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Anche le debolezze aiutano i cristiani a dialogare tra loro

· La lezione del cardinale Newman ·

Dal 9 al 12 giugno si svolge alla Fairfield University (Connecticut, Stati Uniti d’America) la terza Receptive ecumenism conference internazionale. Ai partecipanti il cardinale presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani ha inviato un messaggio, che è stato letto nella giornata inaugurale e di cui riportiamo — in una nostra traduzione italiana — alcuni passi.

Recentemente ho accompagnato Papa Francesco nella sua visita in Terra Santa, dove ha incontrato il Patriarca Bartolomeo per ricordare lo storico incontro tra Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora, avvenuto cinquant’anni fa.

In questi cinquant’anni si è assistito a un dialogo di verità e a un dialogo d’amore, che hanno dato molti frutti. Nelle relazioni ecumeniche in ogni parte del mondo, Receptive Ecumenism sta cercando di fornire un piano d’azione per compiere ulteriori progressi su questo cammino, aiutandoci a comprendere come portare avanti questi due dialoghi nei prossimi anni.

Il cardinale John Henry Newman ha tenuto una serie di sermoni sulla simpatia. Era convinto che, anche nelle loro debolezze, i cristiani fossero molto più simili tra loro di quanto spesso si pensasse. In un passo che colpisce in modo particolare afferma: «forse il motivo per cui il livello di santità tra di noi rimane così basso, e le nostre conquiste sono così misere, e la nostra visione della verità così cupa, e allo stesso modo le nostre credenze rimangono così irreali, le nostre nozioni così generali e esteriori è perché non osiamo affidare all’altro il segreto del nostro cuore. Abbiamo tutti lo stesso segreto, e lo teniamo nascosto, ed evitiamo pavidamente come causa di alienazione ciò che in realtà sarebbe fonte di unione. Non sondiamo a fondo le ferite della nostra natura; invece di porre le basi della fede nell’io interiore, puliamo la parte esterna. Siamo gentili ed amichevoli l’uno con l’altro, con le parole e con le azioni, ma l’amore non cresce, l’istinto d’affetto rimane compresso ed abbiamo paura di comunicare dalle radici e, di conseguenza la nostra religione, vista come un sistema sociale, è vana».

Possiamo ritenere le parole di Newman valide non solo per i singoli cristiani, ma anche per le Comunioni. Il «livello di santità tra di noi» viene ridotto, la «nostra visione della verità» viene inibita, poiché «evitiamo pavidamente come causa di alienazione ciò che in realtà sarebbe fonte di unione». Receptive Ecumenism ci suggerisce di essere onesti, in un dialogo di verità, circa le nostre debolezze, permettendo che diventino «fonte di unione». Dobbiamo affrontare tanti problemi comuni, oggi, nella nostra vita ecclesiale, e tuttavia nei nostri dialoghi ci accontentiamo troppo della «parte esterna», di essere «gentili ed amichevoli l’uno con l’altro, con le parole e con le azioni». Ma il dialogo che inizia dalle radici delle cose, con le sfide vere e le ferite della nostra vita ecclesiale, è un dialogo nel quale le relazioni crescono e diventano più profonde. È davvero un dialogo d’amore.

di Kurt Koch

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20 agosto 2019

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