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Ammissione delle colpe e conversione per superare la tempesta

· Il cardinale Bertone ai vescovi irlandesi ·

«Le tempeste fanno paura. Anche quelle che scuotono la barca della Chiesa per colpa dei peccati dei suoi membri. Ma da esse può venire la grazia della conversione e una fede più grande». Se ne è detto convinto il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, durante la messa celebrata nelle Grotte Vaticane, che nella mattina di lunedì 15 febbraio ha preceduto l'incontro di Benedetto XVI con i vescovi irlandesi.

Com'è noto il Pontefice ha convocato l'episcopato d'Irlanda per due giorni — fino a martedì 16 — in seguito agli scandali che hanno coinvolto sacerdoti e religiosi del Paese. Già l'11 dicembre scorso tra il Papa e i presuli c'era stata una prima riunione, nella quale Benedetto XVI aveva preannunciato una lettera pastorale ai fedeli d'Irlanda.

Nella Sala Bologna del Palazzo Apostolico erano presenti, oltre al Pontefice e al suo segretario di Stato, i cardinali Re, prefetto della Congregazione per i Vescovi, Levada, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Hummes, prefetto della Congregazione per il Clero, Rodé, prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, e Grocholewski, prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica; gli arcivescovi Coccopalmerio, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, Filoni, sostituto della Segreteria di Stato, Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati, e Leanza, nunzio apostolico in Irlanda. La delegazione irlandese è composta da ventiquattro pastori della Chiesa locale, tra i quali il cardinale Brady, arcivescovo di Armagh, e l'arcivescovo di Dublin, monsignor Martin.

Durante la celebrazione dell'Eucaristia nella basilica di San Pietro, il cardinale Bertone ha rivolto ai presenti il «cordiale benvenuto» del Papa, che «è spiritualmente unito a noi questa mattina e, nella Santa Messa, ha pregato perché la vostra permanenza presso la Sede di Pietro sia ricca di frutti». Quindi ha ricordato come siano «venuti tutti insieme, l'intero episcopato d'Irlanda, per ascoltare il Successore di Pietro e presentargli» le loro «iniziative circa la difficilissima crisi in atto nella Chiesa del Paese».

Attualizzando le letture proclamate nella liturgia della Parola, il porporato ha auspicato «umiltà e fiducia» da parte di tutti: vescovi, sacerdoti e popolo di Dio. Del resto «la prova da una parte umilia e dall'altra produce la pazienza e un approfondimento della fede».

Il segretario di Stato ha evidenziato che anche per la Chiesa «le prove possono venire dall'esterno o dall'interno. Entrambe sono dolorose, ma — ha puntualizzato — quelle che provengono dall'interno sono più dure e umilianti», proprio come «la grave prova che stanno attraversando in questo momento le comunità» irlandesi, le quali «vedono alcuni uomini di Chiesa coinvolti in atti» che il porporato salesiano non ha esitato a definire «particolarmente esecrabili». Tuttavia, per il cardinale Bertone tali prove possono «diventare motivo di purificazione e di santificazione», se si accoglie «con piena fiducia la promessa che il Signore rinnova anche per noi quest'oggi». Si tratta — ha spiegato — del Paraclito «venuto a difenderci dall'“accusatore”, il maligno, che Egli ha sconfitto». Ma siccome «la lotta contro il male non è finita» e «continua fino alla fine dei tempi», «il Padre ci ha mandato, nel nome di Gesù, lo Spirito Santo» perché è «l'opera della carità di Dio, della sua infinita misericordia, che può colmare l'abisso più profondo». A una condizione però: «purché — ha avvertito il celebrante — il peccatore riconosca la propria colpa in piena verità. Caritas in veritate ». Questo — ha detto citando l'enciclica di Benedetto XVI — «è il principio fondamentale della vita cristiana».

La storia insegna che «anche il cristiano è esposto all'azione del maligno e può cadere nel peccato». Soprattutto quando questi insinua un'altra tentazione: «quella che tende a far perdere la fiducia in Dio, spingendo nello scoraggiamento e nella disperazione».

Infine il riferimento all'immagine della tempesta, evocata nel Vangelo di Marco e che ritorna all'inizio della lettera di san Giacomo, quando l'apostolo parla «delle onde del mare mosse e agitate dal vento» per paragonarle «a colui che esita nella sua fede». Per il cardinale Bertone «questa è la tempesta più pericolosa» poiché «tocca il cuore dei credenti, scuotendo la loro fede e minacciando la loro capacità di affidarsi a Dio».

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