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Anatomia della crisi

· Le lancette dell’economia dopo il piano di salvataggio del Portogallo ·

L’accordo per il salvataggio del Portogallo apre una nuova fase nella crisi economica europea. Quella che fino a poco tempo fa gli analisti consideravano solo una possibilità, ovvero il contagio del rischio default da un Paese all’altro, si sta rivelando una drammatica realtà. Sul piatto, per il momento, Bruxelles ha saputo porre soltanto soluzioni a breve termine, che alleggeriscono la pressione dei mercati sui Governi senza risolvere il problema alla radice. Ma è proprio questo il punto: mancano gli strumenti per una ristrutturazione ordinata del debito. Perché non sono stati approntati?

Secondo fonti ufficiali citate dalle agenzie internazionali, le misure di austerità che il Portogallo dovrà approvare in cambio degli aiuti Ue-Fmi rischiano di lasciare il Paese per due anni in uno stato di profonda recessione. Le tasse aumenteranno, soprattutto quelle sulle auto e sugli immobili, e pesanti tagli colpiranno la spesa pubblica nella sanità e nella scuola. Secondo una nota congiunta del commissario Ue agli Affari economici e monetari, Olli Rehn, e del direttore generale dell’Fmi, Dominique Strauss-Kahn, per realizzare il programma di austerità promesso servirà «uno sforzo nazionale».

Neanche in Grecia, a un anno dallo scoppio del crac, le cose vanno bene. Atene ha ricevuto un prestito di 110 miliardi di euro, il cui rimborso rischia però di essere insostenibile a causa dei tempi troppo stretti. Secondo gli esperti, il Paese ha un debito di più di 340 miliardi di euro e potrebbe avere nel 2011 un deficit vicino all’8,4 per cento del pil, ben superiore quindi all’obiettivo annunciato del 7,5. Gli analisti si aspettano che la crescita scenda del quattro per cento quest’anno e di un ulteriore tre per cento nel 2012, con il tasso di disoccupazione al venti per cento. Appare quindi inevitabile la strada della ristrutturazione del debito, anche se di questo avviso non è il ministro delle Finanze ellenico, George Papaconstantinou, secondo il quale l’operazione sarebbe «un grave errore».

L’Irlanda ha ricevuto da poco la seconda tranche del prestito internazionale da 85 miliardi. Dublino ha già chiesto una riduzione dell’un per cento sugli interessi. Moody’s ha abbassato il rating a un livello appena sopra il junk — spazzatura. Ma la vera emergenza, al momento, sono le banche: Allied Irish Bank ha annunciato che le perdite annuali sono quadruplicate a 10,4 miliardi di euro nel 2010 e che dovrà licenziare oltre duemila persone. Il Governo sta studiando un piano di risanamento del settore con la contrazione del numero degli istituti.

Il salvataggio portoghese rischia di mettere a repentaglio anche la situazione dei Paesi considerati stabili. Esclusi i Pig, il «Wall Street Journal» ha parlato di un’Europa «che viaggia a doppia velocità». L’attività industriale in aprile è aumentata grazie all’accelerazione di Germania e Francia, ma «il rallentamento di Spagna e Italia mostra le persistenti divergenze nella crescita economica». Lo squilibrio è confermato anche dai dati Markit Economics sull’indice Pmi (Purchasing manager index), un indicatore della produzione industriale. Per la zona euro, in aprile l’indice è salito a 58, rispetto a 57,5 di marzo, mostrando che la produzione manifatturiera è cresciuta più rapidamente rispetto al mese precedente. A segnare un buon risultato sono state l’industria tedesca e quella francese. L’indice Pmi in Germania è salito a 62 (da 60,9 in marzo), più delle attese, mentre in Francia ha toccato i 57,5 (da 55,4), il massimo degli ultimi cinque mesi. In Italia è sceso a 55,5 (da 56,2) e in Spagna a 50,6 (da 51,6).

Se questo è lo scenario, quali sono le condizioni per rimettere il sistema economico europeo sui giusti binari? Alcuni economisti le raggruppano schematicamente in tre categorie. La prima comprende i necessari meccanismi normativi per prevenire eventuali violazioni dei parametri comuni. I più urgenti sarebbero: la definizione di regole contabili trasparenti per determinare il deficit di bilancio e il debito pubblico; il rafforzamento della vigilanza al fine di prevenire le bolle speculative; l’incremento delle sanzioni per chi viola il Patto di stabilità e di crescita; una politica più prudente da parte della Bce. La seconda categoria di condizioni — affermano gli esperti — riguarda invece le riforme strutturali in grado di rafforzare la crescita nel lungo periodo, il che significa non solo ampliare il mercato unico sradicando qualsiasi forma di protezionismo, ma anche ridurre tutti quegli apparati burocratici che di fatto ostacolano la vita e lo sviluppo delle piccole e medie imprese. La terza categoria di condizioni comprende le riforme strutturali atte a garantire l’assorbimento di eventuali futuri shock.

È una ricetta valida? Molti analisti storcono il naso e mettono in rilievo che per garantire il successo di un piano occorre anzitutto una soluzione politica. In un’unione monetaria o si cresce tutti insieme o non si cresce. Il problema è quale prezzo i Governi sono disposti a pagare.

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