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Anche i pastori
fanno parte del gregge

Contribuire a una maggiore comprensione del clericalismo (piaga molte volte denunciata da Papa Francesco) e allo stesso tempo riflettere su come procedere alla costruzione di una leadership in grado di indicare la via per il bene della Chiesa e della società: questo l’obiettivo che ha animato la giornata di studio intitolata «“Non come padroni... ma facendovi modelli del gregge” (I Pietro, 5, 3). Dal clericalismo alla leadership nella Chiesa», svoltasi nella mattinata di oggi, mercoledì 8 maggio, alla Pontificia università Urbaniana. Dopo i saluti del rettore Leonardo Sileo e di Pietro Angelo Muroni, decano della Facoltà di teologia, l’incontro è entrato nel vivo con la conferenza di monsignor Nunzio Galantino, presidente dell’Apsa, il quale richiamando l’insegnamento del beato Antonio Rosmini, ha ricordato come «il clericalismo ovvero “la divisione del popolo dal clero”» rappresenti una vera piaga per la Chiesa. Sono seguite le relazioni di quattro docenti dell’ateneo: Pasquale Basta, consociato di sacra Scrittura, Maurizio Gronchi, ordinario di teologia dogmatica, Cataldo Zuccaro, ordinario di teologia morale, e Kokou Mawuena Ambroise Atakpa, incaricato di ecclesiologia. Pubblichiamo ampi stralci degli interventi di Cataldo, sul tema «Clericalismo, ministeri, paternità», e di Gronchi, intitolato «La relazione del prete col mondo femminile. Dalla sostituzione alla compartecipazione».

Ronald Patrick Raab «I am the good shepherd» (2017)

Agostino scrive in modo icastico: «Vobis enim sum episcopus, vobiscum sum christianus» (“Per voi sono vescovo, ma con voi sono cristiano” [Sermo 340, In die ordinationis suae]). Forse, analogicamente, l’espressione si può applicare a tutti i pastori, compresi i presbiteri. C’è molto equilibrio, anche alla luce del discorso sul capitolo 46 del libro di Ezechiele, dove Agostino sottolinea l’unità del gregge. L’unico pastore è Cristo, anche quando a pascere il gregge sono i buoni pastori umani. Equilibrio perché i pastori da una parte sono la presenza di Cristo che conduce il gregge e la cui voce le pecore devono ascoltare, mentre dall’altra parte anch’essi, i pastori, sono chiamati, come le pecore, ad ascoltare la voce dell’unico Buon Pastore: «Prima di tutto perché, anche se siamo pastori, il pastore ascolta temendo non solo ciò che vien detto ai pastori ma anche ciò che è detto alle pecore. Se infatti ascoltasse indifferente le parole rivolte alle pecore, non avrebbe cura delle pecore. E poi c’è quello che allora dicevamo alla vostra Carità, cioè che noi dobbiamo considerare due cose: la prima, che siamo cristiani; la seconda, che siamo vescovi. Per essere vescovi, siamo annoverati fra i pastori, supposto che siamo buoni; per essere cristiani, siamo anche noi pecore al pari di voi» (Discorso 47). Il clericalismo si pone al di fuori di una visione di Chiesa ministeriale, in cui sia l’essere pastore del presbitero sia l’essere fedele laico sono la risposta obbediente alla chiamata di Cristo. In una visione di Chiesa ministeriale, infatti, la relazione di reciprocità non si ispira a criteri politici di maggioranza, oppure a criteri sindacali di pura rappresentanza. La relazione di reciprocità tra fedeli laici e pastori è animata dal comune desiderio di rendere attuale la volontà di Dio, interpretando la sequela di Cristo nella vita della Chiesa. Da qui il dialogo come attitudine ordinaria della vita pastorale delle comunità ecclesiali, dal momento che nessuno può rivendicare come esclusiva e assoluta l’interpretazione della sequela di Cristo.

Nella ricerca di qualche spiegazione del fenomeno del clericalismo, vorrei ricordare un personaggio del musical liberamente ispirato al romanzo di Victor Hugo, Notre-Dame de Paris. Mi riferisco all’arcidiacono della cattedrale, Frollo, il quale ricorda a sé e al pubblico lo sforzo che fin dall’adolescenza ha messo per custodire intatta la sua castità. Nel testo della canzone, Frollo canta: «Evitavo le donne, non mi facevo male. C’era in me la forza di una cattedrale». Come sappiamo dal romanzo, il fuoco della passione per la zingara Esmeralda ha incendiato e fatto crollare questa sua cattedrale.

Se ci interroghiamo sulle radici del clericalismo, possiamo dare almeno due tipi di risposte: il primo di natura teorica e il secondo di natura più psicologica e pratica. Sotto il profilo teorico, il clericalismo è la deriva dell’interpretazione autentica dell’autorità del presbitero da una parte e la deriva dell’interpretazione della natura della liturgia dall’altra. Il clericalismo, infatti, concepisce l’autorità e il governo come un predominio sui laici, che devono obbedire senza questioni. La liturgia, poi, che per il Vaticano ii è il «culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia» (Sacrosantum concilium, 10) viene rappresentata come una performance, i cui attori principali sono i preti, mentre i laici sono solo spettatori (Congar avrebbe detto: in ginocchio per pregare, seduti per ascoltare l’omelia, soprattutto con la mano in tasca per dare l’offerta…). Sotto il profilo psicologico, molto più diffusamente e comunemente, il clericalismo si spiega spesso con un vuoto umano della persona del presbitero, che talvolta è immaturo e insicuro, così che trova nelle forme rigide, che si costruisce addosso alla sua facciata, una difesa che lo rende invulnerabile, inquestionabile e inattaccabile dall’esterno. Per richiamare le parole di Frollo, cerca la sua sicurezza nella forza della cattedrale.

Vorrei terminare mettendo in risalto un’ultima attenzione: c’è un clericalismo che può mascherarsi da paternalismo. Questo avviene soprattutto quando, dalla parte dei fedeli laici, la domanda non è orientata alla ricerca della verità circa l’interpretazione della vita alla luce della sequela di Cristo, ma alla ricerca della sicurezza della coscienza per non sbagliare. La faccenda si aggrava, quando, dalla parte dei presbiteri, si riscontra la presunzione speculare di offrire certezze, sostituendosi alla coscienza dei fedeli laici. La domanda di sicurezza è giusta, ma la risposta non può avvenire sacrificando la verità responsabilmente cercata nella propria coscienza. Occorre ricordare che questa è «il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità» (Gaudium et spes, 16) e, come suggerisce Newman, è «il primo vicario di Cristo sulla terra». Esiste, pertanto, una differenza tra paternità e paternalismo. La realizzazione del pastore non avviene solo o tanto nella linea della fraternità, ma anche e soprattutto in quella della paternità e maternità. Il celibato, che i pastori decidono e assumono come esigenza della sequela di Cristo, comporta sì la rinuncia all’esercizio della genitalità procreativa, ma decisamente non alla generazione. L’amore, infatti, di natura sua genera sempre la vita e questo avviene nella linea della paternità spirituale, più che in quella orizzontale della fraternità o del paternalismo.

di Cataldo Zuccaro

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24 agosto 2019

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