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Per amore della Chiesa

· ​ Il prefetto della Congregazione delle cause dei santi presenta le figure dei nuovi canonizzati ·

Il «grande amore» di Paolo VI fu la Chiesa: «Tutto faceva per la Chiesa, soffriva per la Chiesa e anche al momento della morte offrì se stesso per la Chiesa». Lo ha ricordato il cardinale Angelo Becciu riproponendo i tratti salienti della personalità di Giovanni Battista Montini — che sarà proclamato santo dal Papa domenica 14 ottobre in piazza San Pietro — durante l’incontro con i giornalisti svoltosi nel pomeriggio di giovedì 11, nella Sala stampa della Santa Sede. Con il prefetto della Congregazione delle cause dei santi, che ha presentato anche le figure degli altri beati che saranno canonizzati da Francesco, è intervenuto il cardinale Gregorio Rosa Chávez, ausiliare di San Salvador, amico e stretto collaboratore dell’arcivescovo Óscar Arnulfo Romero, del quale ha delineato un ritratto a tutto tondo attingendo a testimonianze, scritti e aneddoti biografici.

Papa Paolo VI e monsignor Romero

Nel suggerire alcune chiavi di lettura di quello che ha definito «il Papa della nostra gioventù», il cardinale Becciu ha posto l’accento anzitutto sull’importanza della preghiera nella spiritualità di Montini. «È stato — ha detto — un contemplativo, un autentico mistico, anche senza fenomeni straordinari. La preghiera è stata la sorgente della sua straordinaria fecondità nell’azione pastorale, nel pensiero e nell’insegnamento». E l’Eucaristia, ha ricordato, «è sempre stata al centro della sua vita, seguita subito dopo dal rosario quotidiano»: quella stessa pratica, ha osservato, a cui «oggi ci chiama Papa Francesco per rinnovare un’antica tradizione della Chiesa».

Un secondo aspetto indicato dal porporato è quello dell’umiltà. «Bastava vederlo: Paolo VIera proprio un uomo umile, ma di un’umiltà non artificiosa bensì espressiva di un profondo atteggiamento interiore» ha rimarcato il cardinale rievocando alcuni gesti significativi della «sua missione di vicario di Cristo vissuta come servus servorum Dei» e sottolineando che «faceva parte del suo senso di umiltà il mettersi spontaneamente in ginocchio davanti a Dio e davanti agli uomini».

Quanto alla carità, il prefetto ha evidenziato che essa «nasceva nel suo cuore da una disposizione permanente dell’anima e gli era perciò connaturale». E sulla dimensione della sofferenza si è dilungato in modo particolare, mettendo in luce le vicende storiche degli anni della sua gioventù, segnati da totalitarismi di segno opposto, e poi di quelli del pontificato, attraversati dalle turbolenze del Sessantotto e dalle contestazioni aperte — «da sinistra e da destra» — nei confronti della Chiesa. Tanto da spingere il cardinale argentino Eduardo Francisco Pironio a dichiarare: «Credo che sia il Papa che abbia sofferto di più nel ventesimo secolo: io sono stato testimone diretto delle sue sofferenze spirituali e morali». In ogni caso, ha rilevato il porporato, «la coscienza del male, del peccato, delle sofferenze che lo circondavano condizionavano l’espressione esterna dell’uomo, ma non intaccavano la serenità interiore del suo animo».

Il prefetto ha poi fatto riferimento alla sua capacità di «dialogare con tutti» e alla ricchezza delle sue encicliche: dalla Ecclesiam suam fino all’Humanae vitae, con la quale «egli fu cosciente di diventare impopolare; eppure decise di rispondere alla sua coscienza facendola prevalere sulla ricerca dell’applauso, perché per lui al primo posto c’erano Dio e la Chiesa». Infine il cardinale ha accennato alle riforme intraprese dal Pontefice «per amore della Chiesa», evidenziando le loro radici profonde nel concilio Vaticano II, che egli ebbe il merito di portare a compimento «con saggezza». Fu infatti dalla «nuova visione della Chiesa» come «mistero, popolo di Dio e comunione» che ebbero origine le «grandi riforme» montiniane: riforme che, ha precisato il porporato, ancora oggi non appaiono snaturate e rimangono valide nonostante i tempi siano cambiati.

In conclusione il cardinale Becciu ha descritto la testimonianza di Montini come «una luce che nonostante le oscillazioni della storia si è accesa e non si spegnerà mai più». E, ha assicurato, «sarà per me una gioia vederlo proclamato santo, come lo sarà per Papa Francesco, che fin dall’iniziò del pontificato mi ha confidato che pregava e sperava di poterlo canonizzare».

Intervallata dalla proiezione di alcune toccanti scene tratte da un documentario realizzato da una televisione svizzera e finora diffuso solo in una versione tedesca, la testimonianza offerta successivamente dal cardinale Rosa Chávez si è aperta con la presentazione degli eventi organizzati a Roma in occasione della canonizzazione di Romero: tra questi, la veglia serale della vigilia, nella chiesa di Santa Maria in Campitelli, la coroncina della divina misericordia da recitare nel pomeriggio di domenica nella chiesa di Santo Spirito in Sassia e l’udienza con il Papa — preceduta dalla messa di ringraziamento — in programma lunedì mattina nell’aula Paolo VI. Nel suo intervento il porporato ha parlato del presule salvadoregno come «il santo di quattro Papi»: Paolo VI, che nel 1970 lo nominò ausiliare di San Salvador, nel 1974 vescovo di Santiago de María e nel 1977 arcivescovo della capitale, e che Romero considerò sempre come «sua guida e maestro» (in proposito il cardinale ha fatto riferimento al libro curato dal rogazionista Leonardo Sapienza Paolo VIe Mons. Romero che raccoglie testi e documenti anche inediti sul loro rapporto); Giovanni Paolo II, che durante la sua visita nel Salvador nel 1983, nonostante forti opposizioni e contrasti, volle fermarsi a pregare sulla sua tomba; Benedetto XVI, che lo ha definito «un grande testimone della fede»; e Francesco, che già da cardinale aveva confidato a un sacerdote di considerare Romero «un santo e un martire».

Quanto alla canonizzazione — alla quale è prevista la partecipazione di oltre cinquemila fedeli provenienti dal Salvador — il porporato ha parlato di un vero e proprio «tsunami» destinato ad avere echi in tutto il mondo, così come la sua beatificazione nel 2015 fu un «terremoto» soprattutto per il paese centroamericano, che ancora adesso porta i segni di «ferite che non si sono rimarginate». Oggi, ha concluso, «il nostro compito è seguire e imitare il suo esempio».

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16 ottobre 2018

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