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Amicizia e rispetto
tra musulmani e cristiani

· Intervista al vescovo segretario del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso sul viaggio del Papa in Marocco ·

Il Marocco ha un ruolo centrale nel dialogo del mondo cattolico con i musulmani. Ne è convinto il vescovo Miguel Ángel Ayuso Guixot, segretario del dicastero vaticano che si occupa delle relazioni con i seguaci o addetti delle differenti tradizioni religiose. A lungo preside del Pontificio istituto di studi arabi e d’islamistica, il missionario comboniano, come agli inizi di febbraio ad Abu Dhabi, era nel seguito del Papa anche nel viaggio a Rabat il 30 e 31 marzo scorsi. In questa intervista spiega a «L’Osservatore Romano» il significato delle due giornate vissute da Francesco in terra maghrebina.

Perché il Pontefice ha voluto visitare in meno di sessanta giorni due paesi musulmani?

Come ha detto lui stesso al corpo diplomatico lo scorso 7 gennaio, «per sviluppare ulteriormente il dialogo interreligioso e la reciproca conoscenza fra i fedeli di entrambe le religioni, nell’ottavo centenario dello storico incontro tra san Francesco d’Assisi e il sultano al-Malik al-Kāmil». Del resto egli sta dando un grande slancio al dialogo fra persone di religioni diverse, che è veramente al centro delle sue riflessioni e azioni. È a tutti noto che fin dall’inizio del pontificato il Santo Padre ha sottolineato l’importanza dell’amicizia e del rispetto fra persone appartenenti a fedi differenti. E i momenti trascorsi con il re Mohammed vi, “principe dei credenti” (Amîr al-Mu’minîn), hanno ribadito l’armonia esistente tra cristiani e musulmani in questa terra.

Un’armonia che si è potuta toccare con mano a Rabat.

Certamente: abbiamo potuto notare i passi verso la modernità e il rinnovamento della comunità musulmana del Paese attraverso le sue strutture istituzionali, accademiche e di pensiero. Perciò il Marocco può essere un terreno adatto per la riflessione e la diffusione del Documento sulla fratellanza umana firmato negli Emirati Arabi Uniti. Penso in particolare al punto della Dichiarazione in cui si definisce come «necessità essenziale» il riconoscimento del diritto delle donne all’istruzione, al lavoro e all’esercizio dei diritti politici. Il Marocco, in tal senso, è uno dei Paesi che ha fatto passi in avanti nel liberare la donna da pressioni storiche e sociali contrarie ai principi della sua stessa fede e dignità, nel proteggerla dallo sfruttamento, nel cercare di porre fine a tutte le pratiche disumane che ne umiliano la dignità e nel cambiare le leggi che impediscono alle donne di godere pienamente dei loro diritti. Al punto che nel 2004 il Parlamento ha approvato il nuovo codice di famiglia, la mudawwana, che ha quasi completamente eliminato gli ostacoli alla parità di genere. E il discorso di Papa Francesco al suo arrivo, rivolto alle autorità civili e religiose, al mondo della cultura e della diplomazia, è stato un momento di grande rilevanza per l’opinione pubblica mondiale e per l’ambito desiderio di rinnovamento del discorso religioso. Una prospettiva che riguarda in particolare i giovani musulmani attraverso la promozione dello spirito di Abu Dhabi nel campo dell’educazione alla pace.

Come non ricordare in proposito la storica visita di Giovanni Paolo II nel 1985, quando per la prima volta un Pontefice incontrò tantissimi giovani musulmani?

In quel memorabile 19 agosto, di fronte a più di 80.000 ragazzi e ragazze a Casablanca, Papa Wojtyła, presentandosi come un semplice credente, pronunciò un discorso che possiamo considerare una pietra miliare per i rapporti tra cristiani e musulmani, ma anche per quelli tra credenti di varie religioni. Secondo me le parole di Giovanni Paolo II ai giovani del Marocco e il Documento sulla fratellanza umana di Papa Francesco e del Grande imam di Al-Azhar sono testi da leggere e studiare nei centri educativi a tutti i livelli, per mantenere viva la fiamma del dialogo quale via della pace. Inoltre non è azzardato dire che proprio in Marocco Wojtyła maturò l’idea di una maggiore collaborazione tra le religioni che portò, tra l’altro, alla Giornata di preghiera per la pace di Assisi nel 1986.

Che rapporti ha il Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso con le autorità marocchine?

C’è un incoraggiante lavoro con due prestigiose istituzioni: l’Académie Royale du Maroc e la Rabita Mohammadia degli Ulema. Con quest’ultima, nel maggio 2017 è stato firmato un accordo per la costituzione di un comitato congiunto e si è riflettuto sul tema «Credenti e cittadini in un mondo che cambia», sottolineando che il credente che vive e opera nella società come cittadino, è al tempo stesso credente e cittadino, perché non c’è alcuna contraddizione tra le due cose che obblighi a rinunciare all’una per l’altra. Il re Mohammed vi ha seguito da vicino e con benevolenza tali passi. Del resto, a lui si deve la creazione di un istituto che porta il suo nome per la formazione di imam e guide religiose — uomini e donne soprattutto giovani, provenienti dall’Africa sub-sahariana e da alcuni Paesi europei — che abbiamo avuto il piacere di visitare con il Papa. Si tratta di una proposta davvero rilevante, tenendo conto del fatto che la modalità di avvicinarsi a una religione e di presentarla è importante per evitare di imbattersi nel relativismo o nel fondamentalismo, terreno fertile per ogni forma di violenza in nome della religione. È altresì encomiabile l’opera che in Marocco si svolge all’interno dei centri di detenzione, perché ritenuti una delle principali fonti di radicalizzazione, al fine di distogliere le persone da idee erronee e pericolose.

Proprio sulla scia di questo impegno del sovrano, negli ultimi anni il Marocco ha ospitato diversi forum internazionali di dialogo.

La disponibilità del Regno a offrire il proprio contributo a livello internazionale su tematiche per cui è necessaria la reciproca collaborazione è molto apprezzata dalla Chiesa cattolica. Pensiamo per esempio alla Dichiarazione di Marrakesh del gennaio 2016 sul tema della piena cittadinanza, spesso ripresa in considerazione, anche dal Documento di Abu Dhabi. Firmata sotto gli auspici del re Mohammed vi da studiosi musulmani e intellettuali provenienti da oltre 120 Paesi, essa condanna ogni utilizzo della religione islamica atto alla discriminazione o all’aggressione di minoranze religiose ed evidenzia la necessità di superare i concetti di cittadinanza e di minoranza religiosa, in virtù della centralità che la persona deve assumere in ogni ordinamento giuridico. Sempre nel 2016, inoltre, si è tenuta a Marrakech la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima (Cop22). Ed è noto a tutti quanto il tema della custodia del creato stia a cuore a Francesco che ne ha fatto oggetto di riflessione nell’enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune. Da parte sua il Marocco si è impegnato fermamente sulla strada dello sviluppo sostenibile: la tutela dell’ambiente, delle risorse naturali e la ricerca di energie rinnovabili sono infatti comprese nell’azione di governo. Infine, sempre Marrakech, nel dicembre 2018, ha ospitato la Conferenza intergovernativa per l’adozione del global compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare. Il testo è stato adottato dai rappresentanti dei 164 paesi presenti al vertice e intende essere un quadro di riferimento per tutta la comunità internazionale. Le enormi sfide che tale fenomeno pone saranno meglio affrontate attraverso processi multilaterali piuttosto che attraverso politiche isolazioniste, di modo che tutti i governi, così come le organizzazioni non governative, comprese quelle religiose, possano gestire collettivamente la migrazione.

Che cosa può dirci, infine, sulla realtà della Chiesa cattolica del Marocco?

La comunità cristiana non è molto ampia ed è caratterizzata dalla sua internazionalità. In particolare i cattolici sono meno di trentamila e provengono da varie parti del mondo, soprattutto giovani migranti giunti dall’Africa sub-sahariana. È importante il contributo dato nell’ambito caritativo ed educativo, in particolare grazie a 84 scuole cattoliche aperte a studenti di ogni confessione e religione. Inoltre sono presenti altre denominazioni cristiane e a Rabat è attivo l’istituto ecumenico di teologia Al Mowafaqa, fondato nell’ottobre 2014. Ben radicato nel contesto marocchino, è aperto all’ecumenismo e al dialogo con la cultura e con l’islam.

di Gianluca Biccini

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26 agosto 2019

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