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Ancora manca il modello

· Il direttore dei Musei Vaticani riflette sui nuovi edifici di culto ·

Quando un edificio destinato al culto (si tratti di una chiesa cristiana o di una sinagoga, di una moschea islamica o di un tempio scintoista) è “giusto”? Quando cioè lo possiamo definire allo stesso tempo bello, funzionale e simbolicamente efficace? La risposta è una sola, non ammette deviazioni né varianti.

Un edificio destinato al culto si può dire riuscito e diventare perciò un’opera d’arte quando la cultura dell’epoca che lo ha voluto si identifica con le forme architettoniche e artistiche tipiche di quel culto, quando ne sostanzia e ne sostiene, significandoli e trasfigurandoli, i sentimenti, le idee e la dottrina.

Prendiamo l’età del Barocco. Il Barocco che è stato l’ultimo grande stile internazionale di matrice cattolica. Ci sarà pure una ragione se San Marcello al Corso o San Carlino alle Quattro Fontane a Roma hanno i loro cloni a Lima e all’Avana, a Santiago del Cile e a Santo Domingo, se le chiese conventuali di Napoli o di Palermo le incontriamo uguali, nella planimetria, nel decoro artistico, nella organizzazione simbolica a Goa in India, a Macao in Cina, a Cracovia in Polonia? Questo succede per una ragione precisa. La cultura del Seicento è immaginifica, metaforica, teatrale, vuole toccare il cuore, accarezzare i sensi, sollecitare insieme le passioni e la fantasia.

Ebbene, quella cultura è entrata nell’immaginario religioso ed è diventata arte sacra.

Queste cose ho detto il 14 maggio scorso in Campidoglio, presenti il sindaco Gianni Alemanno e il cardinale vicario Agostino Vallini, parlando del volume Electa  curato da Liberio Andreatta, Marco Petreschi e Nilda Valentin che illustra le 45 nuove chiese costruite nella diocesi di Roma fra il 2000 e il 2013.  Il libro è bello e importante, deve essere considerato una vera e propria antologia, o piuttosto un manuale, di edilizia sacra italiana contemporanea. Organizzato in schede, ognuna fornita di eccellente documentazione fotografica a colori, il volume presenta una serie di opere di indubbia qualità.

È ormai entrato nei manuali l’edificio di Meier, impropriamente noto come le Vele . Non di vele in realtà si tratta ma di tre gusci in cemento bianco che qualificano un edificio assolutamente pregevole ma che potrebbe funzionare altrettanto bene per un museo in Texas o per un auditorium a Melbourne.  Mi piace di più, non foss’altro perché ha tentato di dare una connotazione trascendente allo spazio presbiteriale,  il Santo Volto di Gesù di Piero Sartogo con quella copertura leggera aerea che innerva lo spazio alludendo alla forma simbolica di un grande rosone gotico fuori scala.

Altre volte la chiesa è concepita come un blocco organico, articolato in spazio del culto e in servizi parrocchiali; la chiesa intesa come una specie di fortino chiamato a presidiare il deserto multiculturale e multietnico delle sterminate periferie romane. Penso alla parrocchia dei Santi Elisabetta e Zaccaria di Giuliano Panieri.  In qualche caso intervengono suggestioni neobarocche (il San Pio da Pietrelcina di Alessandro Anselmi) oppure si propongono assetti più tradizionali anche se modulati nelle forme e nelle proporzioni della contemporaneità. Così Sandro Benedetti in Santa Maria a Setteville.

Gli esempi potrebbero continuare e i risultati sono quasi sempre di pregio. Manca però — questa è in estrema sintesi la mia impressione — la “forma chiesa”.  L’edificio bello, funzionale, simbolicamente efficace in grado di servire da modello, ancora non c’è. Almeno io non l’ho trovato.

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17 settembre 2019

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