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Ammonire senza terrorizzare

· Il tema della morte in un affresco del tardo medioevo ·

È quasi un luogo comune affermare che gran parte del patrimonio culturale e artistico d’Italia si nasconde nei suoi borghi. Tuttavia, quando ci si trova di fronte a piccoli grandi capolavori disseminati nei paesi della penisola lo stereotipo deve cedere il passo allo stupore. È certamente il caso dell’Oratorio dei Disciplini di Clusone, piccolo centro del bergamasco, sulla cui facciata si conserva uno splendido ciclo dedicato al Trionfo della Morte e alla Danza macabra. Commissionato tra il 1470 e il 1471 dalla Confraternita dei Disciplini bianchi o Battuti di Santa Maria Maddalena che lì aveva una delle sue scholae e realizzato nel 1485 da un artista locale di tradizione tardogotica, Giacomo Busca detto il Borlone, l’affresco è ora oggetto di un’appassionante rilettura critica da parte di Chiara Frugoni nel libro Senza misericordia. Il Trionfo della Morte e la Danza macabra di Clusone, scritto insieme a Simone Facchinetti (Torino, Einaudi, 2016, pagine 213, euro 38).

«Trionfo della morte»

A settant’anni di distanza da un pionieristico articolo del padre (Arsenio Frugoni, I temi della Morte nell’affresco della chiesa dei Disciplini a Clusone, 1957), Chiara Frugoni affronta l’esegesi del dipinto riservando la consueta attenzione sia alle fonti iconografiche e letterarie coeve sia alla storia religiosa e sociale. Lo scopo del lavoro è duplice: da un lato, descrivere nel dettaglio i numerosi personaggi che popolano il dipinto, mettendone in luce la posizione sociale e l’atteggiamento di fronte alla morte; dall’altro, decifrare il messaggio che l’affresco rivolgeva ai membri di quella ristretta comunità montana, al fine di trarre indicazioni sulla concezione della vita e della religiosità che animavano la committenza.

L’attenzione di chi si accosta per la prima volta all’affresco è certamente catturata dalla figura minacciosa della morte, rappresentata sotto forma di uno scheletro che ha in testa una corona d’oro e sulle spalle un ricco mantello di stoffa damascata, mentre con le braccia spalancate regge due cartigli in cui proclama il suo dominio incontrastato sugli uomini. Tutti i particolari rimandano al tema della sovranità, assai discusso nelle concezioni politiche tra tardo medioevo e prima età moderna. La morte si erge in piedi su un sepolcro aperto, in cui sono deposti un papa e un imperatore, simbolo di quei poteri terreni che certo all’epoca dovevano apparire immensi, ma che rimanevano comunque soggetti alla sua azione distruttrice.

Come ogni sovrano che si rispetti, anche la morte ha la sua corte, formata da fidi aiutanti (due scheletri armati l’uno con una faretra con le frecce, l’altro con un moderno schioppetto a miccia) e da un nutrito stuolo di postulanti, che cercano vanamente di blandirla con denaro e leccornie. Compare anche un doge — Clusone era allora sotto il dominio veneziano — nell’atto di offrire quello che Frugoni propone di interpretare molto suggestivamente come un vassoio di dolci di zucchero, vera rarità per il periodo. Solo due personaggi sembrano indifferenti a ciò che accade attorno a loro: sono probabilmente da identificarsi con Creso e Solone, intenti a discutere sul rapporto tra felicità e ricchezza nella vita umana, proprio come fanno nel racconto erodoteo.

Molto ben documentata e convincente è un’altra ipotesi avanzata da Frugoni, secondo la quale la postura e persino i colori della morte richiamano un altro affresco del Borlone, la Madonna della Misericordia, dipinto originariamente per l’interno dell’Oratorio dei Disciplini. Si istituisce così un parallelismo che doveva essere chiaro ai membri della Confraternita: non è offrendo doni che si scampa al proprio destino, ma soltanto affidandosi alla protezione della beata Vergine. Ai piedi della morte si sviluppa la danza macabra, con il classico corteo di scheletri che si alternano a vivi. Tra loro spicca una donna titubante che guarda in uno specchio, mentre uno scheletro la sospinge a partecipare alla danza tenendola per il gomito. Si scorge poi un flagellante con la testa coperta che si percuote, un pellegrino dal mantello logoro e con un lungo bastone e infine un ricco mercante, espressione della borghesia in ascesa, che mette mano alla borsa, forse per corrompere lo scheletro davanti a lui. Questi però lo ammonisce con un dito ad andare avanti.

Nei primi due capitoli del libro si sottolinea soprattutto la scarsa attenzione al tema della corruzione e del disfacimento dei corpi, che invece caratterizza le più importanti rappresentazioni dell’aldilà tra Trecento e Quattrocento, basti pensare agli affreschi di Buffalmacco per il Camposanto di Pisa o a quelli di Biagio di Goro Ghezzi per la Chiesa di San Michele Arcangelo a Paganico, in provincia di Siena. A Clusone sia i vivi che i trapassati mantengono un aspetto dignitoso e si prodigano in gesti garbati, al limite della maniera. I partecipanti alla danza, ad esempio, si tengono per mano stringendo l’indice dei compagni, come d’uso nei balli del tempo, e formano una processione composta in cui non c’è spazio né per la paura né per la satira sociale. Se è vero perciò che anche nell’Oratorio dei Disciplini l’intento dei committenti era indurre gli spettatori a provare rimorso per i peccati commessi e al tempo stesso ricordare loro la necessità di condurre un’esistenza retta e giudiziosa, è altrettanto indubitabile che gli strumenti utilizzati per raggiungere tale scopo dalla Confraternita di Clusone erano profondamente diversi da quelli tradizionali. Si voleva ammonire i fedeli senza terrorizzarli.

di Giovanni Cerro

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