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Anche l’ovvio vuole la sua parte

· Proposte (neanche troppo originali) per la tutela e la valorizzazione dei beni culturali ·

Imuri millenari stanno là per crollare: è il loro mestiere. La considerazione è cinicamente amara e ha la sua via di fuga nel lavoro di chi si occupa dei beni culturali italiani: chi lavora per i beni culturali sta là perché i muri non cadano. Ovvio, sì: ma fino a un certo punto. Purtroppo (e senza offesa per nessuno) in Italia esiste la figura non rara del funzionario vestale, primo custode del patrimonio storico per il quale è preferibile una cristallizzazione immobile piuttosto di un adeguamento alle esigenze culturali contemporanee.

«I monumenti devono giganteggiare nella loro prisca solitudine» si diceva all’inizio del Novecento. E qualche decennio prima Giosuè Carducci augurava la malaria al «bifolco dalla folta barba» colpevole di esser passato fischiettando di fronte alle Terme di Caracalla a Roma, senza un atteggiamento deferente, senza rendersi conto della sacralità del monumento. Carducci scriveva così in Davanti alle Terme di Caracalla, una delle Odi Barbare .

Questo considerare il monumento antico qualcosa di sacro, di inviolabile, di austero ha fatto epoca nei secoli passati e si affaccia ancora nei pensieri del funzionario vestale. Non che non sia giusto conservare. Ma lo si deve fare in rapporto a quanto è vivo intorno a noi. Ruderizzare, imbalsamare, vietare, proibire porta esclusivamente alla mummificazione del patrimonio, in un processo senza ritorno.

Così il bene culturale è subìto, non vissuto. Così il bene culturale è un problema, non una soluzione. Così il bene culturale è una reliquia del passato, totalmente distaccato dal presente, peso morto in una società sempre meno attenta al passato, perché (a torto o a ragione) indirizzata prepotentemente verso una comunicazione a tutti i costi. Il bene culturale mummificato non comunica. O, peggio: comunica polvere, retorica, impedimento al nuovo di progredire. Finisce col diventare di intralcio — vedi i commenti sui «quattro cocci» degli archeologi in grado di fermare i lavori di urbanizzazione per decenni — finisce con l’essere vissuto come un ramo secco e improduttivo della nostra società sempre più caratterizzata dal moderno, dall’istantaneo, dall’immediato, dalla fibra ottica, dalla nuova generazione in ogni cosa. Personalmente si può non essere d’accordo, ma la tendenza è questa e non un’altra. E i conti vanno fatti con quanto si vede e non con quanto si sogna.

Il funzionario vestale ha una tendenza mutante: tende a trasformarsi in funzionario prefica e cioè in uno studioso distaccato dal mondo, ma pronto a lamentarsi quando i finanziamenti non arrivano, se arrivano e sono insufficienti e via di seguito. Il funzionario sta là per trovare risorse e soluzioni con gli strumenti a disposizione, nel rispetto della legge. E, quando questa è antica o contraddittoria (cosa ben frequente), il funzionario deve saper individuare percorsi per semplificare e arrivare al risultato: dire no è senz’altro più facile. Invece va trovata la strada più semplice, conoscendo la differenza fra facile e semplice.

Ci si chiede sempre più spesso: quante altre «case dei gladiatori» si nascondono dietro la polvere di quella caduta a Pompei? Potenzialmente tutto il patrimonio millenario è a rischio: vanno trovate soluzioni. E queste non sono certo la contemplazione estatica ed estetica del bene, ridotto così a un bene a uso e consumo di pochi eletti. Un bene quasi privato. Invece, tra le prospettive per il bene cultural pubblico c’è senza dubbio l’orizzonte privato.

Da decenni sento ripetere frasi diventate slogan: «i beni culturali saranno il petrolio del nostro Paese», «lavoriamo per la tutela, la salvaguardia e la valorizzazione del nostro patrimonio storico artistico» e via sentenziando almeno dal 1975, primo anno di vita del Ministero. Il tutto in una realtà diametralmente opposta, rigorosamente fondata sui problemi storici dei beni culturali italiani: tagli di fondi, mancanza di personale a fronte di un patrimonio immenso da «conoscere, tutelare, salvaguardare, valorizzare». E, da tempo, si era inserita una proposta non nuova, né originale: mettiamo a reddito il patrimonio elaborando formule di concessione. Banalizzando: affittiamo. E affittiamo soprattutto quanto è conservato (spesso accatastato) nei nostri magazzini. Naturalmente, do per scontate assicurazioni preventive, contratti blindati sul trasporto, ispezioni periodiche del personale tecnico — non più vestale, né prefica, ma funzionario in senso stretto: che fa funzionare — fino alla riconsegna del bene o al rinnovo della concessione. Tutto questo era stato studiato da tempo e la legge lo consente: ricordo il dibattito portato fino al Consiglio nazionale dei beni culturali, negli anni 1988-1992.

Un’operazione del genere consentirebbe di valorizzare il patrimonio seppellito nei magazzini dei musei: dagli oggetti archeologici ai quadri, dalle sculture a ogni altro bene non esposto. Permetterebbe la diffusione di tratti della cultura italiana in quei Paesi meno fortunati di chi possiede la più alta percentuale del mondo di beni culturali. Limiterebbe l’ansia di acquisto (spesso illecito) da parte dei musei alla ricerca di beni da esporre.

Conosco una alternativa, molto frequentata nella amministrazione pubblica: lasciare tutto come è. Il che significherebbe perdere parti intere di patrimonio, recuperato alla cronaca, disseppellito dalla terra e riseppellito nei magazzini. Per perdere non intendo solamente non vedere. Ma anche soprattutto perdere in senso stretto: gli oggetti nei magazzini si degradano. Irrimediabilmente.

Lo so, è una espressione preoccupante per molti: ma è necessario guardare al mercato. Se ne sente discutere da decenni, spesso a sproposito e, altrettanto spesso, riproponendo la dicotomia di chi vorrebbe vendere tutto e di chi — al contrario — vorrebbe sigillare tutto. Quindi, tra liberalizzazione totale e prevenzione, ambedue atteggiamenti eccessivi, derivati — talvolta — da una conoscenza sommaria del problema. Quando si dice guardare al mercato, non si vuole banalizzare né volgarizzare. È necessario inserire l’antico nel contemporaneo. Non avere paura di immaginare gli interventi dei privati, non irrigidirsi su proposte di uso non tradizionale dei monumenti (fatta salva sempre, evidentemente, la loro tutela), non precludere la possibilità di dare al bene culturale anche la prerogativa di rappresentante materiale della nostra cultura all’estero. Per far venire la voglia di vedere da vicino l’Italia, questo contenitore di bellezza e di arte.

E allora ben vengano iniziative popolari nei musei, nelle aree archeologiche, nei monumenti storici, nati tutti per essere vissuti dalla gente di ieri e di oggi. Musei, aree archeologiche e monumenti possono diventare quinte di spettacoli, concerti, manifestazioni non necessariamente immaginati guardando all’antico. Ma l’antico dovrà vivere nel presente e come ieri uomini e donne circolavano nei fori, nelle terme, per le strade e per i vicoli delle nostre città, così — oggi — tutto deve continuare a vivere circondato dalla vita quotidiana. Chi gestisce tutto questo (i funzionari, appunto: né vestali, né prefiche) sapranno come organizzare il patrimonio tenendo conto delle esigenze primarie della tutela dei beni culturali antichi di millenni, con le richieste culturali del terzo millennio. Tutto questo è una realtà altrove, in Europa e nel mondo.

La pubblicità sui ponteggi. Qui il funzionario vestale dà il meglio di sé. Usando la legge come una clava, impedisce, sancisce, vieta al riparo di norme e decreti di tutela, concepiti in altri tempi, da altri uomini, con altre risorse finanziarie.

Il tutto in una girandola di concessioni e divieti talvolta imbarazzanti. Si vietano lavori a qualche centinaio di metri dove altri lavori identici sono stati autorizzati. Questo è un problema grave.

Non olet , diceva Vespasiano al figlio Tito duemila anni fa quando fu inventata la politica fiscale imperiale pronta a esigere tasse anche dagli orinatoi pubblici, da allora «vespasiani». Non olet è bene ripetere ai funzionari vestali/prefiche. Se le risorse economiche derivano dalle affissioni sarà bene utilizzarne ogni tipo, fino all’ultimo euro. Si dovrà essere severi all’inverosimile: dalla correttezza delle procedure, ai tempi del cantiere fino ai metodi dell’intervento. Ma non sulla possibilità di interpretare la legge a sfavore di quell’intervento.

A Roma le Mura Aureliane sono un monumento a rischio. In altri anni sono crollati tratti interi: strepito sui giornali, qualche avviso di garanzia, poi il silenzio e tanta vegetazione in crescita sui mattoni a divellere le malte millenarie e contribuire a creare altre situazioni di pericolo gravissimo.

La norma sembrerebbe vietare la pubblicità sulle mura antiche. E il funzionario vestale applica la norma per poi piangere se le mura cadono. È bene invertire la rotta immediatamente. Immagino un cantiere di restauro diffuso sulle Mura Aureliane di Roma finanziato con la pubblicità sui ponteggi.

È stato fatto a Porta Pia: un intervento totalmente finanziato dalla pubblicità, durato esclusivamente per il periodo dei lavori inaugurati nella festa per i 140 anni di Roma Capitale alla presenza del sindaco Gianni Alemanno, del presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano e — fatto storico — del segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone.

È stato commesso un reato? Non mi pare. Si è chiuso un restauro a regola d’arte, nell’interesse della cittadinanza, delle istituzioni, nel rispetto di una norma adattata alle circostanze.

A tutto questo esiste un’alternativa: lasciare che le mura continuino a fare il loro lavoro millenario di crollare in terra fra lo strepito della stampa, qualche avviso di garanzia e tra le lacrime dei funzionari/prefiche, per fortuna sempre meno in circolazione. Fortunatamente si vedono segni dell’inversione di rotta di cui parlavo. C’è consapevolezza fra molti dirigenti di vertice dell’amministrazione dei beni culturali: a fronte della situazione nel suo complesso ci si rende conto di doversi misurare con problemi ben diversi da quando furono scritte le leggi di tutela. Per cui si ragiona su queste e su come interpretarne le indicazioni antiche, nell’interesse della tutela del nostro patrimonio artistico: che non può crollare a norma di legge e con le carte a posto.

Italia c’è ancora qualche sopravvivenza retorica, di taglio tardo ottocentesco per la quale nel museo, tutto sommato, ci si può anche annoiare. Nel museo, invece, ci si dovrebbe divertire e, divertendosi, conoscere. Il museo non più luogo dello spirito, dell’astrazione, dell’ascesi meglio se digiuni (come ogni ascesi che si rispetti). Ma museo strumento della conoscenza, con didascalie chiare, ricostruzioni efficaci, nonché la possibilità concreta di rilassarsi, bere, mangiare creando ricordi e la volontà di tornare.

«Meno male che i musei si incontrano in viaggio di nozze e mai più», diceva un personaggio di un racconto di Svevo. E per superare questa provocazione è bene elaborare un rapporto diverso con la didattica, per superare il museo degli oggetti e della noia a favore di un museo spettacolarizzato, dove il visitatore possa partecipare e non subire il mondo antico. Oggi in Italia il museo si vede: quindi è sostanzialmente un museo aperto alla vista. Si dovrebbe lavorare per un museo aperto anche agli altri sensi – tatto, udito e, in ultima analisi, gusto e olfatto – e non chiuso per dogma.

Un museo organizzato per comunicare. Un museo che metta a proprio agio il visitatore, che non lo faccia sentire ignorante e sprovveduto di fronte a didascalie incomprensibili, che offra generi di conforto, che dia un’interpretazione del mondo antico e che non si limiti a conservarne le reliquie.

Sono solo appunti, concetti in giro da decenni e riproposti continuamente e, mi rendo conto, con più di qualche venatura di banalità. Ma se è tutto così ovvio, perché lo si ripete da decenni? Forse perché anche l’ovvio, da sempre, vuole la sua parte.

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09 dicembre 2019

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