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Anche per i cristiani
del Punjab
la Pasqua è giorno di festa

· Decisione delle autorità pakistane per i dipendenti pubblici e privati e per le scuole ·

Hanno avuto una buona notizia i cristiani in Pakistan: il governo della provincia del Punjab, la più importante del paese, e quella che ospita la maggior parte dei fedeli pakistani, ha stabilito che la Pasqua e il Lunedì dell’angelo saranno festività per i battezzati in sevizio nella pubblica amministrazione, nelle scuole, nel settore privato. Anche il Venerdì santo appena trascorso è stato un giorno festivo. La buona novella è giunta pochi giorni fa mentre le comunità dei cattolici, in tutta la nazione, si preparavano a celebrare con fervore e devozione la ricorrenza della Risurrezione di Cristo, cuore dell’intero anno liturgico.

Tuttavia, per il «piccolo gregge» dei cattolici pakistani (meno dell’1 per cento della popolazione complessiva, 180 milioni al 95 per cento musulmani), ogni festività religiosa è accompagnata da timori che impongono, in particolare, alle chiese di mettere in atto imponenti misure di sicurezza. Nel passato, infatti, proprio in prossimità del Natale e della Pasqua, quando le chiese risultano maggiormente affollate, si sono registrati attentati dinamitardi, organizzati da gruppi terroristi, che hanno fatto strage. L’arcidiocesi di Lahore, capitale del Punjab ricorda i due attentati kamikaze, organizzati dai talebani pakistani, ad altrettante chiese (una cattolica, un protestante) che nel marzo del 2015 provocarono almeno 15 morti e una settantina di feriti. Nel 2016 i terroristi si accanirono contro famiglie innocenti che, nel giorno di Pasqua, si erano riversate in un parco dopo aver partecipato alla liturgia domenicale, in un massacro che fece 78 morti e oltre 300 feriti.

La cattedrale cattolica intitolata al Sacro Cuore, nel centro della città, è una di quelle chiese che, su ordine del governo, è circondata da cinta muraria e filo spinato, un compound che diventa una piccola fortezza: qui le misure e gli agenti di sicurezza sono coordinati dal brigadiere Samson Simon Sharaf che, in vista della Pasqua, supervisiona le operazioni per 36 chiese, di diverse confessioni cristiane. Militare cattolico in pensione, dopo aver prestato servizio nell’esercito pakistano per 33 anni, Sharaf agisce sotto l’egida dell’associazione «Veterani del Pakistan», che collabora volontariamente con la polizia locale, assicurando la sorveglianza alle chiese, soprattutto durante le festività.

Un simile apparato di protezione è presente in tutte le grandi città come Islamabad, Rawalpindi, Faisalabad, Karachi, dato che la situazione per le comunità dei fedeli non muta: basti ricordare che l’intelligence pakistana ha reso noto di aver sventato un altro attacco terroristico pianificato per la Pasqua del 2017 nella città di Hyderabad, nella provincia meridionale del Sindh.

«La paura tra i fedeli, che si sentono indifesi e vulnerabili, esiste — spiega a “L’Osservatore Romano” padre Mario Rodrigues, rettore del cattedrale di San Patrizio a Karachi, città portuale nel Sud e capitale della provincia del Sindh — ma non spegne la fede, l’ardore e la devozione. Le nostre celebrazioni del triduo pasquale registrano una partecipazione massiccia, le chiese sono stracolme. In particolare, la gente si indentifica con le sofferenze del Signore Gesù Cristo, rivivendone la passione. Ecco perché il Venerdì santo e la via crucis sono i momenti liturgici vissuti con maggiore intensità e partecipazione emotiva dai fedeli. Nella certezza che il dolore è solo una tappa e che Cristo ci fa risorgere con Lui».

Di fronte alla violenza e alle persecuzioni, la comunità cristiana in Pakistan mantiene un approccio martiriale, cioè di testimonianza della fede e dell’amore di Dio, senza vittimismi o rivendicazioni: «La vita della Chiesa in Pakistan è fondata sull’Eucaristia — spiega monsignor Sebastian Shaw, arcivescovo di Lahore — e ha un carattere eucaristico, cioè si spezza, si dona e offre se stessa per il prossimo. Senza rispondere alla violenza subita, ma chiedendo a Dio la grazia di amare, sull’esempio di Cristo, nemici e persecutori». L’altro atteggiamento che caratterizza sempre la vita dei cristiani nella “terra dei puri”, anche nei momenti di sofferenza, è quello del dialogo: per questo monsignor Shaw ha proclamato il 2019 nella sua diocesi «Anno del dialogo», un tempo in cui si dà rilievo a riflessioni ed esperienze particolari sul dialogo islamo-cristiano. «Intendiamo formare e sensibilizzare sacerdoti, laici, giovani e insegnanti ad apprezzare e promuovere il dialogo, a comprendere l’urgenza del dialogo per costruire pace e armonia tra le fedi nella nostra nazione», spiega al nostro giornale. Per questa importante missione, il governo pakistano sembra aver messo tra le sue priorità, il «bisogno di essere uniti e fare ognuno la propria parte: governo, società civile, leader religiosi, semplici fedeli, cittadini. Perché il bene comune del Pakistan è patrimonio e responsabilità di tutti». In tale cornice, in occasione della Pasqua, la Chiesa cattolica di Lahore, conclude l’arcivescovo, «non dimentica che la sua missione è prima di tutto di carattere spirituale: portare il Cristo risorto e dare pace e speranza a tutti gli uomini di buona volontà».

di Paolo Affatato

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17 novembre 2019

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