbe indurre spavento, accecare, prostrare e ammutolire l'uditore, cui sarebbe tolta ogni possibilità di rispondere in modo umano, cioè libero e ragionevole. Ma la verità e la grazia non vogliono essere subìte: vogliono essere amate. Che lezione stupenda, per tutte le istituzioni umane, per tutti i maestri terreni di qualsiasi disciplina, per tutti gli operatori della comunicazione, dell'informazione e della stampa! Il tema riproposto alla pubblica riflessione dalla mostra di Illegio ci domanda di saper dire la nostra parola e di saper raccontare le notizie con la grazia degli angeli, che non mettono in mostra se stessi, che non alterano mai la parola ricevuta in consegna, che non mettono a disagio il proprio interlocutore quand'anche ci sia da rivolgergli un invito alla conversione, un appunto doloroso, un presagio di sventura. Un galateo angelico della comunicazione è più prezioso di una eccellente abilità tecnica nell'usare i mezzi della comunicazione. Sappiamo che una parola detta o scritta può far vivere e può far morire. Ci sia concessa, allora, come uomini di governo, servitori dello Stato e del bene dei cittadini, giornalisti e predicatori, la sapienza di un dire che anteponga sempre la dignità della persona umana alle esigenze della dialettica, della persuasione o dell'audience. E dagli angeli, inoltre, apprendiamo sempre più l'arte indispensabile di dare soprattutto buone notizie, in un tempo nel quale sembra quasi che ci si debba ossessivamente tenere aggiornati sulle mediocrità e sulle bassezze umane: no, tutti i giorni ci sono tanti fatti positivi, tanta gente decorosa, onesta, eroica, limpida, tanti motivi di speranza e di ottimismo. Dobbiamo proporci di aver raccontato, nel corso della nostra vita, più notizie di speranza di quante siano state le notizie di tristezza che purtroppo abbiamo dovuto trasmettere. Un secondo pensiero riguarda gli angeli di oggi, in carne e ossa, che suscitano il nostro entusiasmo e senso di riconoscenza. Non ricordate forse gli «angeli del fango» che si misero all'opera quando una tremenda alluvione travolse l'incantata città di Firenze, mettendo a repentaglio, oltre a persone e altri beni, un grandioso patrimonio artistico? E potremmo ripercorrere mille luoghi e mille date della storia italiana e mondiale, da allora fino a oggi. Nonostante i limiti e gli errori di ogni persona umana, di ogni governo possibile e di ogni istituzione terrena, la storia delle ore più infauste del nostro Paese è spesso anche la storia delle ore più gloriose del volontariato, della capacità di improvvisazione e di dedizione tipica del nostro popolo, e della sinergia tra politica, militanza civile e carità cristiana. Dalle forze armate ai medici volontari in Italia e all'estero, da chi si prende cura di giovani che la droga o altre miserie avrebbero potuto distruggere, fino a chi assiste amorevolmente malati e anziani nelle nostre case, dai reporter che documentano e fanno conoscere le emergenze internazionali alle più commoventi manifestazioni di vicinanza nel dolore o nel lutto, nella nostra vita ci è sicuramente accaduto di incontrare più volte persone che, come angeli, ci hanno soccorso, detto una parola incoraggiante, teso una mano. Ricordiamoli tutti e insegniamo ai nostri giovani a diventare come loro. Un ultimo pensiero. Le mostre del Comitato di San Floriano offrono sempre l'occasione di colloquiare amichevolmente sul confine tra religione e vita civile, tra cultura e fede, tra impegno politico e ricerca mistica. Credo che non sia sconveniente, pur in uno Stato laico come l'Italia, fermarci un attimo per una considerazione su quella presenza per certi versi angelica della Chiesa nella società italiana. Credenti di ogni città e villaggio, consacrati o immersi nella condizione laicale, lavorano da generazioni e generazioni al bene di questo nostro mondo. Tra i molti, non posso fare a meno di considerare come un angelo, nella sua umanità e limpidezza, il Santo Padre Benedetto XVI, che merita tutto il nostro affetto e sostegno nel suo compito di condurre alla santità i cristiani del nostro tempo. Senza uomini come lui, e senza la presenza, il servizio e la parola della Chiesa saremmo tutti più poveri.

Gianni Letta

L'assedio sconfitto del leone ruggente

Il tempo pasquale, dedicato alla contemplazione del mistero di Cristo risorto da morte, si rivela specialmente propizio a una riflessione sul demonio, «il principe di questo mondo» che, proprio nell'ora del suo innalzamento sulla croce, Gesù ha «gettato fuori» (Giovanni, 12, 31). Veramente, non tutti i teologi prestano attenzione al demonio. Alcuni lo giudicano una specie di fantasma inquietante, creato da un sospetto immaginario, con una sua utilità repressiva, ma in ogni caso segno di una mentalità antiquata che fatica a scomparire. Per altri il demonio si riduce a un'idea generica e sintetica di Male, a cui indebitamente si attribuisce una consistenza reale e personale. Di tutt'altro avviso appare Gesù Cristo, che non ha affatto ridotto il diavolo al prodotto di una fantasia malata o inquieta, ma lo ha preso molto sul serio, ingaggiando un implacabile conflitto contro di lui durante tutta la sua la vita e abbattendolo nella passione e risurrezione. Anzitutto, Gesù offre del diavolo una precisa definizione: «omicida fin dal principio», «menzognero e padre della menzogna», nel quale «non c'è verità» e a cui la falsità appartiene in proprio (cfr. Giovanni, 8, 44). Definito in questi termini, il diavolo appare chiaramente come l'Antitesi e l'Oppositore di Cristo, che si presenta come la Verità e la Vita (Giovanni, 14, 6) e che con ulteriore precisazione fa risalire l'opera omicida e menzognera del diavolo al «principio», riportandoci così alla Genesi e al «serpente antico, che si chiama diavolo», com'è detto nell'Apocalisse (12, 9). Scrive sant'Ambrogio: «Il demonio non seppe mantenere la grazia ricevuta ed ebbe invidia dell'uomo per il fatto che, plasmato col fango, fu scelto per abitare in paradiso» (De paradiso, 12, 54). Ma nei raggiri del Serpente, che circuisce l'uomo appena creato è in atto una cospirazione contro Gesù, mirante a seminare la diffidenza e a minare la fede. Quella di minare la fede in Cristo è, infatti, la sua azione propria. Se il demonio è l'Antitesi e l'Oppositore di Cristo, non sorprende che questi nella sua vita se lo ritrovi d'attorno intento a distaccare persino lui, il Figlio di Dio fatto uomo, dal disegno del Padre. Ma ogni mira in questo senso risulterà vana. L'avvicinarsi della morte è sentita da Gesù come una venuta del «principe del mondo» che però «contro di me non può nulla» (Giovanni, 14, 30). Vale per il demonio quanto sant'Ambrogio afferma della morte nel suo inno pasquale Hic est dies verus Dei: la morte si è autodistrutta. Essa, nel tentativo di mordere la preda, cioè il corpo di Cristo, messole dinanzi con sottile tranello, ne ha ingoiato letalmente l'amo, restando, insieme, avviluppata nella sua stessa rete. Altrove aveva scritto: «Il modo migliore per spezzare il laccio teso dall'inganno del diavolo era quello di mostrare al diavolo la preda — appunto il corpo di Cristo — affinché, slanciandosi d'impeto su di essa, si impigliasse nella sua stessa rete» (Expositio evangelii secundum Lucam, iv, 12). Quanto al traditore, Giuda, diviene il luogo della inabitazione di Satana. Nell'imminenza della Pasqua, l'ultima di Gesù con i suoi apostoli, «Satana — è detto in Luca — entrò in Giuda, detto Iscariota» (Luca, 22, 2), mentre, secondo Giovanni, è il diavolo che «ha messo in cuore a Giuda di tradirlo», (Giovanni, 13, 2); e lo stesso evangelista noterà che «dopo il boccone Satana entrò in lui» (Giovanni, 13, 27). Avversario di Cristo e vinto da lui nella sua morte e risurrezione, il demonio non cesserà di essere l'avversario dei suoi discepoli. In questi termini parlerà la i Lettera di Pietro: «Vegliate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare» (1 Pietro, 5, 8); d'altronde è possibile, come constata Paolo, perdersi «dietro Satana» (1 Timoteo, 5, 15). Come il demonio ha cospirato contro la vita di Gesù, così non mancherà di architettare inganni contro coloro che «custodiscono i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù» (Apocalisse, 12, 17), e di impiegare tutte le sue energie per osteggiarli. È il messaggio dell'Apocalisse, profezia e raffigurazione delle peripezie della Chiesa, accanitamente insidiata e perseguitata dal drago nel tempo presente, prima della venuta finale del Signore Gesù e del definitivo trionfo dell'Agnello. «Chi si affida a Dio, non ha paura del diavolo», dichiara sant'Ambrogio (De sacramentis, v, 4, 30), che giunge a dire: «Dove il diavolo dà battaglia, là Cristo è presente. Dove il diavolo pone l'assedio, là, chiuso tra gli assediati, sta Cristo a difendere la cerchia delle mura spirituali» (Expositio Psalmi cXVIII, 20, 51). Per quanto le macchinazioni diaboliche possano essere pericolose e aggressive, essi «lo hanno vinto grazie al sangue dell'Agnello» (Apocalisse, 12, 11). Su questa vittoria si fondano la forza e la serena speranza dei discepoli del Signore. Se dalla fede — e con buona pace di alcuni teologi — essi sanno con assoluta certezza che il demonio esiste, che è il tentatore, e che opera talora in modo sconcertante, non per questo si lasciano prendere dalla sua ossessione o invadere dallo spavento. Vigilano, invece, e pregano, certi di essere già partecipi della vittoria pasquale di Gesù, che adesso prosegue in loro. E non senza affidarsi agli angeli, particolarmente a quelli che hanno servito Gesù dopo le prove del diavolo nel deserto, anche se si deve riconoscere che agli angeli in generale quei medesimi teologi non stanno rendendo facile la vita.

Inos Biffi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

11 dicembre 2019

NOTIZIE CORRELATE