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Andare, vedere, tempo

· Guido Strazza e i decori cosmateschi delle basiliche romane ·

Se per Kandinskij il colore è il tasto, l’occhio è il martelletto, l’anima è «un pianoforte con molte corde», per altri pittori astratti ha più a che fare con lo spazio che con la musica, è come uno scandaglio capace di inoltrarsi nel mistero della realtà visibile, «una realtà non fatta da noi, che si sta sempre formando e trasformando e traduciamo in segni, progetto di segni» come scrive nel suo Dizionario, Lessico del pittore - pensieri minimi Guido Strazza. All’artista toscano (Strazza è nato a Santa Fiora, in provincia di Grosseto, nel 1922) la Galleria nazionale di arte moderna e contemporanea di Roma ha dedicato una mostra — aperta fino al 26 marzo — che ripercorre mezzo secolo di attività attraverso un allestimento che fa dialogare tre di loro dipinti, sculture, disegni e incisioni. Particolarmente suggestivo è l’omaggio indiretto a Piranesi e ai maestri cosmateschi che hanno decorato tante chiese di Roma.

Guido Strazza, «Ricercare Nacar» (1972)

«Credo che pochi conoscano, trattandosi di opere mai esposte — scrive Lorenza Trucchi nel catalogo della mostra — dei d’après dei mosaici di Santa Maria Maggiore che Strazza fece intorno al 1946 quando era ancora studente di ingegneria». Una coincidenza non priva d’interesse, ora che il pittore è tornato a riscoprire e a rivivere Roma.

Colonne, obelischi, archi, in equivalenze di segni ora netti e violenti ora fluidi e leggeri, come se di tanta ricchezza di storia e di memorie, di tanta stratificata varietà di forme restassero solo pochi motivi grafici. Non a caso questo ritorno a Roma, continua Lorenza Trucchi, avviene in un momento di intensa attività calcografica e didattica — svolta sia alla Calcografia Nazionale sia alla Accademia di Belle Arti — che lo porta a compiere un’approfondita indagine sui sistemi formali di Piranesi. Poco colore, in questi primi «Segni di Roma» e invece una forte incidenza di luci e di ombre, tali da fare delle colonne rotte — il tema più provato, più insistito — la drammatica allegoria di un ordine spezzato.

Il colore torna invece quando il soggetto sono i mosaici cosmateschi; e insieme al colore torna la curva, il cerchio, la spirale: una geometria vivificata da mille innesti ornamentali. L’autore rivive ed esprime in queste opere il trascorrere del tempo, ottenendo assonanze di erosioni e incrostazioni dovute all’assalto dei fattori atmosferici, di stratificazioni di restauri, di mutilazioni e ferite che il tempo ha impresso in questi brani di muri, di pavimenti e sono tutti elementi carichi di senso. Migliaia di passi hanno logorato lentamente ma inesorabilmente i tasselli dei mosaici cosmateschi, ne hanno offuscato i colori, alterato il disegno. Lo sguardo dell’artista annota tutte le varietà di materia dei mosaici, dove le pietre dure si alternano al marmo, al porfido, ma anche a tessere di vetro e d’oro, e ne dettaglia, ingrandisce, stravolge, esaspera l’ornata geometria.

«Se dovessi dire, come per gioco, solo tre parole sul mio lavoro — scrive Strazza parlando delle sue opere — direi senza esitazione andare, vedere, tempo. Andare in giro per il mondo mettendo gli occhi sui segni come un navigante senza rotta attento al minimo scoglio. Vedere segni prima di cose e dei segni vedere il farsi prima del fatto. Tempo, tempi di spazio del vedere, del gestire, del segnare; percorsi degli occhi e della mano che disegna».

 di Silvia Guidi

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16 settembre 2019

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