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Amico dell’invisibile

· La tensione metafisica di Eugenio Montale ·

«In genere la critica diffida altamente delle congiunzioni vita-opera, che invece sono la ragione stessa di questo lavoro». Ed ecco, a conferma, il sottotitolo di una monografia di Elio Gioanola su Montale (Milano, Jaca Book, 2011, pagine 388, euro 32): «L’arte è la forma di vita di chi propriamente non vive», che coglie la sigla poietico-esistenziale del personaggio in esame e, a un tempo, la ferma attenzione del critico, sia al vissuto del poeta, sia ai suoi esiti espressivi. Tanto alla sua biografia quanto al mistero dell’inconscio, dell’inconoscibile, dell’altrove, che si realizza nella compiutezza formale dei suoi testi.

Confermandosi artefice di rare sintesi totalizzanti sui massimi autori della letteratura italiana (da Pascoli a Pirandello, da Gadda a Pavese), Gioanola porta ora il suo sguardo critico su Montale e per cogliere le radici di cui si è nutrita la sua opera, salda i fatti della vita all’immaginario creativo, un dettagliato trascorso di eventi e di momenti a un altrettanto minuzioso ventaglio di corsi e ricorsi fantasmatici.

La poesia di Montale, si legge, «non obbedisce originariamente a esigenze estetiche, ma esistenziali ed etiche. Occuparsi del male di vivere in rapporto al vissuto del poeta non è scadere nel biografismo (...), ma andare al cuore del problema, se è vero che la poesia non ci sarebbe, o avrebbe caratteri completamente diversi, se non scaturisse da un profondo disagio, da una radicale incapacità di inserirsi nei ritmi della vita».

Esordisce riportandoci al 27 febbraio del 1926, il saggio di Gioanola, giorno in cui Montale s’incontra con Italo Svevo («Il signor Schmitz»): il primo viene dall’aver pubblicato, senza troppa fiducia nei propri mezzi, Ossi di seppia ; l’altro ha già alle spalle i suoi libri più importanti ed è a poco più di due anni dalla morte. Entrambi si riconoscono tormentati da nevrosi («fertile terreno di modernità artistica») e vittime delle pulsioni dell’irrazionale creativo: inettitudine, impotenza, indifferenza.

Poi fa un passo indietro, recuperando i tempi dell’ infanzia e della giovinezza, abitati, o a dir meglio posseduti, da un padre frustrante e dal suo autoritarismo mai superato, che finirà per collocarlo stabilmente nella «razza di chi rimane a terra». Ha un angelo custode in famiglia, però, Montale, la sorella Marianna, che morirà nel 1938: la prima delle donne «salvifiche», o ritenute tali, che si chineranno su di lui, soggetto introverso e indeciso. Marianna lo seguirà negli studi e nelle letture formative, così come nei temporanei tentativi all’arte del bel canto; lo segnerà di originaria e intensa religiosità; lo scorterà nella sua insuperabile inadeguatezza pratica.

Montale in guerra è un capitolo di finissimi contrappunti tra impari osservanza del dovere e insperati, provvidenziali incontri determinativi, mentre vari e molteplici, e per un verso o l’altro insoluti rapporti con l’altra metà del mondo, ossia con le donne, sono i richiami che nel libro Gioanola riserva all’amore, o per dire altrimenti, al buon numero di “fantasmi” femminili che visitano il poeta, moglie compresa (dalla Mosca, appunto, che è la sua dialettica e mai arresa consorte, ad Arletta; da Irma a Volpe; da Laura ad Annalisa, e così via): tutte più meno “idoli”, o “angeli”, o “messaggeri”, o “promesse” di salvazione terrena e spirituale, ma quasi sempre “ceneri” di improvvisi “fuochi” dalle instabili “braci”.

Certo Gioanola si sofferma sugli anni di Genova ma ancor più di Firenze (dove Montale coglie il meglio della sua travagliata esistenza) e su quelli ultimi di Milano; sulla dedizione non sempre completa e convinta al giornalismo; sulle raccolte che seguono l’esordio (da Le occasioni a La bufera e altro ; da Satura ai titoli successivi sino alle poesie postume lasciate, con il vincolo di un curioso calendario, in eredità ai posteri).

Il tutto costellato di citazioni dai testi e dalla ingente messe dei giudizi, quasi una antologia, motivata e spiegata, puntuale, puntigliosa e intelligente, dell’opera e della sua fortuna critica.

Ma da una sezione del libro il lavoro di Gioanola prende particolare luce di ineguagliabile sensibilità e accortezza esegetica. Il titolo è «Amico dell’invisibile», e vi si tratta della tensione metafisica di Montale, nutrita di irrazionale («combustibile di cui non può fare a meno»), nonché di misticismo più o meno confessato, tra sottosuolo psicologico e chiari rilievi di teologia in nome di una verità superiore. All’orizzonte della ragione sale il cielo di una seconda dimensione in cui entra in gioco il miracolo e l’imprevisto, l’imponderabile e l’incondizionato. Siamo al centro di multiple convergenze, di una apertura a quella alterità che conviene chiamare con il termine proprio del «religioso».

Tra religione e scienza Montale non ha dubbi: «La rivoluzione cristiana — scrive in morte di Paolo VI — è l’unica che abbia avuto veramente qualcosa da dire al cuore dell’uomo».

E se nonostante la sua continua aspirazione a trascendere la materialità del visibile, nemmeno per lui ci sarà mai approdo pacificato, nonostante il suo vario affidamento alla salvifica mediazione della figura femminile (angelo visitatore, simbolo di purezza, correlativo di speranza, mediatrice di grazia), lui terrà sempre aperto un figurale repertorio del divino, lo spiraglio verso l’altrove.

«Il mio Artefice no, non è un artificiere / che fa scoppiare tutto, il bene e il male, / e si chiede perché noi ci siamo cacciati / tra i suoi piedi, non chiesti, non voluti, / meno che meno amati. Il mio non è / nulla di tutto questo e perciò lo amo / senza speranza e non gli chiedo nulla».

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20 settembre 2019

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