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Andare avanti insieme come popolo

· La crisi della società italiana e il ruolo della Chiesa ·

Intervista a Marco Impagliazzo

«Camminare e andare avanti come popolo». Questo è lo spirito della sinodalità. Lo sottolinea Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio e ordinario di Storia contemporanea all’Università Roma Tre, in questa intervista con la quale «L’Osservatore Romano» vuole continuare ad alimentare la riflessione e il dibattito sul ruolo della Chiesa italiana di fronte alla crisi della società attuale. Dopo Giuseppe De Rita (22 maggio), Stefano Zamagni (24 maggio) e Mauro Magatti (25 maggio), Marco Impagliazzo analizza i fenomeni della solitudine e del rancore sociale, della paura della Chiesa a porsi in stato di uscita ma anche della forza propulsiva che risiede in tutte le componenti del popolo di Dio.

Giuseppe De Rita su queste pagine ha affermato che per il buon governo c’è bisogno di due autorità: una civile e una spirituale-religiosa. Quella civile garantisce la sicurezza, quella spirituale offre un orizzonte di senso. L’uomo ha bisogno di tutte e due le cose. Se invece si esclude una delle due, la società soffre, diventa schizofrenica. In questo sarebbe il ruolo della Chiesa nell’attuale situazione italiana.

Abbiamo visto i disastri che hanno fatto nel secolo scorso le ideologie che, con un impeto totalitario, hanno voluto chiudere il cielo sugli uomini e le donne. Che cosa ha significato in termini di sofferenza umana, oltre che sociale, l’aver impedito la pratica delle religioni? Non solo il cristianesimo, ma anche l’islam. E si è voluto distruggere l’ebraismo in Europa da parte del nazismo. Si è arrivati al paradosso dell’Albania comunista che, nel 1967, abolì le religioni, vietandone la pratica. Era il culmine di un processo durato tutto il Novecento. Sono quindi d’accordo con De Rita, l’uomo e la donna non vivono di solo pane, ma hanno bisogno di comunità e riferimenti spirituali.

Oggi in Europa — grazie a Dio — non abbiamo nessun tipo di persecuzione religiosa, anzi, io vorrei dire a tutti i nostri fratelli cristiani, quando andiamo a messa la domenica, ricordiamoci di quanti rischiano la vita per pregare in chiesa. Questo è un problema di oggi. Vediamo tanto dolore, anche solo per andare a pregare. La globalizzazione ci mette a contatto con tante situazioni, oggi le comunicazioni hanno avvicinato tanti mondi. Sappiamo tanto di più rispetto a ieri. Così abbiamo visto a Pasqua, quasi in diretta, i terribili attentati nelle chiese in Sri Lanka. Questo dovrebbe spingerci a dare più valore ai nostri gesti religiosi anche in nome di tutti coloro che sono impediti nella pratica della fede o rischiano la vita perché credono.

Sul ruolo della Chiesa, vorrei aggiungere: oggi c’è una grande responsabilità, soprattutto perché il nostro mondo sta diventando una foresta in cui via via cadono tutti gli alberi che danno ossigeno alle persone. Resta in piedi l’albero della Chiesa. Chi mi ha preceduto in questa serie d’interviste ha osservato, ad esempio, la crisi dei corpi intermedi, delle associazioni, delle comunità… La Chiesa resta un albero che dà aria buona, fa ombra e sotto i cui rami, la gente (i poveri, ma non solo) trovano riparo, senso di umanità, altruismo e anche della gioia. È un insieme di corpi intermedi, una rete cui sono legati tanti.

Il Papa ha colto la tristezza che circola in una società di donne e uomini, orfani delle loro comunità, delle loro famiglie, deprivati dei legami. La questione posta da Francesco nell’enciclica Evangelii gaudium è la gioia. La gioia è vedere un futuro insieme e non separati o addirittura gli uni contro gli altri. La gioia è il Vangelo che fa di noi una comunità e ci invita a vivere per gli altri. È questo il messaggio della Chiesa, fondamentale per la nostra società: vivere la fede, vivere insieme, non vivere per se stessi.

La gioia senza dubbio, eppure noi vediamo una società che oggi sembra dominata dal rancore, cioè dall’atteggiamento opposto. Da dove nasce questo rancore? De Rita dà una sua lettura, quasi un lutto per quello che non c’è stato, una promessa mancata, un futuro che sembra incrinato, perso.

Il rancore — e direi la rabbia — è frutto della solitudine. Siamo diventati tutti molto più soli. La crisi della famiglia è uno degli elementi più evidenti di questo processo. La crescita del numero delle persone sole, soprattutto in Italia, è impressionante. Le persone vivono sole per mille motivi. Penso al fatto che con l’allungamento della vita molti anziani si trovano oggi, rispetto al passato, a essere soli anche a lungo, vedovi o vedove. E — dico tra parentesi — la nostra società (e in parte anche la Chiesa) evita di affrontare la questione degli anziani.

La solitudine fa crescere le paure, come fantasmi. È tanto aumentata la solitudine, ma non è cresciuta la vicinanza alla vita delle persone, di cui c’è bisogno. Non è aumentato il necessario investimento umano e sociale nei legami! Con la globalizzazione, invece, siamo nel tempo del virtuale e il virtuale non aiuta a vincere le paure anzi spesso le aumenta, le fa crescere, perché poi alla fine ci si ritrova soli. Mancano gli strumenti per capire un mondo complesso come quello odierno. Vorrei aggiungere che il mondo globale non solo necessita di più legami (anche perché tanti si sono sfilacciati), ma anche di più cultura.

Su questo punto emerge un dato che ha una sua ambiguità, anche inquietante, cioè il dato dell’identità.

La globalizzazione ha portato all’eccesso opposto, l’emergere e l’arroccarsi, arrogante e aggressivo, sulla propria identità: si va dalla dimensione personale (egocentrismo e narcisismo) a quella etnico-nazionale o a quella religiosa. I sovranismi, i nazionalismi, poggiano su un malinteso senso dell’identità. L’identità in sé non è negativa (anzi è un bisogno nello spaesamento della globalizzazione). I problemi vengono quando l’identità è interpretata come chiusura egoistica e aggressiva. I messaggi veicolati sull’identità, anche quelli religiosi, sono spesso nel senso dello scontro e della contrapposizione contro gli altri. Noi versus loro, cristiani contro i musulmani, musulmani contro i cristiani, italiani contro persone migranti.

L’identità cristiana è particolare: radicata in profondità, vissuta in tante culture, ha un suo carattere aperto. Mai contro! Anzi vive nel dialogo e nei processi d’integrazione. Si è cristiani non contro gli altri, ma in dialogo con gli altri. Eppure, è emersa più volte nella storia, anche una visione identitaria del cristianesimo contro gli altri. Il cristianesimo s’identificherebbe in una nazione contro le altre o contro altri popoli. Non è stata questa la prospettiva della Chiesa e dei Papi del Novecento, che hanno sempre rifiutato la guerra e hanno ammonito contro il nazionalismo, senza però negare il valore dell’amore per la propria patria. Anzi hanno parlato di “famiglia delle nazioni”.

San Giovanni Paolo II, che proveniva da una nazione fortemente patriottica come la Polonia ed è stato un testimone di universalità, ci ha spiegato che identità e dialogo vanno insieme, sono un tutt’uno nella visione cristiana. Anzi le identità più forti e mature sono quelle che si aprono al dialogo. Questo tema assume un valore ulteriore: l’universalità. La Chiesa è cattolica, quindi universale: su questa strada camminiamo nei nuovi orizzonti della globalizzazione. Non senza difficoltà e contrasti!

Il Papa propone ormai da anni il tema anzi il metodo della sinodalità, cioè il camminare insieme, il conoscersi, il fare qualcosa insieme, alto e basso che si intrecciano armoniosamente. Si avverte però un po’ di fatica a capire bene come realizzare questa sinodalità all’interno della Chiesa e della società, come mai?

Il Papa, al convegno di Firenze del 2015, ha chiesto a noi cattolici italiani di approfondire sinodalmente l’Evangelii gaudium, testo programmatico del suo pontificato. Penso allora che ci sia stata una certa pigrizia nel rispondere da parte del cattolicesimo italiano, stretto tra calendari, logiche istituzionali e la paura di uscire, di aprirsi. La Chiesa cosiddetta “in uscita”, per realizzarsi, ha bisogno di scelte “squilibrate”, come il Papa ha detto alla diocesi di Roma. Direi con una battuta che se si sta troppo in equilibrio si finisce per cadere male! Viviamo troppo in equilibrio tra calendari, programmi, abitudini, nonostante il grande sforzo di tanti preti e laici siamo spesso bloccati in un linguaggio e in atteggiamenti autoreferenziali. Il Papa ricorda che il Vangelo è squilibrato e cita efficacemente il brano delle Beatitudini. Sinodalità — penso alle nostre Chiese locali — è convocare, lasciare parlare, fare insieme, condividere la passione di cambiare e di comunicare la speranza. Quindi uscire da una dimensione troppo istituzionale e organizzata. Bisogna leggere insieme i “segni dei tempi”, di fronte cui siamo distratti o non abbiamo chiavi di lettura condivise. Bisogna lavorare insieme…

Quando si dice “Chiesa italiana” può scattare l’automatismo per cui si pensa alla Cei o al Vaticano, ma la Chiesa non è nell’una né l’altro, la Chiesa è il popolo di Dio. E allora quale può essere il ruolo del popolo cattolico in questa situazione critica dell’Italia?

Il popolo dei cattolici può aiutare la Chiesa tutta a passare da una dimensione istituzionale a una comunità di popolo, ma questo va fatto insieme: laici, preti, religiosi e tutte le forze del popolo di Dio. Costituire una comunità di popolo sarebbe il vero antidoto ai richiami della paura e della rabbia, perché quando un popolo s’identifica con delle battaglie, si apre, capisce il mondo, si fa toccare dai segni dei tempi, allora sì che può entrare nella vita della società e veicolare dei messaggi che sono l’antidoto alla paura e alla rabbia della gente. Una comunità di popolo che faccia cose insieme. Il problema è anche lavorare insieme, non solo parlare. Quando con i corridoi umanitari accogliamo con la Chiesa italiana e con le comunità evangeliche i rifugiati siriani o dell’Africa, chiediamo alle parrocchie, alle famiglie, alle comunità, di accoglierli e di integrarli. Attorno a questo lavoro si crea una sinergia impressionante, la gente si conosce e lavora, anzi collabora perché queste persone si integrino. È un lavoro di popolo, di piccoli paesi, di parrocchie, un lavorare insieme. E, per lavorare insieme, serve un orizzonte.

Prima ho citato la Evangelii gaudium, ma prendiamo ad esempio i temi ambientali, dai quali per anni i cattolici sono stati estromessi, e pensiamo ad un testo, ricco e fecondo come la Laudato si’, anche da lì si può e si deve ripartire.

Leggere i segni dei tempi. Questa allora è la prudenza, lo diceva molto bene Zamagni su queste pagine, non la conservazione di un equilibrio, di uno status, ma è guardare avanti, pre-videnza, saper leggere e interpretare i segni dei tempi.

A me piace una frase di Papa Francesco, che mi ha detto anche personalmente e gli sento dire spesso: vai avanti!. Andiamo avanti. Nella storia del popolo d’Israele, nonostante tutti i problemi che ci sono stati durante l’esodo, l’unica cosa che questo popolo ha fatto — ed è il motivo per cui si è salvato — è che è sempre andato avanti, mai è tornato indietro. Mosè ha sempre guidato il suo popolo avanti, fino alla terra promessa. Il problema è questo: continuare a camminare e ad andare avanti come popolo. Questo è lo spirito della sinodalità: andare avanti insieme, come popolo, anche se ci possono essere discussioni. Gesù dice che chi si volge indietro non è adatto al Regno di Dio, perché il Regno di Dio è avanti, non è dietro di noi. Noi cristiani che leggiamo il Vangelo dobbiamo cercare il Regno di Dio, non solo per noi ma per tutto il popolo, i popoli, e particolarmente per i poveri.

di Andrea Monda

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18 agosto 2019

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