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Ancora un naufragio
nel Canale di Sicilia

· Intanto Medici senza frontiere richiama l’attenzione sui traumi psicologici di chi riesce a superare i viaggi della speranza ·

Almeno venti migranti sono annegati nel Canale di Sicilia. Hanno perso la vita prima che arrivasse la nave norvegese Siem Pilot che ha tratto in salvo gli altri compagni di viaggio su un gommone che si è fallato. I sopravvissuti sono 366. Intanto Medici senza frontiere lancia l’allarme sui traumi psicologici che vivono i migranti.

Migranti soccorsi sul ponte di una nave al largo della Libia (Reuters)

I superstiti dell’ennesimo naufragio sono di nazionalità subsahariana, eritrei, etiopi, nigeriani. Tra loro 259 uomini, 82 donne, 25 minori. Solo due settimane fa c’era stato il naufragio costato la vita a dieci donne.

Ma non c’è solo la morte, ci sono anche i tanti problemi di chi sopravvive a viaggi che li costringono a condizioni disumane. Nelle storie dei migranti che ce la fanno, troppo spesso ci sono traumi e disagi mentali, che l’organizzazione Medici senza frontiere (Msf) definisce un fenomeno «sempre più preoccupante e gravemente sottovalutato». Le condizioni di accoglienza in Italia non aiutano, anzi a volte creano un peggioramento. Il rapporto di Msf, dal titolo «Traumi ignorati», è stato realizzato con dati raccolti in vari Centri di accoglienza straordinaria (Cas) di Roma, Trapani, Ragusa e Milano, tra luglio 2015 e febbraio 2016. Il 60 per cento dei soggetti intervistati, nell’ambito delle attività di supporto psicologico di Msf, presentava sintomi di disagio mentale connesso a eventi traumatici subiti prima o durante il percorso migratorio. In particolare, tra i 199 pazienti direttamente presi in carico nei Cas di Ragusa, il 42 per cento presentava disturbi compatibili con il disordine da stress post traumatico, seguito dal 27 per cento affetto da disturbi dovuti all’ansia.

Sulla base dell’analisi dei bisogni e dei servizi esistenti, Msf, che da anni fornisce supporto medico e psicologico nelle strutture di prima e seconda accoglienza in Italia, chiede alle autorità italiane ed europee di adottare «un modello di accoglienza che prenda in carico i bisogni specifici legati alla salute mentale per questa popolazione particolarmente vulnerabile». Silvia Mancini, esperta di salute pubblica per Msf e curatrice del rapporto, ricorda che, fra l’altro, «i richiedenti asilo si ritrovano a stare per periodi molto lunghi in strutture che sono spesso in zone particolarmente isolate, dove rimangono a lungo, con un crescente stato di ansia e preoccupazione».

Guardando a un altro scenario della complessa situazione delle migrazioni, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) ha espresso preoccupazione «per le ulteriori restrizioni da parte dell’Ungheria». Le nuove leggi hanno esteso i controlli di confine a un’area di 8 km all’interno del territorio ungherese, e autorizzano la polizia a intercettare le persone all’interno di quest’area rimandandole al di là della recinzione. L’Unhcr sottolinea che spesso si tratta di «aree remote, senza servizi adeguati» e chiede indagini sulle denunce di abusi.

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