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Nella luce della salvezza

· ​L'infanzia del Salvatore sull'arco trionfale di Santa Maria Maggiore ·

Dal clipeo dell’arco trionfale della basilica romana di Santa Maria Maggiore sull’Esquilino, concepita e decorata da Sisto III, all’indomani del Concilio di Efeso del 431, si dipartono le innumerevoli vie simboliche, che attraversano l’intero programma decorativo della sontuosa edificazione dedicata a Maria Theotokos. 

In quel globo di luce appare, come in un miraggio, il trono vuoto dell’etimasia, secondo l’accezione apocalittica di Giovanni, per alludere al mistero sottile della rivelazione. Attorno a quel segno tanto significativo, per quanto riguarda la soluzione ultima della salvezza, sfilano i quattro viventi e si appostano i rassicuranti principi degli apostoli, custodi della Chiesa di Roma e dell’interno mondo cristiano antico.

Strage degli innocenti

E mentre lungo le navate si distendono le storie del Vecchio Testamento, sull’arco sono disposti i quadri salienti dell’infanzia del Salvatore, secondo una narrazione continua che svolge la storia della prima manifestazione del Verbo di Dio.
Tutto comincia con le annunciazioni simultanee a Maria e a Giuseppe. La prima è colta mentre fila la porpora per la tenda del tempio di Gerusalemme, vestita sontuosamente come una basilissa, tra uno stormo di angeli. Ebbene uno di questi si rivolge a Giuseppe e, forse, con questa rappresentazione, si vuole alludere al sogno-apparizione in cui viene rivelato allo sposo di Maria il mistero della incarnazione (Matteo 1, 20-21).
Le due annunciazioni sono comprese tra la rappresentazione del tempio e dell’abitazione di Giuseppe, come per aprire il racconto della Natività che, però, viene curiosamente eliso, per accogliere, nel registro inferiore, una complessa adorazione dei magi, con i tre re disposti attorno a Gesù Bambino, nimbato e seduto come un imperatore su un sontuoso trono gemmato e provvisto di un cuscino rosso. Alla scena partecipano Giuseppe, quattro angeli ai lati di una stella luminosa, Maria, ancora abbigliata come una regina e anche una severa donna assisa, con un manto oscuro e la mano portata al mento, nel gesto dell’umore melanconico. Questa figura, interpretata come Anna, Madre di Maria, va piuttosto intesa come personificazione della Chiesa o come il simbolo della sapienza di Dio, suggerita anche dalla prossimità delle figure dei magi. 

«Presentazione al tempio»  (Mosaico, Santa Maria Maggiore, v secolo)

Sul lato destro dell’arco, Maria, in compagnia di due angeli, ancora in abiti da sovrana, entra nel tempio di Gerusalemme, attraverso il portico di Salomone. Tra le sue braccia, si riconosce il Bambino, mentre Giuseppe protende le mani e volge lo sguardo verso la madre con il figlio. Di seguito, appaiono la snella figura della profetessa Anna e Simeone, accompagnato da un solenne gruppo di anziani. Sullo sfondo si sviluppa la fronte di un tempio classico a quattro colonne (tetrastilo) nella parte anteriore, che, presumibilmente e curiosamente si ispira al tempio adrianeo di Venere e Roma, se non si vuole alludere addirittura al tempio, sempre del tempo di Adriano, di Giove Capitolino, fatto costruire laddove sorgeva il tempio fatto edificare da Erode il Grande e distrutto nel 70 dell’era cristiana.
Davanti al tempio, sono posati due volatili bianchi e due scuri: con ogni evidenza si tratta delle colombe e delle tortore offerte in sacrificio, in occasione della presentazione di Gesù. Di seguito, è raffigurata una scena che contempla l’angelo che parla, in sogno, a Giuseppe assopito: è chiara l’allusione all’ammonimento notturno che ordinava di condurre la Sacra Famiglia in Egitto (Matteo 2, 13).
Quest’ultima scena si collega col registro inferiore, dove si sviluppa una megalografia, che trae spunto dagli scritti apocrifi dell’Infantia Salvatoris e, segnatamente, dal Protovangelo di Giacomo, al vangelo dello Pseudo Matteo, dal vangelo Armeno, alla Cronaca di Zuqnin. Il quadro musivo racconta l’episodio accaduto nella città di Sotine e, in particolare, nel capitolium del centro egiziano, laddove la Sacra Famiglia entra, provocando la caduta di ben 365 idoli. Afrodisio, il governatore della città, guida un gruppo di notabili, che rimangono immobili dinanzi al Bambino, riconoscendone la divinità.
Segue la drammatica storia figurata della strage degli innocenti, secondo il racconto di Matteo (2, 13-18). A destra, un gruppo di donne dai capelli sciolti e dalle vesti discinte, in segno di dolore, stringono i figli tra le braccia. Al centro, un soldato si rivolge al sovrano, nimbato, assiso in trono e attorniato da armigeri: Erode è vestito e atteggiato come un imperatore, i militari presentano il costume romano.
Il cortometraggio si conclude con il faccia a faccia dei magi e degli scribi con Erode, definito da una didascalia inserita in una tabula. Tutto si svolge dinanzi alle mura di una città: Erode è protetto da due armigeri ed è consigliato da altrettanti scribi, che srotolano un volume, dove era forse scritta la profezia messianica.
Tutto il grande manifesto musivo è chiuso, alle basi dell’arco, dalle vignette urbane, che rappresentano Bethleem e Hierusalem, come confermano le didascalie. Verso le due città, che rappresentano gli apici del “segmento terreno” della vita di Cristo, si appostano altrettanti gruppi di sei agnelli, che sostituiscono in forma zoomorfa i dodici apostoli, i quali entrano nell’ecclesia ex gentibus e nell’ecclesia ex circoncisione. 

di Fabrizio Bisconti

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13 dicembre 2018

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