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Amos a Sarajevo

· Il mistero del male nell'ultimo libro di Michele Gambino ·

Stefano Banti, protagonista e narratore in Enjoy Sarajevo di Michele Gambino (Roma, Fandango Libri, 2018, pagine 238, 18 euro), è autore di uno dei talk show del pomeriggio, di quelli che costruiscono ore di diretta interpellando opinionisti sui principali fatti di cronaca del giorno. Approdato per necessità alla televisione, è estraneo a quel mondo, tanto da non voler apparire nei titoli di testa della trasmissione: sente il suo lavoro vuoto e privo di senso, circondato da gente in lotta per il potere e per la notorietà senza meriti, costretto tutti i giorni ad assistere alla celebrazione della vacuità. Un triste e doloroso contrappasso che, per suo stesso volere, paga l’ormai ex giornalista d’inchiesta a causa di un errore commesso tanti anni prima, che lo ha spinto a chiudere con la sua vita di reporter di guerra. 

La biblioteca di Sarajevo distrutta dalle bombe

Un giorno però il passato torna a farsi vivo proprio nel suo studio televisivo: si chiama Amos Profeti ed è l’uomo che ha distrutto la sua vita anni prima sotto le bombe a Sarajevo. E ora è l’uomo che lo costringe a un viaggio interiore il cui frutto è questo romanzo. In un vivace alternarsi tra passato e presente, Banti racconta dunque la sua storia di ieri e di oggi tra l’inferno di Sarajevo e quello suo personale tra i corridoi degli studi televisivi.
Nella sua vita precedente Banti è un giornalista sempre in prima linea, sempre sul pezzo. Attirato a Rijeka da Profeti, si farà condurre da Pakrac a Vukovar a Okucani fino a Sarajevo con l’intento di testimoniare i momenti cruciali della guerra in ex Jugoslavia.
Profeti è un uomo inquietante. Lo è il suo sguardo, lo sono le sue frasi lapidarie, le battute caustiche, persino i suoi silenzi mettono i brividi. Eppure Banti lo segue, sempre. Qualche volta il lettore si chiede il perché, cosa ci sia mai di irrinunciabile sotto quelle bombe, dentro le trincee, quale sia il fine di questa urgenza di narrare. Anche quando scopre che la sua guida si è macchiato di crimini atroci, il giornalista si lascia accompagnare da lui, senza mai dubitare della sua fedeltà, senza temere realmente la natura malvagia di quell’uomo, tutto teso al dovere a cui il mestiere lo chiama: raccontare.
Si intuisce dalle battute che si scambiano un impercettibile filo che unisce il protagonista e il suo antagonista: un sottile accanimento nell’indugiare con lo sguardo sui corpi di una fossa comune, una certa vanità nel ritenersi speciali, l’uno per il sangue di cui si è macchiato, l’altro per i confini a cui ha saputo spingersi. Entrambi — confessa il narratore — provano un malcelato piacere a “giocare” alla guerra, a sentire la scarica di adrenalina dopo essere scampati a una granata.
Benché diffidente, Banti, si lega a Profeti perché è l’unico capace di condurlo lì dove altri non riescono ad arrivare: a Sarajevo.
E con loro anche noi lettori veniamo accompagnati in tristi teatri di guerra, dove al silenzio dell’attesa di una bomba segue un altro silenzio, quello dell’atroce sospetto di aver perso i propri cari. Ma è proprio in questi luoghi che si vede pulsare con più forza la vita: l’amore tra coniugi, l’amicizia per un amico lontano, il desiderio di chiudere gli occhi e non pensare più alla guerra, la voglia di innamorarsi.
E domina, prepotente, la forza delle donne. Non a caso alle donne di Sarajevo è dedicato il romanzo, figure apparentemente minori, vittime dei giochi di potere degli uomini che riescono, giorno dopo giorno, accorte e sagge, a difendere la loro famiglia e conservare una casa in cui non manchi mai un poco di cibo, dell’acqua, e tanto calore.
Banti a Sarajevo conosce una di queste famiglie semplici e oneste, Boban ed Helena, che apriranno all’amico e al suo bieco accompagnatore le porte della loro intimità. Banti non sa quanto questo passo sia pericoloso, non sa quanto loro, e anche lui, pagheranno la sua leggerezza. Proprio in seno a questa piccola comunità Profeti consumerà il suo ennesimo delitto, rivolto a chi di più debole e disarmato c’è al mondo.
A Banti il compito di ristabilire la giustizia, come nelle antiche civiltà tribali, con la vendetta. Il giornalista si trova a un bivio tragico: qualsiasi strada prenderà, sarà sbagliata e lo porterà a una inevitabile rovina.
Ispirato a una storia vera, Enjoy Sarajevo non è solo un romanzo di guerra. È, piuttosto, una riflessione sul mestiere di giornalista. Il romanzo mostra in parallelo due tipi di giornalismo: quello d’inchiesta e quello da salotto televisivo; ma c’è un punto in cui si sovrappongono, il momento in cui non conta più la storia, ma chi la racconta, quando il giornalista insegue non una verità da raccontare, ma la propria ambizione, la realizzazione del proprio ego a costo non solo della propria vita, ma anche di chi, innocente, si fida di lui. Gambino è altrettanto intransigente con il giornalista e con l’autore televisivo, e lo dimostra nel titolo che dà al suo romanzo, un invito — impossibile da accogliere — a godersi Sarajevo. Solo Banti e Profeti, assetati l’uno di storie e l’altro di sangue possono essere sotto le bombe e pensare: Enjoy.

di Angela Mattei

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12 novembre 2019

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