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Anche nel campo profughi
di Kakuma c’è tanto Vangelo

· La fraternità del movimento contemplativo missionario in Kenya ·

Il Vangelo vissuto dai martiri continua a farsi carne anche oggi nell’immenso campo profughi di Kakuma, diocesi di Lodwar, nel nord ovest del Kenya. Il campo ospita più di 180.000 persone. Potrebbe sembrare una grande città, con case costruite con mattoni di fango e tante tende, ma vivere a Kakuma è come vivere in una città fantasma, una città che in realtà non lo è; città, perché la vita deve andare avanti secondo criteri strani, non umani né umanizzanti. È vero, c’è sicurezza e sono garantiti i bisogni più elementari, ma la gente non è libera, non può muoversi, non può progettare. E questa, che dovrebbe essere una condizione temporanea, una risposta immediata all’emergenza, purtroppo per qualcuno è una soluzione per 10, 20, 30 anni, per altri sarà la soluzione per la vita, il luogo dove cresceranno, si sposeranno, avranno figli, invecchieranno, dovendo per sempre sentirsi ospiti e stranieri.

I profughi che arrivano a Kakuma provengono dal Sud-Sudan, dal Sudan, dalla Somalia, Congo, Burundi, Rwanda, Etiopia, Eritrea, Uganda. Sono persone, sono vite, e vite quasi sempre abitate da un immane dolore. Quando il vescovo di Lodwar, monsignor Dominic Kimengich, ci ha accolti qui, ci ha chiesto una cosa sola: «Sisters, ascoltate! Siete qui soprattutto per ascoltare e farvi vicine a storie di sofferenze indicibili».

Sì, qui, come in ogni nostra missione, le nostre fraternità sono presenze quasi invisibili di adorazione e di cura dei poveri. Non abbiamo grandi strutture, non abbiamo grandi progetti in campo scolastico o sanitario. Ma desideriamo avere in cuore la passione di entrare, di farci vicino, di ascoltare, di farci presenti. Siamo piccole gocce d’acqua.

Nel concreto abbiamo alcune classi di prima alfabetizzazione per le mamme (swahili e inglese): ci indirizziamo alle mamme perché sono quelle che faticano di più a entrare nei programmi di formazione a causa dei figli, dei lavori domestici, ma anche perché in tanti Paesi sono ancora emarginate.

E poi collaboriamo con i salesiani (questo campo ha la peculiarità di avere una parrocchia al suo interno) nell’animazione delle piccole comunità cristiane. Pregando e condividendo sulla parola di Dio con loro, su come possiamo incarnarla nella nostra vita, sperimentiamo la forza della parola di Dio che è capace di creare a poco a poco la comunità e che rigenera la fiducia nei rapporti.

Attraverso questi canali e molti contatti informali, cerchiamo di passare un messaggio: «tu non sei un numero». Hai un volto, hai un nome, sei importante per me, sei importante per Dio che non ti ha dimenticato. In questo modo cerchiamo di vivere il volto specifico della vocazione che il Signore ci affida: adorare Cristo nell’Eucaristia, per riconoscerlo e servirlo nel povero, nel fratello che incontriamo. Quando siamo in ginocchio sentiamo di essere già in piena missione e nel rapporto col povero sovente ci accorgiamo di essere in preghiera!

«Ogni uomo è una storia sacra!» (Jean Vanier): noi lo tocchiamo con mano a ogni passo nelle nostre fraternità. Tra i poveri c’è tanto Vangelo! In mezzo ai loro travagli e alle loro fatiche lo Spirito del Signore opera continui segni del Regno di Dio e noi, in adorazione, chiediamo di avere occhi umili e attenti per riconoscerli e lasciarci contagiare.

Uno dei tanti semi di Vangelo è Benoit. Congolese. Era il primogenito di una famiglia numerosa. Da diversi anni viveva con la moglie e i figli in una casa loro, con un bel pezzo di terreno. Una condizione discreta, avevano un piccolo ristorante. Secondo la tradizione della sua tribù sarebbe stato lui l’erede principale dei beni della famiglia. Ma alla morte del padre alcuni dei fratelli, che avrebbero ricevuto una parte più piccola, si sono messi d’accordo per eliminare Benoit, in modo da ereditare loro la terra e la casa. Hanno mandato dei miliziani a casa sua, ma questi hanno avuto pietà di lui: l’hanno picchiato e minacciato, senza ucciderlo. Il mattino seguente lui, con la moglie, Furaha, e i quattro figli che vivevano con loro sono scappati. Sono arrivati a Kakuma tre anni fa. In Congo avevano lasciato i figli più grandi, che al momento della fuga studiavano in un’università molto lontano da casa loro. Purtroppo, dopo poco più di un anno, hanno avuto la notizia che il college era stato attaccato dai ribelli e che i giovani studenti erano stati o uccisi o presi prigionieri. Da quel momento non hanno più saputo nulla dei loro figli. Arrivati nel campo hanno vissuto momenti molto duri all’inizio per adattarsi alla vita di Kakuma. Poi, Benoit e Furaha hanno aperto un piccolo negozio sulla strada e hanno cominciato a inserirsi. Anche i loro ragazzi hanno ripreso gli studi lì nel campo, imparando un po’ alla volta l’inglese. Si sono inseriti bene nella loro piccola comunità cristiana.

E conoscendoli abbiamo scoperto che Benoit ha il cuore molto grande. Dopo un po’ di tempo ha visto un ragazzo sui 20 anni, handicappato fisicamente che passava quotidianamente davanti al negozietto. Ha cominciato a parlargli, a chiedergli da dove venisse, e alla fine ha scoperto che stava da solo, e gli proposto di unirsi alla loro famiglia, così avrebbe potuto essere aiutato per i pasti, per lavarsi i vestiti, e avere il calore di una famiglia. Ha accettato e da 2 anni è con loro. Hanno poi conosciuto un amico di Innocent, uno dei figli: è arrivato a Kakuma da solo, è stato per diversi anni in un centro del campo per minori non accompagnati, in una condizione di particolare protezione, ma al compimento dei 18 anni sarebbero venuti meno tutti questi privilegi e avrebbe dovuto cavarsela da solo. Benoit ha accolto anche lui a casa. E così con altri due ragazzi, ognuno con i suoi problemi, un po’ alla volta sono diventati come loro figli.

Un giorno Furaha, la moglie, di fronte all’ennesima offerta di aiuto, si è un po’ irritata per la generosità del marito e l’ha rimproverato: «Benoit, noi non siamo l’Onu, non possiamo andare avanti così». Benoit è rimasto in silenzio, poi ha chiamato tutti i figli e ha detto loro: «Ragazzi, vedete, qualunque persona che passa davanti alla nostra porta, quello è vostro fratello, quella è vostra sorella e se ha bisogno di aiuto dovete aiutarlo». Nonostante la sua traumatica esperienza, Benoit ha continuato a credere nella fraternità, nella fiducia nell’altro, in questa fratellanza allargata. E noi, che andiamo “al campo” come testimoni del Vangelo, rimaniamo senza parole, sorpresi di fronte a simili pagine di Vangelo vissuto. E quando andiamo in adorazione è più facile pregare, dopo simili testimonianze. E ci convinciamo sempre più che la missione è reciprocità.

di Elisabetta Grobberio e Pino Isoardi
Gli autori dell’articolo sono rispettivamente
una missionaria in Kenya e il responsabile
del Movimento contemplativo missionario

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