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Amore e comprensione di fronte alla sofferenza

· Il cardinale Bertone per il centenario di Villa Giuseppina ·

Il malato non è solo un corpo segnato dalla fragilità e dalla sofferenza ma una persona dotata di dignità, che con la sua storia di dolore interpella gli altri, invocando comprensione, aiuto, sostegno. Lo ha ricordato il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, durante la messa celebrata questa mattina, martedì 14 dicembre, nella casa di cura Villa Giuseppina, a Roma, in occasione del centenario di fondazione dell'istituzione, voluta da Papa Pio X e affidata alle suore ancelle delle carità di Brescia.

Proprio perché «creato a immagine e somiglianza di Dio» — ha spiegato — l'ammalato ha diritto a «quella cura amorevole capace di guardare in modo globale alla sua storia, alla sua domanda di senso e alla sua richiesta di comprensione». L'amore per Cristo, infatti,  «porta a riconoscere nel fratello ammalato il volto del Signore, che nella morte in croce si è unito a ogni dolore e sofferenza umana». Ed è il mistero di Cristo che «illumina e sostiene il servizio verso i fratelli provati dalla malattia».

Chi si prende cura dei malati, perciò, non si trova di fronte «solo a dei corpi fragili, segnati dalla sofferenza, ma accanto a persone che con la loro storia, con le loro domande, interpellano continuamente la nostra vita». Bertone ha messo in guardia dalla tentazione di «definire il mistero dell'uomo a partire da una sola prospettiva», quella materialistica. In realtà, questa operazione «non rende ragione e non rende un servizio alla comprensione dell'umano». Anzi, provoca spesso il «nascere di grandi solitudini interiori perché — ha rilevato — la malattia, la sofferenza non trovano senso e la stessa vita appare inutile, dando spazio talvolta al pensiero di porre fine ai propri giorni».

È proprio la mancanza di carità a lasciare  «il fratello ammalato nell'angoscia e nella disperazione». Da qui l'appello del porporato: «Non dimentichiamo che il corpo ammalato è, per noi, un'invocazione d'aiuto, perché nessuno può cancellare la domanda dell'anima che si interroga sul mistero del proprio dolore».

In questo senso, anche l'invito di Gesù a porsi alla sua sequela e a «prendere la croce» ogni giorno si rivela istruttivo per chi vive a contatto con l'esperienza della malattia. Esso infatti «non comporta una ricerca della sofferenza, ma esprime la necessità di accogliere nella propria esistenza il dinamismo del dono». Solo in questo modo «la vita acquista pienezza di significato e direzione, perché è aperta a Dio e all'amore verso i fratelli». Al contrario, chi «decide di fare del proprio “io” la misura di tutto, il criterio di riferimento, ripiegandosi in un continuo compiacimento di sé — ha avvertito il cardinale —  è destinato a una vita persa, senza un significato profondo e definitivo».

Per il segretario di Stato l'attuale contesto culturale sta mostrando «in tutta la sua ampiezza la crisi di una concezione del soggetto fondata sull'individualismo, dove ciò che è degno di considerazione e fonte di verità, è l'assoluta affermazione di se stessi». L'esistenza di Gesù, invece,  è stata tutta «permeata dal dono di sé, e soprattutto l'ora della Croce manifesta pienamente fin dove giunge la misericordia di Dio». Egli «condivide il dolore e la sofferenza di ogni uomo e, assumendoli, li trasforma in vita».

Anche nella prova, dunque,  il cristiano può sperimentare «la forza di Dio che non ci abbandona». Ecco perché «prendere la croce è essenziale se si vuol essere discepoli di Gesù». Essere cristiani, infatti, non è «la decisione di un momento», ma «la scelta di una vita». Il cammino del discepolo — ha sottolineato il segretario di Stato — «passa attraverso la crocifissione del nostro “uomo vecchio” per diventare nuove creature, attraverso il rifiuto di tutto ciò che è contrario al bene per vivere nella libertà dei figli di Dio».

Dal cardinale Bertone anche un invito a non dimenticare l'esperienza della fondatrice delle ancelle delle carità, santa Maria Crocifissa di Rosa, il cui insegnamento è stato animato costantemente dal «pensiero all'amore di Gesù verso di noi, manifestatosi nell'Incarnazione e nella gloriosa Passione». In questa prospettiva il porporato ha riletto la sua vicenda terrena, evidenziando che «dalle varie iniziative caritative su diversi fronti — emarginati, donne disagiate e sfruttate — all'incontro con il Papa, il beato Pio IX, nel 1850, per ottenere l'approvazione delle costituzioni, fino alla nascita al cielo, il 15 dicembre 1855, ella ha irradiato intorno a sé il riflesso dell'infinita misericordia di Dio».

A margine della celebrazione — alla quale hanno partecipato, tra gli altri, il presidente della regione Lazio, Polverini, il cappellano di Villa Giuseppina, monsignor Belleri, le superiore delle ancelle della carità e l'intero corpo sanitario — il segretario di Stato ha rivolto un appello «alle autorità» perché opere come l’istituto di cura romano «vengano  considerate e sostenute anche per il futuro». Conversando con i giornalisti il cardinale ha definito Villa Giuseppina una «importante opera che ha un'anima di carità straordinaria verso i malati e i malati mentali». Un’opera — ha aggiunto  —  «da sostenere e che ha lavorato tanto su questo territorio da ben cento anni». Si tratta «di necessità del territorio — ha puntualizzato — che richiedono risposte, certo di competenza, di professionalità, di amore ma anche di numeri, come possibilità di accoglienza».

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