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Anche i selfie hanno una storia

· Un libro sull’iconografia dalle caverne al computer ·

Deep Dream è il nome di un algoritmo capace, per dirla facile, di riconosce i volti e di associarli poi ad altre immagini presenti nello sterminato database di Google. Utilizzandolo, il collettivo di digitalartisti italiani None ha presentato alla XXXI edizione del Romaeuropa festival un’installazione impressionante. Una stanza di 150 metri quadrati foderata di specchi — un ipercubo n-dimensionale, se si ha familiarità con la geometria o con l’arte contemporanea — all’interno del quale lo spettatore viene investito da un flusso continuo di immagini che egli stesso ha provocato attivando il proprio profilo Facebook e che un computer rielabora autonomamente, associando tutto ciò che di affine, non solo dal punto di vista estetico, riesce a trovare in rete.

oro, grotte di Lascaux (Francia, 15000 a.C. circa)

L’installazione stordisce e colpisce, suscitando però non poche considerazioni su quanto lo smartphone, e tutta la tecnologia che lo accompagna, stia trasformando il nostro modo di vivere. Compreso il nostro modo di vedere. D’altra parte, navigando sul sito internetlivestats.com si ha modo di apprezzare, in tempo reale, quanto il digitale abbia dato a tutti la patente di fotografi e videomakers. Solo sulla piattaforma Instagram ogni secondo vengono caricate 771 foto. E, forse, ora che questo articolo è andato in stampa saranno molte di più.
Ma questa mania di immortalare tutto quello che ci passa davanti agli occhi appartiene solo ai millennians? E ai ragazzini della generazione z che, sembra, non nascano più, nel migliore dei casi, “con la camicia”, ma già con un tablet tra le mani? A loro, semmai, appartiene l’esasperazione del fenomeno, perché da sempre l’uomo ha usato le immagini per rappresentare, interpretare e conoscere il mondo. Tanto che Aristotele, che si dice potesse fare a meno di Wikipedia, ammoniva nel De Anima che «l’anima non pensa mai senza immagini».
Ne sono così convinti David Hockney e Martin Gayford — affermato ed eclettico artista contemporaneo, il primo, critico e storico dell’arte, il secondo — che hanno deciso di scrivere Una storia delle immagini. Dalle caverne al computer (Einaudi, Torino, 2017, pagine 350, euro 65). Un libro di grande formato in carta e inchiostro, che di questi tempi è sempre un’impresa coraggiosa, nel quale, con l’ausilio di un vasto apparato iconografico, i due autori vanno alla ricerca dei legami e delle interazioni esistenti tra tutte le forme di rappresentazione della realtà su una superficie piana. Non importa se fatta in punta di pennello o dall’occhio di una telecamera di sorveglianza. 

Pablo Picasso, «La civetta» (1952)

La narrazione procede con lo stile di una conversazione, resa bene dalla traduzione di Alvise La Rocca. I due autori si scambiano opinioni, pongono domande e cercano risposte, costruendo un percorso che non procede in modo lineare, ma con continui rimandi a epoche, autori e tecniche espressive diverse. Dimostrando come ci sia un filo rosso che unisce il «Toro» delle grotte di Lascaux in Francia (15000 prima dell’era cristiana) alla «Civetta» di Picasso (1952), un fotogramma di «Metropolis» di Fritz Lang (1927) alla «Torre di Babele» di Bruegel il vecchio (1565), lo sguardo della «Gioconda» (1503-1519 circa) e quello di Marlene Dietrich in un celebre ritratto fotografico del 1937.
Arguto e provocatorio, il dialogare di Hockney e Gayford attinge alle tradizioni culturali dell’occidente e dell’estremo oriente (Cina e Giappone) svelando come ogni immagine — selfie compresi — ha una sua dignità, in quanto espressione dello sguardo col quale l’autore vede, idealizza, cerca di comprendere ed esprimere le persone e l’ambiente che lo circondano. In definitiva insegna a leggere e a interpretare quello che vediamo appeso alla parete di un museo o proiettato su uno schermo televisivo. E, in definitiva, un po’ anche noi stessi.

di Piero Di Domenicantonio

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14 ottobre 2019

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