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Anche il pensiero laico ha bisogno di verità morali oggettive

· «The New York Review of Books» boccia Sam Harris ·

«C’era una volta una scienza popolare il cui fine era quello di spiegare al grande pubblico i risultati scientifici. Era uno sforzo nobile che assolveva a un’utile funzione. Altrimenti, come avrebbero fatto i non addetti ai lavori a comprendere la portata delle scoperte dei fisici, dei chimici e dei biologi? Recentemente, però, è comparso un nuovo genere di scienza popolare, un genere che ha spostato la sua ottica dal passato al futuro. Questi nuovi libri non si concentrano sulle grandi cose che la scienza ha fatto, ma su quelle che farà ».

Così inizia la recensione all’ultimo saggio di Sam Harris, The Moral Landscape: How Science Can Determine Human Values (New York, Free Press, 2010, pagine 304), comparsa su «The New York Review of Books» (12-25 maggio 2011). L’analisi critica è firmata da H. Allen Orr, professore di biologia all’università di Rochester. Genetista che pubblica regolarmente su «Science» e «Nature», vincitore nel 2008 della Darwin-Wallace Medal (conferita ogni cinquant’anni dalla Linnean Society di Londra), Orr è molto critico verso lo scientismo e la sua convinzione che tutte le verità siano, in ultima analisi, scientifiche.

Il nuovo saggio di Harris che Orr analizza è, in sostanza, il seguito di quel suo primo lavoro, The End of Faith (2004), divenuto uno dei testi cardine del nuovo ateismo, che conteneva un attacco feroce alle religioni organizzate.

Preoccupato per il miserrimo stato in cui si trova oggi il pensiero occidentale, con il suo contributo Sam Harris intende spazzare via non solo la falsa costruzione di una morale proveniente dall’alto, ma anche il relativismo che ormai impera nelle menti secolarizzate. Il tentativo è così quello di convincere i lettori che verità morali oggettive esistono. La chiave è la scienza: «la morale deve essere considerata una branca non sviluppata della scienza». Non a caso, il sottotitolo del volume è proprio «come la scienza può determinare i valori umani», scalzando definitivamente dalla scena morale sia la religione che il relativismo.

«Il risultato di questa impresa non è particolarmente brillante», scrive però Orr, criticando sia la costruzione del testo (confuso e slegato al suo interno, in esso Harris si perde, quasi dimenticando che il suo fine era quello di dimostrare che è possibile una scienza della moralità), quanto, e soprattutto, la tesi di fondo che vi sostiene.

Come noto, la distinzione tra fatto e valore fu teorizzata per la prima volta da David Hume nel suo Trattato sulla natura umana (1739). Distinzione del tutto priva di senso invece per Sam Harris, che continua entusiasta nella certezza di aver finalmente identificato quale sia la giusta definizione del bene, individuato nel benessere di creature coscienti e consapevoli. E se dunque il panorama morale riflette il mondo dei fatti, per Harris è evidente che esso possa essere indagato e facilmente studiato dalla scienza.

Una volta messa a punto, la scienza della moralità porterà a certe sorprese (alcune nostre intuizioni morali potrebbero sbagliarsi circa ciò che effettivamente incrementa il benessere umano), ma potrebbe anche confermare alcuni visioni tradizionali (ad esempio, concetti come generosità e compassione verranno giustificati su basi neurologiche).

Il ragionamento di Harris, però, come già detto, non convince affatto H. Allen Orr. Innanzitutto, definire illusoria la distinzione tra fatto e valore è illusorio a sua volta: che senso ha dimostrare la relazione tra due giudizi sostenendo che essi sono prodotti dalla stessa regione del cervello? Se le stesse regioni del cervello funzionano quando si fanno le addizioni e le moltiplicazioni, Harris ne conclude forse che anche la distinzione tra addizione e moltiplicazione è meramente illusoria?

Del resto, quando sostiene che la moralità investe la massimizzazione del benessere, finisce per sfociare in quell’utilitarismo già oggetto di tante obiezioni (né Harris considera mai il fatto che persone diverse in tempi diversi abbiano avuto diverse visioni morali).

Ma il vero problema nella sua costruzione, continua Orr, è che il discorso sulla morale come massimizzazione del benessere delle creature coscienti non «segue» la scienza: quale esperimento scientifico vi risponde? Se, ad esempio, decidessimo che il nostro sommo valore fosse quello di vivere più a lungo possibile, la scienza medica ci potrebbe molto probabilmente aiutare, ma non potrebbe certo dimostrare e rivelare che il sommo valore in sé sia una lunga vita. «La volontà di Harris di dimostrare come la scienza può determinare i valori umani è temeraria. The Moral Landscape non fa nulla di simile».

Il punto è che Harris, continua sempre Orr, ha sbagliato il suo obiettivo. È chiaro, infatti, che ciò che lo fa agitare e infuriare è il relativismo morale, ma purtroppo egli «tende a confondere le questioni». Ad esempio, si può benissimo essere scettici sulla pretesa di elaborare una scienza della morale pur rifiutando in radice il relativismo (pensiamo a una persona religiosa che «non ha interesse alla scienza della morale, ma certo non la si può accusare di relativismo morale»). Pur condividendo molte posizioni di Harris (concorda ad esempio sul fatto che la religione non debba avere il monopolio sulla morale), Orr trova il suo progetto un fallimento. Perché ciò che si contesta al fondo è proprio l’idea che la morale debba e possa considerarsi «una branca non sviluppata della scienza». Orr è convinto che la scienza richieda due grandi cose: porre le domande giuste e ottenere le risposte giuste. Il problema è che oggi ci concentriamo esclusivamente sul secondo aspetto, con grave detrimento per la scienza tutta. Da laico a laico.

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