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Per una perfetta equazione

· Tra obbedienza alle norme e carattere morale ·

La domanda con cui dovremmo aprire ogni riflessione sul tema della legalità è un’autointerrogazione: sono io, non altri, nella legalità? La nozione comune e diffusa della legalità, come ordine stabilito dalle leggi ed obbedito dalla collettività, non basta più a fronteggiare l’illegalità diffusa. 

Mario Sironi, «La Giustizia fra la Legge e la Forza» (1936, particolare)

La crisi della legalità nel mondo contemporaneo è in primo luogo conoscitiva. Il numero sterminato delle leggi impedisce al cittadino di sapere se egli sta compiendo una qualche trasgressione. Per le violazioni più gravi, quelle delle leggi penali, vigeva un tempo il principio che la conoscenza della norma dovesse presumersi in senso assoluto. Nessuno poteva addurre a sua discolpa il fatto di ignorarla. La regola ignorantia legis non excusat era il cardine del magistero penale dello Stato. Eppure anni fa la Corte costituzionale dovette far cadere quel fondamento di fronte all’evidenza dell’impossibilità di conoscere la norma trasgredita, soprattutto quando questa non risulti soltanto dal dettato della legge, ma anche dalle interpretazioni divergenti che ne avevano dato, nel caso particolare, i giudici supremi che producono con le loro pronunzie il cosiddetto diritto vivente, e cioè la Corte di Cassazione e il Consiglio di Stato.

Ma la crisi della legge non è solo impossibilità della sua conoscenza. La legge non è più comando generale e astratto come si era andata configurando nella civiltà liberale. È significativo che l’età delle grandi riforme della statualità europea abbia propiziato il passaggio dal diritto comune, controversistico e casuistico, costruito con materiali del diritto romano giustinianeo e opinioni di giuristi privati, al diritto legiferato e codificato.
La legge si sostituiva all’arbitrio dei sovrani assoluti e alle capziose argomentazioni dei dottori, superando la frammentazione del caso singolo per provvedere a fatti-specie generali. Ma la moltiplicazione all’infinito dei compiti dello Stato, l’ingresso nei parlamenti di portatori di interessi sempre più diversificati, corrispondenti alla crescente complessità della società e dell’economia, hanno reso frequente e poi incontinente la legiferazione di dettaglio che provvede a gruppi, se non persone, con norme che sono state definite leggi-fotografia.
Gli stessi codici hanno subito l’erosione dei loro grandi sistemi da parte di leggi speciali che hanno creato microsistemi di settore.
L’incertezza dell’ordinamento si è perciò aggravata per la verità svelata della formazione della legge, risultato ora di mediazioni ora di prevaricazione d’interessi particolari, e non della volontà di un legislatore ispirato alla realizzazione dell’interesse generale. Le leggi sono state spesso disattese in nome di buone ragioni da far valere dinanzi ai giudici e, quando sono sopraggiunte le Costituzioni rigide sovraordinate alle leggi, esse non possono esigere obbedienza incondizionata, perché la loro validità s’inscrive nella conformità alla superiore legalità costituzionale. A questo punto il problema della legalità esce dallo spazio dell’ordine stabilito dallo Stato nella società per dar luogo ad un imponente contenzioso dinanzi a ogni giurisdizione. Contendono privati e privati, privati e istituzioni, istituzioni e istituzioni. Se cresce la produzione normativa, cresce in termini esponenziali quella giurisprudenziale. Il rimedio che viene prospettato è la delegificazione, che lasci più spazio alla autonomia privata e delle formazioni sociali. Le fa da corollario la depenalizzazione, nella duplice direzione di ridurre le fattispecie incriminatrici e di evitare il presidio di sanzioni penali a precetti di altra natura.
Ma si progetta anche una più generale estensione dell’area di deregulation, che se deve avere un senso accettabile significa assenza di regole compensata però da buon senso, solidarietà, onestà. E dunque nel suo punto di massima crisi la legalità, oltre a strategie di carattere ordinamentale, sembra fare un appello all’etica e alla coscienza individuale. Ecco perché la domanda, in cui la persona mette in discussione se stessa, rivela di essere la chiave risolutiva di una questione altrimenti insolubile.
Torniamo a quella soglia della modernità che segna l’ingresso della legge nel disegno delle libertà, dei diritti e dei doveri. Nella Costituzione francese del 22 agosto 1795, l’art. 5 della Dichiarazione dei doveri ha questo monito: «Nessuno è uomo perbene, se non è francamente e religiosamente obbediente alle leggi (Nul n ’est homme de bien, s’il n ’est franchement et religieusement observateur des lois)». La religion civile di Rousseau fu costruita con lineamenti essenziali della religione dogmatica cristiano-cattolica per ottenere l’obbedienza alle leggi «col cuore» e non soltanto con il comportamento esteriore. È palese l’equazione tra obbedienza alle leggi e il carattere morale dell’uomo perbene. Ma in quella Costituzione degli anni della Rivoluzione c’è ancora di più. L’art. 4 stabilisce: «Nessuno è buon cittadino se non è buon figlio, buon padre, buon fratello, buon amico, buono sposo». Nessuna Costituzione ha mai identificato la cittadinanza con queste figure concrete della vita buona. Siamo ben oltre l’obbedienza alle leggi con lealtà e spirito religioso. Il cittadino deve essere buono e operare il bene. L’art. 2 di quella stessa Dichiarazione è esplicito: «Tutti i doveri dell’uomo e del cittadino derivano da questi due principi, impressi dalla natura in tutti i cuori: Non fate agli altri ciò che non vorreste che sia fatto a voi stessi: fate costantemente agli altri il bene che vorreste riceverne». E possibile ascoltare qui l’eco di insegnamenti evangelici che si sono tradotti in valori civili, al punto da essere impartiti da una Costituzione del periodo rivoluzionario.
Siamo di fronte a una delle tante radici religiose dell’etica laica europea. Il tema della compatibilità tra l’essere cristiano e l’essere fedele suddito dell’imperatore romano si è maturato nel corso dei secoli fino a produrre la coincidenza tra le virtù del cittadino repubblicano e quelle un tempo proprie dei seguaci di Cristo.


di Francesco Paolo Casavola

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18 luglio 2018

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