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Anche l’Onu nel mirino delle proteste afghane

· Assaltata la sede di Kunduz durante le manifestazioni dopo la profanazione di copie del Corano ·

Non accennano a placarsi le proteste della popolazione afghana divampate dopo la profanazione di alcune copie del Corano nella base militare statunitense di Bagram. Oggi è il quinto giorno consecutivo delle proteste, e stamani, si è appreso, che è stata presa da assalto, da migliaia di dimostranti, la sede delle Nazioni Unite a Kunduz. Si sono verificati scontri tra i manifestanti e le forze di polizia, ha reso noto Sarwar Husaini, portavoce della polizia di Kunduz. E nel quinto giorno consecutivo di proteste, c’è anche il bilancio di vittime: cinque morti, in varie parti del Paese, come informano le agenzie di stampa. Sempre oggi a Kabul sono stati uccisi due consiglieri militari statunitensi: sono morti, informano fonti del Governo di Kabul, in una sparatoria, nel ministero dell’Interno afghano, la cui esatta dinamica è ancora da accertare. Riguardo alle manifestazioni di protesta, da rilevare che esse hanno interessato le province orientali di Logar e Nangarhar, e quella centrale di Sari Pul. A Mihtarlam, capoluogo della provincia di Laghman, i manifestanti si sono riversati per le strade. Si è registrata una fitta sassaiola, e la polizia è dovuta intervenire per riportare l’ordine. Dall’inizio delle proteste vi sono stati trenta morti, dodici nella giornata di ieri. E sempre ieri il generale John Alen, comandante della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf, sotto comando Nato) ha rivolto un appello ai rappresentanti dell’Isaf e agli afghani affinché diano prova di moderazione. Intanto è in corso l’inchiesta su quanto accaduto presso la base di Bagram. È al lavoro un team investigativo congiunto, Isaf e afghano, che cerca di fare luce sulla distruzione di «materiale religioso islamico». In una nota, il generale Allen afferma: «Crediamo che lavorare con i dirigenti afghani sia per noi l’unico modo per correggere questo errore e assicurare che non accada mai più». Da ricordare che sull’accaduto è intervenuto il presidente statunitense, Barack Obama, che ha formulato le sue scuse in una lettera fatta pervenire al presidente afghano, Hamid Karzai. Le proteste, tuttavia, continuano, come pure prosegue la protezione dell’esercito afghano del consolato statunitense a Herat, attaccato in precedenza da centinaia di manifestanti.

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26 maggio 2019

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